Durante le ondate di calore come quelle che nelle ultime settimane hanno interessato l’Europa c’è un parametro che merita particolare attenzione: è lo stress termico o stress da calore, che gli esperti definiscono “il carico termico netto su un individuo, tenendo conto dei parametri ambientali e personali”. È la temperatura percepita, che dipende dalle temperature effettive ma anche da umidità, vento, radiazione solare e risposta del corpo umano alle condizioni ambientali.
Uno studio ha valutato come lo stress da calore è cambiato a livello globale dal 1950. Il quadro che è emerso meriterebbe, al di là delle effimere e distratte preoccupazioni da doomscrolling, di diventare un tema pressante nell’agenda politica. La ricerca di un gruppo di scienziati dell’European Centre for Medium-Range Weather Forecasts di Reading, nel Regno Unito, è stata pubblicata su Nature Climate Change.
Un’impronta sempre più estesa
I ricercatori hanno usato l’Indice Termico Universale del Clima (UTCI), che descrive lo stress che il corpo umano sperimenta nel tentativo di mantenere l’equilibrio termico con l’ambiente esterno, per esaminare come sono cambiate, in 70 anni, le temperature estreme percepite diurne, quelle notturne e gli eventi combinati diurni e notturni.
Per quantificare lo stress da calore, il team ha fissato tre parametri: stress termico forte (temperature percepite pari o superiori a 32 gradi °C); molto forte (temperature percepite pari o superiori a 38 °C); estremo (temperature percepite pari o superiori a 46 gradi °C).
A colpire è stata innanzitutto la geografia dello stress da calore. I giorni di temperature estreme percepite sono diventati più frequenti in ogni continente. Come scrivono i ricercatori: «l’impronta spaziale del calore pericoloso si è ampliata, esponendo regioni precedentemente non colpite» (basti vedere le temperature di 35-40 °C che stanno interessando in questi giorni il Regno Unito).
«In Europa, lo stress da calore moderato inizia ora in media a metà maggio anziché all’inizio di giugno e persiste fino a quasi ottobre, mentre lo stress da calore intenso inizia a giugno anziché a luglio» aggiunge lo studio. Confrontando il decennio 2015-2024 con gli anni ’70 per cogliere l’entità del cambiamento, si vede che «le regioni subtropicali, tra cui il Nord America meridionale, l’Europa meridionale, l’Africa settentrionale e meridionale e il Sud America, registrano ora fino a 50 giorni in più all’anno con almeno un forte stress da calore» rispetto a 50 anni fa.
Italia, Spagna meridionale, Grecia e Turchia registrano oggi fino a 40 giorni in più di stress da calore forte rispetto agli anni ’70.
Lo stress termico estremo, quello che richiede interventi politici e infrastrutturali urgenti per prevenire gravi impatti sulla salute, «si verifica ora 2,5 volte più spesso in Europa e Sud America, il doppio in Nord America e rispettivamente 1,8, 1,7 e 1,2 volte più spesso in Africa, Oceania e Asia».
Notti senza riposo
Lo stress non si placa nelle ore notturne. Secondo i ricercatori, le notti tropicali, cioè quelle in cui le temperature non calano al di sotto dei 20 °C e che non permettono al corpo di riprendersi dallo stress diurno, starebbero aumentando in numero. Infatti, le temperature nelle notti più calde dell’anno stanno salendo più velocemente (0,32 °C per decennio) rispetto a quelle dei giorni più caldi (0,27 °C).
Per questo insieme di fattori, inestricabilmente legato ai cambiamenti climatici causati dalle attività umane, e per i cambiamenti demografici avvenuti negli ultimi 50 anni, oggi un miliardo di persone in più nel mondo si trova a patire almeno un giorno in più di stress termico estremo all’anno rispetto agli anni ’70.
Agire subito
Gli esperti sottolineano la necessità di mettere a punto, accanto ai piani di mitigazione, strategie di adattamento allo stress da calore a tutela della salute dei cittadini, come piani anti-caldo, sistemi di allerta e informazione precoce e di valutazione dei rischi climatici. «Non solo le temperature stanno aumentando, ma aumenta anche l’umidità, che rende le alte temperature più letali perché il sistema di condizionamento dell’aria del nostro corpo – la sudorazione – fatica a tenere il passo».
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