In Italia, aumenta il numero di partite IVA e il fenomeno dei dipendenti che decidono di lasciare il proprio posto di lavoro sta assumendo proporzioni difficili da ignorare. Non si tratta semplicemente di una questione legata ai salari bassi: la dinamica è molto più profonda e complessa. Il futuro del sistema imprenditoriale, infatti, non si baserà più esclusivamente sulle competenze e sul know-how che le aziende cercano nei candidati. Al contrario, la vera partita si giocherà sulla capacità delle imprese di intercettare e soddisfare le nuove priorità dei lavoratori.
Oggi diversi report ci permettono di capire quali sono le aspettative (di vita e professionali) che per i dipendenti non sono più considerati dei semplici benefit, ma veri e propri punti fermi irrinunciabili.
Partite IVA in aumento in Italia: chi rinuncia al posto fisso
L’apertura di una nuova partita IVA non è più vista come un’ultima spiaggia per i disoccupati, ma come una scelta deliberata da parte di professionisti qualificati che decidono di abbandonare la sicurezza – ormai solo apparente – del lavoro dipendente. A confermare questo trend non sono solo le sensazioni, ma i numeri ufficiali dell’Osservatorio del ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF). Nel corso del 2025, in Italia sono state aperte ben 500.341 nuove partite IVA, segnando una crescita costante che riporta il Paese sui livelli record del post-pandemia.
| Indicatore Chiave (Dati MEF) | Valore / Percentuale |
| Nuove aperture totali (2025) | 500.341 (+0,4% rispetto al 2024) |
| Persone Fisiche (Liberi professionisti/Freelance) | 342.842 (il 68,5% del totale) |
| Adesione al Regime Forfettario | 242.529 soggetti (oltre 7 su 10 tra le persone fisiche) |
| Principale settore di crescita | Attività professionali, scientifiche e tecniche (16,6%) |
I dati del primo trimestre del 2026 (con ben 184.895 nuove aperture) confermano che non si tratta di una fiammata passeggera, ma di un cambiamento strutturale dell’ecosistema economico italiano. Il fenomeno riguarda da vicino due categorie principali, mosse da esigenze generazionali e professionali ben precise. Da una parte ci sono i giovani (millennial e Gen Z), che hanno scardinato l’idea del lavoro come unico elemento identitario e non cercano il posto fisso a tutti i costi ma vogliono autonomia, meritocrazia e possibilità di gestire il proprio tempo. Di fronte a modelli aziendali rigidi, la partita IVA diventa lo strumento per riprendere il controllo della propria vita.
Poi ci sono i professionisti qualificati in fuga dal micro-management. Si tratta di profili senior che scelgono il lavoro autonomo per sfuggire a contesti aziendali tossici o a leadership accentratrici. Quando un imprenditore non impara a delegare e trasforma l’azienda in un imbuto decisionale, i talenti migliori – stanchi di non poter esprimere il proprio potenziale – scelgono di mettersi in proprio.
Perché il lavoro autonomo vince sul contratto indeterminato?
La scelta di rinunciare al posto fisso risponde a un preciso calcolo costi-benefici che va oltre la semplice retribuzione netta. I lavoratori autonomi di oggi cercano:
- flessibilità reale per gestire autonomamente orari e spazio di lavoro (smart working totale) che molte PMI faticano ancora a concedere o regolano in modo troppo burocratico;
- fiducia e responsabilizzazione, lavorando per obiettivi e non per ore di presenza. Chi apre la partita IVA preferisce infatti rischiare in proprio piuttosto che subire il controllo costante di un management che naviga a vista;
- benessere psicologico, per evitare la conflittualità che sta portando alla crescita di cause legali nelle aziende. Il lavoro autonomo viene visto come un ecosistema più sano per preservare il bilanciamento tra vita privata e professionale.
Per trattenere le risorse, quindi, non basta più promettere la stabilità del contratto, ma è necessario offrire un modello organizzativo basato sulla crescita e sulla condivisione degli obiettivi.
Fuga dal posto di lavoro e cause di lavoro: ecco perché sono le due facce della stessa medaglia
Il malessere del mercato del lavoro italiano non si esprime solo attraverso le dimissioni, ma sfocia sempre più spesso nelle aule di tribunale. Il 2025 ha visto un vero e proprio boom di contenziosi, con ben 317.274 cause di lavoro. Questo dato rappresenta l’altra faccia della medaglia della fuga dei dipendenti: due fenomeni apparentemente opposti che, in realtà, nascono dallo stesso conflitto tra aziende e capitale umano. Ciò che dovrebbe essere una sinergia produttiva si è trasformato in una contrapposizione logorante per entrambe le parti.
Gli interventi del governo per garantire il salario giusto
Il legislatore ha cercato di porre un freno a questa deriva. Recentemente, la Camera dei deputati ha dato il via libera al decreto Lavoro, che introduce il concetto di “salario giusto” per garantire una retribuzione proporzionata e sufficiente, rafforzando la centralità dei contratti collettivi nazionali. La normativa stabilisce che il trattamento economico complessivo garantito ai dipendenti – comprensivo di minimo tabellare, mensilità aggiuntive e premi – debba conformarsi agli standard definiti dalle rappresentanze sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative. Il mancato rispetto di questa condizione esclude le imprese da ogni tipo di bonus, sgravio e agevolazione statale.
Nuove regole su trasparenza salariale
Accanto all’esigenza di stipendi adeguati, emerge con forza la richiesta di benessere e qualità della vita. In questa direzione si muove anche la direttiva UE 2023/970 per l’azzeramento del divario retributivo di genere, recepita in Italia con il decreto legislativo n. 96/2026 (in vigore dal 7 giugno). Questo decreto introduce regole rigide fin dalle prime fasi del reclutamento, che impongono una maggiore trasparenza negli annunci di lavoro (nei quali dovrà essere indicato subito lo stipendio assicurato) e il divieto assoluto per i datori di lavoro di indagare sulle retribuzioni precedenti dei candidati.
Quanti sono gli occupati e gli intattivi in Italia
L’Istat conferma che nel primo trimestre del 2026 l’occupazione è cresciuta soltanto tra gli indipendenti (+238 mila, +4,7% in un anno), mentre si è ridotto il numero di dipendenti a tempo indeterminato (-81 mila, -0,5%) – dopo diciotto trimestri di crescita ininterrotta – ed è proseguito anche il calo dei dipendenti a termine (-107 mila, -4,2%), seppur dimezzato rispetto allo scorso trimestre.
Nulla di nuovo. I giovani, già da un po’, si sono resi protagonisti di una vera e propria rivoluzione che ha ribaltato il paradigma a cui eravamo abituati e che vedeva nel posto fisso la risposta alle ambizioni professionali e occupazioni di chi si affacciava nel mercato del lavoro. La partita IVA non è più il piano B ma è una scelta voluta alla luce di dinamiche occupazionali che di fatto tendono a premiare chi si specializza e chi riesce a valorizzare le proprie conoscenze.
Le indagini dell’Istituto di statistica ci dicono anche che nel primo trimestre 2026 il tasso di inattività è salito al 33,8% (+1,0 punti), con un aumento più marcato tra gli uomini, nel Mezzogiorno e tra i giovani fino a 35 anni, che risulta più marcato del calo registrato tra gli over 50.
Gli errori da evitare
Di questo fenomeno ne abbiamo parlato con Paolo Iacci, Professore di Gestione delle risorse umane all’Università statale di Milano e Presidente di Eca Italia.


A Iacci abbiamo chiesto come prima cosa di immaginare di parlare a un imprenditore, magari giovane ed inesperto, che sta provando a far crescere la propria azienda: quali gli errori da non fare nella gestione delle risorse umane?
“Gli direi una cosa molto semplice: le persone non diventano importanti quando l’azienda cresce. È l’azienda che cresce grazie alle persone. Molti imprenditori dedicano attenzione ai clienti, ai prodotti, alla finanza, e rimandano la gestione delle risorse umane a quando ci sarà più tempo. Di solito scoprono troppo tardi che è stato un errore”.
Altro errore frequente è assumere qualcuno guardando soltanto il curriculum. “Le competenze tecniche – ci
spiega il Professore – sono importanti, ma si possono acquisire. Molto più difficile è insegnare curiosità, spirito di collaborazione, responsabilità e voglia di mettersi in gioco”.
Altrettanto sbagliato è pensare che le persone debbano capire da sole dove sta andando l’azienda. “Gli obiettivi vanno spiegati e condivisi – chiosa – Infine, suggerirei di imparare presto a delegare. Ho conosciuto molti imprenditori brillanti che sono diventati il principale ostacolo alla crescita della propria impresa. Un’organizzazione cresce quando il fondatore smette di voler controllare tutto e inizia a costruire fiducia attorno a sé”.
Perché la soluzione non è distribuire qualche benefit in più
Il lavoro è stato anche al centro di una rivoluzione di tipo culturale che possiamo dire che ha trovato il suo culmine nel 2022. In quell’anno si contarono quasi 2 milioni di dimissioni volontarie. Quello fu il momento in cui si iniziò a parlare della grande fuga dei dipendenti dalle aziende. Da quel momento, il flusso in uscita di dipendenti alla ricerca di migliori condizioni di lavoro è rimasto sostanzialmente costante.
Una verità universalmente riconosciuta, infatti, è che i lavoratori di oggi, specialmente quelli giovani, sono sempre più attenti al proprio benessere e al bilanciamento vita privata-vita professionale: è merito solo del Covid? “Attribuire tutto al Covid sarebbe un errore – assicura Iacci – La pandemia ha accelerato un cambiamento che era già in corso da anni. Le nuove generazioni hanno un rapporto con il lavoro diverso da quello che avevano i loro genitori. Non perché siano meno motivate, come qualcuno sostiene, ma perché attribuiscono valore anche ad altri aspetti della vita”.
Per molto tempo il lavoro è stato considerato il principale elemento identitario di una persona. “Oggi non è più così – spiega l’esperto – Le persone vogliono lavorare, crescere professionalmente e avere successo, ma
non sono più disposte a sacrificare tutto il resto. Vogliono tempo per sé, per la famiglia, per gli interessi personali e per il proprio benessere psicologico”.
Quale la reazione delle imprese a questo cambio di paradigma? “Le aziende più intelligenti – risponde Iacci – hanno capito che non si tratta di una moda passeggera. Un collaboratore sereno, motivato e coinvolto
lavora meglio di uno stressato e demotivato. Per questo il tema non è distribuire qualche benefit in più, ma
ripensare il lavoro in termini di fiducia, flessibilità e responsabilizzazione”.
“Attribuire tutto al Covid sarebbe un errore. La pandemia ha accelerato un cambiamento che era già in corso da anni. Le nuove generazioni hanno un rapporto con il lavoro diverso da quello che avevano i loro genitori. Non perché siano meno motivate, come qualcuno sostiene, ma perché attribuiscono valore anche ad altri aspetti della vita.”
Se per decenni il lavoro è stato il fulcro dell’identità sociale e personale, oggi questo paradigma è superato. I professionisti vogliono crescere e avere successo, ma non sono più disposti a sacrificare il proprio benessere psicologico, la famiglia e il tempo libero.
Le imprese più lungimiranti hanno capito che la risposta a questa emorragia di talenti non può essere superficiale. Non basta distribuire qualche benefit di facciata: è necessario ripensare il lavoro ponendo al centro fiducia, flessibilità e responsabilizzazione.
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Patrizia Penna
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