UNIMPRESA * BANCHE: «CREDITO AL CONSUMO AL 10,34%, CONTI CORRENTI ALLO 0,29% (IL DIVARIO SUPERA I 10 PUNTI)» – Agenzia giornalistica Opinione. Notizie da Italia


08.11 – martedì 23 giugno 2026

(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Famiglie e piccole imprese continuano a pagare tassi elevati per accedere al credito, mentre i risparmi depositati in banca vengono remunerati con rendimenti sempre più bassi. A marzo 2026 il credito al consumo è costato in media il 10,34%, i finanziamenti alle piccole e medie imprese il 4,18%, mentre i conti correnti hanno reso appena lo 0,29%. È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo la quale la riduzione dei tassi d’interesse decisa dalla Banca centrale europea (che li ha alzati dallo 2 al 2,25% solo la scorsa settimana) si è trasmessa rapidamente alla raccolta bancaria, ma solo in misura limitata e selettiva al costo dei prestiti. Il dato più pesante riguarda il credito al consumo. A marzo 2026 il Taeg (tasso annuo effettivo globale) applicato ai finanziamenti destinati alle famiglie si è attestato al 10,34%, sostanzialmente invariato rispetto al 10,50% di gennaio 2025.

In oltre un anno il calo è stato di appena 0,16 punti percentuali, nonostante il progressivo allentamento della politica monetaria europea. Dopo essere sceso sotto il 10% nel dicembre 2025, il costo del credito al consumo è tornato rapidamente sopra la doppia cifra nei primi mesi del 2026. Anche il mercato dei mutui ha mostrato una trasmissione solo parziale dei tagli della Bce. Il Taeg sui finanziamenti per l’acquisto di abitazioni si è attestato al 3,81% a marzo 2026. Dopo una fase iniziale di lieve riduzione, i mutui hanno registrato una progressiva risalita nel corso del 2025, arrivando al 3,87% tra gennaio e febbraio 2026, prima di un leggero arretramento nel mese successivo. Sul fronte delle imprese, il costo del credito resta significativamente più elevato per le aziende di minori dimensioni.

I prestiti fino a un milione di euro, principale fonte di finanziamento per le pmi, hanno registrato un tasso medio del 4,18% a marzo 2026. Dopo aver toccato un minimo del 3,95% nell’agosto 2025, il costo dei finanziamenti per le piccole e medie imprese è tornato a salire nella seconda parte dell’anno, chiudendo il primo trimestre del 2026 su livelli superiori rispetto ai minimi registrati. Molto più favorevoli, invece, le condizioni applicate alle imprese di maggiori dimensioni. I finanziamenti oltre il milione di euro hanno registrato un tasso medio del 2,99%, inferiore di circa 1,2 punti percentuali rispetto a quello pagato dalle pmi. Un differenziale che conferma come la dimensione aziendale continui a rappresentare un fattore determinante nell’accesso a condizioni creditizie più vantaggiose.

Per quanto riguarda la raccolta, i depositi complessivi di famiglie e imprese hanno offerto una remunerazione media dello 0,65%, in calo rispetto allo 0,85% di gennaio 2025. Ancora più basso il rendimento dei conti correnti, fermo allo 0,29%, vicino ai livelli minimi registrati nel corso del 2025 e inferiore allo 0,41% rilevato all’inizio dello scorso anno. Anche i depositi vincolati hanno visto ridursi significativamente la propria redditività. A marzo 2026 hanno reso in media il 2,45%, contro il 3,14% di gennaio 2025, con una diminuzione di 0,69 punti percentuali in poco più di un anno. Il confronto tra quanto le banche riconoscono ai risparmiatori e quanto chiedono a famiglie e imprese evidenzia margini ancora molto ampi. Tra il rendimento dello 0,29% dei conti correnti e il 10,34% del credito al consumo si registra una differenza superiore a 10 punti percentuali.

Lo spread tra la remunerazione media dei depositi (0,65%) e il costo dei prestiti alle pmi (4,18%) è pari a 3,53 punti percentuali, mentre per le grandi imprese si attesta a 2,34 punti. «Si conferma una dinamica ormai consolidata: la discesa dei tassi ufficiali ha prodotto benefici immediati per le banche sul lato della raccolta, ma non si è tradotta in un analogo alleggerimento del costo del credito per famiglie e piccole imprese. La riduzione dei rendimenti riconosciuti ai risparmiatori è stata rapida e generalizzata, mentre quella applicata ai prestiti è risultata più lenta, selettiva e incompleta, mantenendo elevato il peso degli interessi su consumatori e sistema produttivo» commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.

Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha analizzato dati statistici della Banca d’Italia, a marzo 2026 il costo del denaro in Italia ha mostrato un quadro ancora profondamente squilibrato. I tassi sui prestiti alle famiglie e alle imprese sono rimasti elevati, mentre la remunerazione dei depositi ha continuato a scendere o a ristagnare su livelli minimi. Lo spread tra ciò che le banche hanno incassato sui prestiti e ciò che hanno restituito ai risparmiatori ha raggiunto livelli che non trovano giustificazione nell’andamento della politica monetaria della Bce, che dal 2024 ha avviato una fase di progressivo allentamento, poi interrotta la scorsa settimana quando il costo del denaro è stato portato dal 2 al 2,25%.

Il dato più eclatante ha riguardato il credito al consumo alle famiglie, che a marzo 2026 ha segnato un Taeg del 10,34%. Si è trattato di un valore rimasto sostanzialmente immobile per tutto il periodo osservato: a gennaio 2025 era al 10,50%, ha toccato un minimo relativo a dicembre 2025 a 9,97%, per poi risalire a marzo 2026 oltre la soglia del 10%. In quindici mesi la variazione complessiva è stata di appena -0,16 punti percentuali, a fronte di una discesa dei tassi Bce ben più consistente. Le famiglie che hanno fatto ricorso al credito al consumo — prestiti personali, finanziamenti per acquisti, cessioni del quinto — hanno continuato a pagare tassi a doppia cifra indipendentemente dall’orientamento della politica monetaria.

I mutui abitativi hanno mostrato un’evoluzione diversa ma non priva di criticità. Il Taeg è sceso da 3,50% di gennaio 2025 a un minimo di 3,54% a marzo 2025, per poi risalire gradualmente fino a 3,87% tra gennaio e febbraio 2026, e attestarsi a 3,81% a marzo 2026. Un andamento paradossale: mentre la Bce ha tagliato i tassi, i mutui hanno visto una risalita nel corso del 2025, evidenziando quanto la trasmissione della politica monetaria al mercato del credito alle famiglie sia rimasta parziale e selettiva.

Sul fronte delle imprese, i conti correnti e i prestiti rotativi hanno registrato un tasso del 4,05% a marzo 2026, in discesa rispetto al 4,94% di gennaio 2025: un calo di quasi un punto percentuale in quindici mesi, il più significativo tra tutte le voci attive rilevate. I finanziamenti alle pmi — quelli fino a un milione di euro, che rappresentano il canale creditizio principale per le piccole e medie imprese — hanno segnato un tasso del 4,18% a marzo 2026, in rialzo rispetto al minimo di 3,95% registrato ad agosto 2025.

Dopo una fase di discesa durata fino all’estate, il tasso sulle pmi ha quindi invertito la rotta nella seconda parte dell’anno, chiudendo marzo 2026 su livelli superiori al punto di minimo di circa 0,23 punti. I finanziamenti oltre il milione di euro — quelli destinati alle grandi imprese — hanno invece beneficiato di condizioni più favorevoli, con un tasso del 2,99% a marzo 2026, quasi 1,2 punti percentuali in meno rispetto a quanto pagato dalle pmi per operazioni analoghe. Il divario tra grandi e piccole imprese nel costo del credito è rimasto quindi strutturalmente ampio, a conferma di una segmentazione del mercato che premia la dimensione aziendale indipendentemente dall’andamento generale dei tassi.

Il fronte dei depositi ha completato il quadro con dati ancora più sbilanciati. I depositi totali di famiglie e società non finanziarie hanno reso lo 0,65% a marzo 2026, in lieve risalita rispetto allo 0,62% di novembre e dicembre 2025, ma comunque ben al di sotto dello 0,85% di gennaio 2025.

I conti correnti — il principale strumento di raccolta bancaria, su cui giace la liquidità quotidiana di famiglie e imprese — hanno remunerato appena lo 0,29% a marzo 2026, un valore che ha toccato il suo minimo storico nel periodo osservato a luglio e agosto 2025 con lo 0,27%, e che non ha mai superato lo 0,41% registrato a inizio 2025. In quattordici mesi la remunerazione dei conti correnti si è quindi ridotta di 0,12 punti percentuali, scendendo verso lo zero in modo costante e senza inversioni di tendenza significative. I soli depositi vincolati, che immobilizzano la liquidità per un periodo prestabilito, hanno offerto un rendimento più significativo, pari al 2,45% a marzo 2026, ma in marcata discesa rispetto al 3,14% di gennaio 2025: in poco più di un anno hanno perso 0,69 punti percentuali, la contrazione più netta tra tutte le voci passive rilevate.

Il confronto puntuale tra i tassi attivi e passivi a marzo 2026 ha restituito la misura dello spread di cui le banche hanno continuato a beneficiare. Chi ha depositato denaro in conto corrente ha ricevuto lo 0,29%, mentre chi ha chiesto un prestito al consumo ha pagato il 10,34%: una differenza di oltre 10 punti percentuali. Chi ha acceso un mutuo ha pagato il 3,81% a fronte di un rendimento sui depositi vincolati del 2,45%, con uno spread di 1,36 punti. Le PMI hanno pagato il 4,18% sui finanziamenti ordinari contro lo 0,65% medio riconosciuto sui depositi, con uno spread di 3,53 punti. Anche le grandi imprese, pur in posizione più favorevole, hanno pagato il 2,99% sui finanziamenti a fronte di una remunerazione sui depositi di appena 0,65%, con uno spread di 2,34 punti.

In tutti i segmenti, senza eccezione, il costo del denaro preso a prestito ha superato abbondantemente la remunerazione del denaro depositato, in un quadro in cui i margini bancari si sono mantenuti solidi indipendentemente dall’orientamento della politica monetaria. Il quadro complessivo ha confermato una dinamica strutturale che i dati mensili hanno reso evidente: la discesa dei tassi Bce ha prodotto effetti asimmetrici. Sul versante della raccolta, le banche hanno ridotto rapidamente la remunerazione dei depositi, portando i conti correnti allo 0,29% già dalla seconda metà del 2025. Sul versante degli impieghi, la trasmissione è rimasta parziale, lenta e differenziata: più favorevole per le grandi imprese, meno per le pmi, quasi nulla per il credito al consumo alle famiglie. Lo spread bancario, in altri termini, si è allargato a vantaggio degli istituti e a scapito dei clienti retail e delle piccole imprese, proprio nel momento in cui la politica monetaria avrebbe dovuto portare un alleggerimento generalizzato del costo del denaro.


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