Parte la corsa all’AI Gigafactory europee. E sarà a ostacoli


Fischio d’inizio per la corsa europea alle AI Gigafactory, i grandi centri di supercalcolo finanziati dall’Unione europea che dovranno servire ad addestrare modelli di intelligenza artificiale, fare ricerca e aiutare startup e piccole e medie imprese a sviluppare le proprie tecnologie. L’obiettivo della Commissione è smarcarsi dalla dipendenza dai grandi operatori tech di Stati Uniti e Cina, creando un’infrastruttura che possa far germogliare campioni locali pronti a contendere la leadership ai titani della Silicon Valley, come OpenAI e Anthropic, e ai sempre più potenti modelli del Dragone, tipo DeepSeek o Kimi.

Da tempo l’Europa è consapevole del suo ritardo. Su LMArena.ai, un sito che classifica i modelli per prestazioni, le prime tre posizioni sono occupate dai modelli di casa Anthropic (rispettivamente Fable 5, Opus 5 Max e Opus 5 High), seguiti da Sol 5.6 di OpenAI e da Kimi K3 della cinese Moonshot, che nelle scorse settimane ha messo in subbuglio l’industria dei sistemi di AI generativa per le sue potenti prestazioni. Ma nemmeno scorrendo i primi 44 modelli se ne trova uno con passaporto europeo. Né tra i primi quattordici laboratori di sviluppo.

Se a questo aggiungiamo il campanello di allarme suonato lo scorso 12 giugno, quando il governo degli Stati Uniti, senza alcun preavviso, ha imposto ad Anthropic di escludere tutte le persone senza cittadinanza statunitense dall’accesso ai suoi due ultimi modelli più potenti, Fable e Mythos (restrizione revocata il 30 giugno), è chiaro come ogni giorno senza un’alternativa europea altrettanto credibile sono chilometri di distacco in una partita geopolitica ed economica in cui Bruxelles fatica ormai anche a fare da arbitro internazionale.

Nei suoi piani le AI Gigafactory devono venire in soccorso della mancanza di infrastrutture di calcolo abbastanza potenti per far decollare la ricerca e lo sviluppo di modelli di intelligenza artificiale generativa made in Europe e compensare gli investimenti miliardari che le Big tech americane stanno facendo (900 miliardi di dollari programmati solo per quest’anno per chip e affini, calcola The Economist).

La Commissione ha aperto il bando di gara per assegnare i fondi. Un terzo dell’investimento arriva dalla mano pubblica, ed è equamente ripartito tra Unione Europea e Stati partecipanti, fino a un massimo di 10 miliardi. Gli altri due terzi, quindi 20 miliardi, sono a carico dei privati, per un totale che deve raggiungere almeno 30 miliardi. Dieci in più della somma anticipata dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, durante l’AI Summit che si svolse a Parigi nel febbraio del 2025.

Al momento gran parte del budget si basa su previsioni. In questo momento Commissione, Consiglio e Parlamento stanno discutendo dell’ampiezza e delle allocazioni del prossimo quadro finanziario pluriennale dell’Unione. A Bruxelles contano di spuntare i 10 miliardi promessi. Tuttavia finora di certo c’è un miliardo su cui la Commissione può impegnarsi seriamente (e, dunque, uno aggiuntivo da parte dei 18 Stati che hanno siglato l’impegno). Per gli altri quattro comunitari (a cui poi andrebbero sommati i quattro degli Stati) occorre aspettare il via libera al bilancio di previsione futuro.

Il bando, gestito da EuroHPC, l’iniziativa comunitaria per il supercalcolo, è suddiviso in due lotti e in due fasi. Il lotto uno selezionerà fino a quattro consorzi con una capacità minima di 75mila acceleratori equivalenti per prestazioni alle Gpu H100. I processori non devono essere per forza quelli di Nvidia, il colosso del settore, presi a riferimento come standard di mercato. Questi impianti in una prima fase dovranno avere a bordo già 25mila acceleratori e il tetto di finanziamento pubblico è di un miliardo complessivo, tra fondi europei e fondi nazionali. Cechia, Danimarca, Finlandia, Francia e Polonia sono i paesi interessati ad aggiudicarsi una di queste “fabbriche dell’intelligenza artificiale”. Non tutti potranno ottenere una gigafactory. “Ci auguriamo che qualche consorzio presenti un progetto su più paesi e quindi ne possa servire più di una nello stesso momento”, commenta un funzionario della Commissione europea.

Il lotto due finanzierà impianti ancora più grandi. Richiede almeno 100mila acceleratori (40mila in fase di startup) e arriva fino a 2 miliardi pubblici per consorzio. Verranno premiati tre consorzi e i paesi che hanno avanzato una candidatura sono Germania, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna.

Francia ha già detto di voler concorrere da sola attraverso una cordata, Aion, che coinvolge gli operatori telefonici Orange e Iliad, Scaleway (cloud), il colosso dell’energia nazionale Edf, la multinazionale del digitale Capgemini, Artefact (AI), Bull (supercomputer) e il fondo Ardian.

Anche in Italia ha preso forma il consorzio capeggiato da Eni e Leonardo, con dentro anche Tim e il supporto scientifico e tecnologico di Cineca, il consorzio universitario del supercalcolo che ha già sotto la sua ala l’AI Factory insediata nel Tecnopolo di Bologna, e AI4I, la fondazione torinese dedicata all’applicazione dell’intelligenza artificiale nei processi industriali. Secondo una prima configurazione l’AI Gigafactory italiana sarebbe articolata su due poli, distribuiti tra Lombardia (dove Eni ha già un supercomputer nel polo di Ferrera Erbognone, nel Pavese) e Puglia (in un insediamento di Leonardo, vicino a Grottaglie). Anche la Germania ha iniziato a fare ricognizioni per costituire un suo polo, coinvolgendo tra gli altri il principale operatore di telefonia del Paese, Deutsche Telekom, e il gruppo Schwarz, dell’omonima famiglia, più noto al grande pubblico attraverso l’insegna dei suoi discount, Lidl, ma da tempo impegnato a costruire una rete autonoma di data center per elaborare i propri dati e quelli di terzi.

Per ottenere i fondi non basterà dimostrare di poter riempire quattro mura di chip. Da un lato la Commissione non vuole intrusioni dall’esterno, quindi l’infrastruttura deve sorgere entro i confini dell’Unione, l’azienda capofila deve avere con passaporto europeo ed essere soggetta al diritto comunitario. Sono ammessi partner di paesi “amici”, come Regno Unito o Svizzera, tra i partecipanti alla cordata. Dall’altro lato, siccome sa di non poter staccare il 100% delle somme necessarie a far funzionare le AI Gigafactory, la Commissione si aspetta di valutare business plan che dimostrino come l’impianto sta sul mercato, offrendo servizi alle imprese e ripagando così gli investimenti pubblici e privati.

Il bando si chiude il prossimo 12 novembre e le aggiudicazioni dovranno avvenire per l’inizio del 2027. La Commissione è già stata criticata per il lungo intervallo tra l’annuncio della presidente von der Leyen a Parigi e la messa in pratica. Il piano prevede che i cantieri aprano entro i primi tre  mesi del 2027. A quel punto i consorzi avranno diciotto mesi di tempo per accendere i server e diventare operativi nel 2028.

Sui tempi pesa anche l’accesso alla “materia prima” delle AI Gigafactory: i chip. La Commissione ha comunicato di aver sottoscritto tre lettere d’intenti con i principali operatori del settore, le americane Nvidia, Amd e Qualcomm, per assicurarsi che le forniture non incontrino intoppi. Un funzionario della Commissione spiega che “entro la fine della fase due, chiederemo che tutte le Gigafactory operino con uno stack software europeo, qualora le soluzioni hardware fossero ancora non europee”. “Dobbiamo semplicemente riconoscere che al momento sia Nvidia che AMD sono leader assoluti in questo settore – prosegue il funzionario – e dispongono dei prodotti di cui abbiamo bisogno se vogliamo realizzare qualcosa in tempi rapidi”. Bruxelles si aspetta anche che nella seconda fase aumenti la rosa di fornitori di hardware oltre i soliti noti della Silicon Valley, contando su soluzioni europee.

Il terzo fattore di rischio è l’energia. Non è casuale quel “giga” utilizzato per definire queste “fabbriche”, perché indica la potenza di cui hanno bisogno per funzionare. Si ragiona in termini di gigawatt e questo significa che mentre si ordinano i chip dagli Stati Uniti e si tirano su i muri per contenere i server, occorre anche assicurarsi l’allacciamento alle reti (oggi uno dei colli di bottiglia per lo sviluppo dei data center) e una fornitura garantita di energia.

Non tutti i Paesi europei hanno deciso di aspettare l’AI Gigafactory. Mistral AI, il campione dell’AI generativa europea, per esempio, ha deciso di muoversi in autonomia. A febbraio ha annunciato un investimento da 1,2 miliardi di euro in Svezia. Pochi mesi dopo ha comunicato altri 750 milioni di spese per rafforzare un data center da 44 megawatt a sud di Parigi da aprire entro la fine dell’anno. Anche i Paesi Bassi, che si erano interessati all’iniziativa comunitaria, hanno rotto gli indugi. La società olandese Volt ad aprile ha comunicato che investirà in un data center da 800 megawatt a Rotterdam per lo sviluppo dei grandi modelli di AI.

C’è poi un ultimo e più cruciale fattore. Chi userà tutta questa potenza di calcolo? La febbre da bolla speculativa dell’AI in Borsa nasce proprio da questo cruccio: che le Big Tech stiano spendendo troppo per infrastrutture che le aziende non usano ancora o per le quali non sono disposte a pagare le tariffe che servirebbero a rientrare dei costosi investimenti. Lo stesso vale per l’Europa. La media europea delle aziende che adottano soluzioni di AI è del 20%. La lettura della Commissione europea è che abbiano bisogno di infrastrutture accessibili e sicure e per questo le AI Gigafactory sono la risposta giusta per aumentare la percentuale in breve tempo. Bruxelles dovrà dimostrare di averci visto lungo.


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 Luca Zorloni

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