David Cameron pensava di sbarazzarsi della destra più radicale con il referendum sull’Unione europea ed è finito annunciando le sue dimissioni, fischiettando, il 24 giugno di dieci anni fa, il giorno dopo la vittoria del Leave.
Theresa May pensava di fare la Brexit e ha finito per mettersi in casa, convinta di poterlo controllare, il più grande critico del suo accordo.
Ovvero Boris Johnson, che l’ha rimpiazzata tre anni dopo l’inizio del suo mandato, ha negoziato un accordo con l’Unione europea con modi e toni che a Bruxelles difficilmente dimenticheranno, ed è caduto sulle feste durante la pandemia mentre il Paese era in lockdown.
Poi Liz Truss, che in 50 giorni al numero 10 di Downing Street ha visto morire la regina Elisabetta II (il cui primo premier fu Winston Churchill, tanto per dare la misura) e i mercati impazzire dopo il suo mini-budget.
Rishi Sunak ha chiuso 14 anni di governo conservatore senza avere molte chance di riconferma alle elezioni del luglio 2024, che hanno visto il ritorno al potere dei laburisti.
Infine, Keir Starmer, che ha annunciato ieri le sue dimissioni e il percorso che porterà il partito ad avere un nuovo leader e il Paese un nuovo primo ministro (probabilmente Andy Burnham).
Sei primi ministri, di cui l’ultimo già con le valigie pronte, e i sondaggi che vedono al primo posto il partito Reform UK di Nigel Farage, a cui la politica e la società britanniche non hanno ancora presentato il conto nonostante sia stato l’architetto della Brexit, raccontano meglio di tutto il resto le difficoltà del Regno Unito, che per cambiare sei primi ministri prima del voto per la Brexit di un decennio fa aveva impiegato 40 anni.
Eppure, questa successione frenetica di premier è solo il sintomo più visibile di una malattia più profonda. Il corpo del paziente è l’economia britannica, e la diagnosi degli economisti è pressoché unanime: il Brexit ha inflitto una ferita permanente, non acuta. Non il crollo che i Remainer temevano nel 2016, ma un drenaggio lento e costante di potenziale produttivo. Alcuni calcolano che il prodotto interno lordo pro capite sia inferiore dell’8% rispetto a quello che avrebbe potuto essere; altri si fermano al 2,5%. La forbice è ampia perché isolare l’impatto del Leave da quello della pandemia e della crisi energetica ucraina è esercizio da equilibristi. Ma la direzione del vettore non è in discussione: verso il basso.
Brexit è “un peso costante sull’economia”, come lo definisce Michael Saunders, ex membro del Comitato di politica monetaria della Bank of England, che “continua a ridurre il livello del prodotto interno lordo rispetto a quello che sarebbe altrimenti stato”, erodendo le entrate fiscali e alimentando la spirale di tagli alla spesa pubblica. Anche chi aveva votato Leave fatica a sostenere che le promesse siano state mantenute. Il commercio con il continente è tecnicamente privo di tariffe ai sensi dell’accordo Brexit, ma è sepolto sotto norme e scartoffie, dalle dichiarazioni doganali alle regole di origine. Per un Paese che nel 2016 destinava il 48% delle esportazioni di merci all’Unione europea, si tratta di un onere nuovo e gravoso.
Le piccole imprese hanno pagato il prezzo più alto. La ricerca di Thomas Sampson della London School of Economics ha rilevato che le nuove regole commerciali hanno appena scalfito le grandi aziende, dotate di uffici dedicati a gestire le procedure burocratiche. Ma l’accordo ha causato alle imprese più piccole una riduzione del 30% delle esportazioni verso l’Unione europea rispetto al resto del mondo. Più di 16.000 aziende, ovvero il 14% di tutte quelle che esportavano sul continente, hanno smesso del tutto di vendere nell’Unione europea. Non è un’astrazione statistica: è la storia di migliaia di imprenditori che hanno alzato bandiera bianca davanti a un muro di carta.
Sul fronte dei servizi, il quadro è più sfumato. La City di Londra ha dimostrato una resilienza superiore alle previsioni: il Regno Unito resta la principale destinazione europea per gli investimenti diretti esteri nei servizi finanziari. Ma anche qui il Brexit ha lasciato il segno: la perdita del passaporto finanziario ha reso più difficile vendere servizi nell’Unione europea, e i servizi finanziari e assicurativi ora rappresentano il 24% delle esportazioni di servizi, contro il 32% del 2016.
La promessa che aveva galvanizzato milioni di elettori – riprendere il controllo dell’immigrazione – si è rivelata la più clamorosa delle illusioni. Johnson ha allentato nel 2021 le restrizioni sui migranti non comunitari, scatenando un’ondata di arrivi dall’India, dalla Nigeria e da altri Paesi. Al suo picco, nel 2023, la migrazione netta dall’esterno dell’Unione europea ha sfiorato il milione di persone. Sunderland, la città che per prima aveva dichiarato la vittoria del Leave con oltre il 60% dei voti, ha vissuto in prima persona questa trasformazione: nel 2019 i lavoratori non britannici e non comunitari rappresentavano il 3% degli occupati; nel 2024 la quota aveva raggiunto il 10%. Il paradosso è quasi perfetto: la città simbolo del “take back control” è diventata uno dei laboratori involontari della globalizzazione che voleva frenare.
Dal lato europeo, il bilancio del decennio è meno univoco di quanto i sostenitori dell’integrazione siano disposti ad ammettere. Brexit ha reso le decisioni “più facili” all’interno delle istituzioni comunitarie, come ha riconosciuto Charles Michel, presidente del Consiglio europeo dal 2019 al 2024. L’assenza britannica ha spianato la strada a una maggiore integrazione in materia di difesa e sicurezza, rivelatasi “utile preparazione” all’invasione russa dell’Ucraina. Nessun Paese, nonostante i cori di Frexit e Nexit che risuonavano nel 2016, ha seguito Londra fuori dall’Unione. Al contrario, la coda dei candidati all’adesione si è allungata: l’Unione europea ha avviato colloqui dettagliati di adesione con Moldova e Ucraina, mentre le prospettive di accesso per i Paesi dei Balcani occidentali sembrano più concrete che in qualsiasi momento nell’ultimo decennio.
Eppure il reset tanto auspicato tra Londra e Bruxelles resta un cantiere aperto. I progressi nei rapporti bilaterali sono stati “lenti e dolorosi”, secondo Charles Grant del Centre for European Reform, riflettendo la sfiducia profonda che tuttora permane tra le due parti. I dossier sul tavolo del vertice di luglio – un accordo sul mercato veterinario per ridurre i controlli su alimenti e bevande, il collegamento dei sistemi di scambio delle emissioni, un programma di mobilità giovanile – sono importanti, ma difficilmente trasformativi. Il grande nodo della difesa rimane irrisolto: il Regno Unito non ha aderito al programma Security Action for Europe (Safe), dopo l’opposizione della Francia, in un esito che ha profondamente irritato Londra e i suoi alleati nell’unione.
Il panorama politico non lascia intravedere margini di manovra significativi. Sia nel Regno Unito sia sul continente, le forze che rendono più difficile qualsiasi avvicinamento sono in ascesa. A frenare qualsiasi ipotesi di normalizzazione strutturale contribuiscono il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella in Francia e l’Alternative für Deutschland in Germania, che potrebbero rivendicare le proprie deroghe in caso di avvicinamento tra Londra e Bruxelles. Dall’altra parte della Manica, Farage, eletto nel 2024 a Westminster all’ottavo tentativo, continua a guidare i sondaggi da oltre un anno e ha minacciato di stracciare qualsiasi accordo di maggiore integrazione.
È questo il paradosso che si compie nel decimo anniversario del voto: l’uomo che ha costruito la sua carriera sul Leave è ancora lì, più forte di prima, mentre i governi che hanno cercato di governarne le conseguenze si sono avvicendati con una velocità senza precedenti nella storia moderna britannica. Secondo i sondaggi di More in Common, il 43% dei britannici ritiene che l’uscita dall’Unione europea abbia reso peggiore la propria vita quotidiana; solo l’11% pensa che l’abbia migliorata. Il 57% crede che il Leave sia stato un errore. Ma il rimorso di massa non si traduce in un percorso politicamente praticabile verso il rientro: i sondaggi mostrano che il sostegno al ritorno nell’Unione europea si sgretola non appena agli intervistati vengono prospettate le implicazioni concrete, in particolare sull’immigrazione e sul futuro della sterlina.
Dieci anni dopo, il fischiettio di Cameron che accompagnava il suo congedo dal numero 10 di Downing Street suona ancora nelle orecchie come la colonna sonora di una scommessa perduta. Non una catastrofe istantanea – i mercati non sono crollati quella mattina di giugno, le code ai supermercati non erano vuote – ma un declino per accumulo, fatto di scartoffie doganali, fabbriche che producono meno, imprenditori che hanno rinunciato a crescere, medici assunti in Nigeria perché formare quelli britannici costa troppo e ci vuole troppo tempo. Il conto, come spesso accade, lo pagano soprattutto quelli che pensavano di non averlo mai aperto.
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Gabriele Carrer
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