L’emissario del Lago di Nemi è un’antica opera idraulica sotterranea dei Colli Albani, la cui origine è ancora avvolta nel mistero. Nel Novecento fu fondamentale per la regolazione del lago e soprattutto per il recupero delle navi romane di Nemi, riportate alla luce tra il 1928 e il 1932.
L’esistenza di antiche opere artificiali nel sottosuolo ha attirato per decenni l’interesse di studiosi e ricercatori che, grazie ai progressi compiuti dalla speleologia, hanno potuto ampliare e approfondire le indagini su uno dei capolavori sotterranei più affascinanti del nostro territorio. L’emissario del Lago di Nemi, infatti, rappresenta una delle più importanti opere idrauliche dell’area dei Colli Albani, oggetto di una vasta attività di ricerca e di esplorazione.
Alla fine degli anni Novanta un gruppo di ricercatori formatosi a Roma, dopo aver completato lo studio dell’antico acquedotto di Palestrina, decise di dedicarsi all’analisi dell’Emissario del Lago di Nemi. Sebbene l’opera fosse già conosciuta, le nuove osservazioni emerse durante queste indagini, sollevarono interrogativi inediti e di difficile interpretazione.
Per approfondire la questione, i ricercatori raccolsero e organizzarono tutta la documentazione disponibile, conducendo parallelamente nuove esplorazioni e indagini dirette all’interno del condotto.
Dai crateri vulcanici agli emissari sotterranei
A circa venti chilometri a sud-est di Roma si estende il complesso dei Colli Albani, formato dai resti del Vulcano Laziale, l’ultimo e più meridionale dei grandi vulcani dell’Italia centrale. La sua attività si protrasse per circa 700.000 anni e terminò circa 40.000 anni fa con una fase caratterizzata da violente esplosioni idromagmatiche.
Con la cessazione dell’attività vulcanica, numerosi crateri si riempirono progressivamente d’acqua, dando origine a diversi laghi vulcanici. Tuttavia, l’intervento umano modificò profondamente il paesaggio originario attraverso la realizzazione di emissari sotterranei destinati al controllo delle acque. Tra questi, gli emissari dei laghi di Albano e Nemi rappresentano gli esempi più importanti per dimensioni e complessità.
Un enigma di oltre duemila anni
Mentre numerose fonti antiche attribuiscono l’emissario del lago Albano a un’opera romana del IV secolo a.C., le stesse fonti non forniscono informazioni sull’Emissario di Nemi. Questo silenzio risulta particolarmente sorprendente, considerando l’importanza dell’opera.
Già nel 1795 l’abate Emanuele Lucidi, basandosi sulle caratteristiche costruttive del condotto, avanzò l’ipotesi di un’origine preromana, collegandola allo sviluppo dell’antico abitato di Ariccia.
Anche l’archeologo Filippo Coarelli, docente di Storia romana e di Antichità greche e romane all’Università di Perugia, ha proposto una datazione molto antica dell’emissario, collocandone la costruzione tra la fine del VI e l’inizio del V secolo a.C. Secondo questa interpretazione, la realizzazione del condotto avrebbe reso disponibile l’area ai piedi dell’attuale abitato di Nemi, consentendo l’insediamento del santuario di Diana sulle rive del lago.
Questa cronologia non appare incompatibile con altre importanti opere di bonifica e drenaggio attribuite al medesimo periodo storico.
Il percorso delle acque e le caratteristiche tecniche del condotto
L’emissario di Nemi fa parte di un complesso sistema di regolazione idraulica che interessa i crateri di Nemi e Ariccia.
Le acque raccolte dallo sfioro del lago di Nemi vengono convogliate attraverso una galleria sotterranea lunga circa 1.650 metri fino alla parte settentrionale del cratere di Ariccia. Da qui un canale di circa 2.100 metri conduce le acque a un secondo emissario sotterraneo lungo circa 600 metri, che supera il bordo del cratere e riversa l’acqua nella campagna circostante.
Successivamente le acque confluiscono in un fosso che, dopo un percorso di circa 15 chilometri attraverso Cecchina, Fontana di Papa e Ardea, raggiunge il Mar Tirreno con il nome di Fosso dell’Incastro.
Le indagini hanno evidenziato che il condotto fu scavato contemporaneamente dalle due estremità. Il punto d’incontro dei due tronconi è ancora riconoscibile grazie a un dislivello di circa due metri tra il tratto proveniente dal lago e quello scavato dal versante di Vallericcia.
Questa tecnica costruttiva trova confronti sia nel celebre condotto dell’isola di Samo, ricordato da Erodoto, sia nell’Emissario del Lago Albano. In particolare, Samo, nel VI sec. a.C., divenne celebre per il tunnel di Eupalino, un’opera idraulica straordinaria per l’epoca. Erodoto lo cita nelle Storie come esempio dell’ingegno dei Sami. Si tratta di un condotto scavato nella montagna da due squadre che si incontrano al centro, cosa rarissima allora.
Secondo le osservazioni riportate da Emilio Giuria nel 1909, il cunicolo presenta generalmente un’altezza compresa tra uno e due metri e una larghezza di circa un metro. Lo studioso segnalò inoltre la presenza di pozzi verticali utilizzati durante lo scavo per l’estrazione del materiale e il ricambio dell’aria. È tuttavia interessante notare come i pozzi noti siano soltanto due, una caratteristica piuttosto singolare in rapporto allo sviluppo complessivo dell’opera.
Le navi sommerse di Nemi e il ruolo dell’Emissario
Per molti secoli l’emissario rimase quasi inesplorato. La sua importanza tornò alla ribalta nel 1928, quando venne avviato il progetto di abbassamento del livello del lago di oltre venti metri per recuperare le celebri navi recuperare le celebri navi romane di Caligola (I secolo d.C.), rimaste sul fondale per quasi duemila anni.
In quell’occasione il condotto venne nuovamente indagato e in parte riattivato, adattandolo alle esigenze moderne di drenaggio. L’acqua pompata dal lago venne infatti convogliata attraverso l’emissario, che tornò così a svolgere una funzione decisiva nel controllo del livello idrico e nella riuscita dell’intera operazione di recupero.
L’emissario continuò a funzionare come principale regolatore del livello delle acque fino agli anni Ottanta del Novecento. Successivamente il livello del lago diminuì a causa dell’intenso sfruttamento delle falde acquifere da parte delle stazioni di pompaggio presenti sul territorio, riducendo progressivamente la sua funzione originaria.
Le testimonianze degli studiosi tra certezze e interrogativi
L’emissario di Nemi compare raramente nelle fonti storiche. Strabone ne fa un breve cenno, lasciando intendere che il sistema fosse già funzionante all’inizio dell’era cristiana.
A partire dal XVII secolo diversi studiosi si interessarono all’opera. Athanasius Kircher (1602-1680), gesuita e studioso tedesco, nel 1669 formulò alcune ipotesi sul suo funzionamento e sui possibili collegamenti con il Lago Albano. Francesco Eschinardi (1623–1703), gesuita e ingegnere, criticò successivamente tali interpretazioni, ritenendole incompatibili con la conformazione del territorio.
Emanuele Lucidi, canonico di Ariccia e storico locale attivo nella seconda metà del XVIII secolo, sostenne invece l’origine preromana dell’opera, evidenziando l’assenza di testimonianze antiche che ne attribuissero la costruzione ai Romani.
Nel 1820 Carlo Fea fornì una delle prime descrizioni dirette dell’emissario, sottolineandone la semplicità architettonica rispetto al più monumentale Emissario del Lago Albano.
Infine, Emilio Giuria, all’inizio del Novecento, contribuì in modo decisivo al recupero dell’interesse per l’opera, proponendo l’utilizzo dell’antico condotto per il recupero delle navi romane del lago. La sua intuizione si concretizzò alcuni anni più tardi quando, tra il 1928 e il 1932, il ripristino dell’emissario consentì di abbassare il livello delle acque e di riportare alla luce le monumentali imbarcazioni, nell’ambito delle operazioni dirette dall’ingegnere Guido Ucelli.
L’Emissario del Lago di Nemi rappresenta una straordinaria testimonianza dell’ingegno con cui le popolazioni antiche intervennero sul territorio per controllare le risorse idriche e modificare l’ambiente naturale. Sebbene la sua origine rimanga ancora oggetto di discussione, la complessità tecnica dell’opera e la sua lunga storia ne fanno uno dei più significativi esempi di ingegneria idraulica antica presenti nei Colli Albani.
Fonti:
Opera Ipogea. Alla scoperta delle antiche opere sotterranee, n. 2/3, Speciale Colli Albani. «L’emissario del Lago di Nemi. Ipogei di Ariccia, Albano e Nemi». Genova, Erga Edizioni, 2003. Società Speleologica Italiana, Commissione Nazionale Cavità Artificiali.
Ringraziamenti
L’autore desidera esprimere un sentito ringraziamento a Riccardo Bellucci e all’Associazione Arco di Diana per la disponibilità, il supporto e le preziose informazioni fornite nel corso della ricerca.
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Tiziana Ilari
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