Nel piccolo cimitero di Châu Ninh, tra i frutteti del delta del Fiume Rosso, in Vietnam, oltre quattromila famiglie di contadini sono state costrette a esumare i resti degli antenati prima che le ruspe spianassero campi, case e sepolture. Al loro posto, su novecento ettari di terra espropriata in cambio di pochi dollari, sorgeranno tre campi da golf, ville e alberghi di lusso nel nome di Donald Trump.
Il progetto del resort da 1, 5 miliardi è l’ultimo tassello della “diplomazia del mattone” di Donald Trump: mentre i governi trattano con la Casa Bianca, l’impero immobiliare della famiglia del presidente si allarga sui loro territori. Dalle risaie del Vietnam alle spiagge dell’Albania, dalla torre a Tbilisi ai resort delle monarchie del Golfo, l’espansione immobiliare della famiglia Trump segue con impressionante precisione la geografia della politica estera americana. Non esiste, finora, la prova di uno scambio diretto tra decisioni della Casa Bianca e concessioni immobiliari, ma l’intreccio è evidente: governi e imprenditori locali procurano terreni, autorizzazioni e capitali, la famiglia del presidente mette il nome Trump e incassa licenze.
Il modus operandi
Il modello si vede con chiarezza in Vietnam. La Trump Organization non finanzia il progetto né gestisce gli indennizzi: il socio vietnamita ha pagato cinque milioni di dollari per il marchio e amministrerà il golf club. È la tempistica a moltiplicare i sospetti: Hanoi ha dato l’approvazione definitiva il 16 maggio 2025 mentre negoziava con Washington per evitare i dazi minacciati da Trump, tre giorni prima del secondo round dei colloqui commerciali. La cerimonia di avvio dei lavori, con Eric Trump e il premier vietnamita Pham Minh Chinh, è arrivata nel mezzo di quei negoziati. Il meccanismo si ripete in altri dodici casi. La Trump Organization raramente costruisce con denaro proprio: concede il marchio, talvolta gestisce l’albergo o il golf club, e incassa una commissione più royalties. A Dubai il nome è concesso in licenza all’impresa saudita Dar Global, che costruirà una Trump Tower annunciata due settimane prima che Trump fosse ricevuto negli Emirati dal presidente Mohammed bin Zayed. La stessa società sviluppa in Oman un complesso da quattro miliardi di dollari, con hotel, ville e golf club. Donald Trump ha affidato la gestione dell’impero ai figli, ma non ha venduto le proprie partecipazioni: i beni restano in un trust del quale è beneficiario, e i guadagni della presidenza rimangono suoi. Nel 2025 le iniziative immobiliari straniere hanno prodotto circa 59 milioni di dollari in licenze, quasi il doppio dell’anno precedente.
il reportage
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Nei Paesi del Golfo
Il confine tra società privata e potere pubblico nei Paesi del Golfo diventa spesso impercettibile. In Qatar, il Trump International Golf Club e alcune ville rientrano nello sviluppo di Simaisma, realizzato anche da Qatari Diar, società statale. L’accordo è stato firmato due settimane prima che Trump arrivasse a Doha e incontrasse l’emiro Tamim bin Hamad al-Thani, poco prima del viaggio presidenziale in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati, durante il quale Trump ha negoziato investimenti, forniture militari ed energia. Doha ospita una delle principali basi americane in Medio Oriente ed è mediatore nei negoziati con l’Iran e su Gaza: il marchio del presidente entra in un progetto controllato da uno Stato la cui sicurezza dipende dalla Casa Bianca.
In Arabia Saudita il rapporto è ancora più esteso. Dar Global e la Trump Organization hanno annunciato dieci miliardi di dollari di nuovi sviluppi tra Riyadh e Gedda, meno di due mesi dopo la visita del principe ereditario Mohammed bin Salman alla Casa Bianca. A Diriyah sorgeranno il Trump National Golf Course e un Trump International Hotel; a Gedda il Trump Plaza e una Trump Tower. Gli affari procedono insieme al consolidamento dell’alleanza tra Trump e il principe ereditario, dal vertice di Riad alla firma a Washington dell’accordo strategico di difesa, fino alla cooperazione militare e alla gestione della crisi iraniana.
Dar Global è il veicolo principale dell’espansione: Dubai, Oman, Qatar, Arabia Saudita e, ora, Maldive, dove progetta un Trump International Hotel con ville sul mare, puntando a raccogliere fino al 70 per cento del capitale con token digitali venduti anche a piccoli investitori americani, annunciato alla vigilia dell’incontro alla Casa Bianca tra Trump e Mohammed bin Salman.
Nei Balcani
Al di fuori della Trump Organization si muove un secondo impero, quello del genero di Trump, Jared Kushner. In Albania, la sua Affinity Partners promuove resort sull’isola di Sazan, ex base militare, e sulla costa di Zvërnec, vicino alla laguna protetta di Vjosa-Narta. Il governo di Edi Rama ha attribuito al progetto lo status di investimento strategico. Migliaia di persone hanno dato vita alla “Rivoluzione dei fenicotteri”, denunciando il rischio per le zone umide e gli animali protetti. Per il governo albanese il progetto è un segnale di accesso privilegiato agli Stati Uniti; per gli oppositori, la prova di uno Stato disposto a compiacere un investitore legato alla Casa Bianca.
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Lo stesso schema si era manifestato in Serbia, dove Affinity aveva ottenuto un contratto di 99 anni per trasformare l’ex quartier generale dell’esercito jugoslavo, bombardato dalla Nato nel 1999, in hotel, appartamenti e uffici, incluso un albergo a marchio Trump. Dopo mesi di proteste e un’inchiesta su documenti falsificati per cancellare la tutela del sito, protetto come bene culturale, Kushner ha abbandonato il progetto.
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Nel Caucaso
In Georgia il progetto è direttamente della Trump Organization: la Trump Tower Tbilisi dovrebbe diventare, con settanta piani, l’edificio più alto della capitale, su un’area appartenuta al fondo Cartu, legato a Bidzina Ivanishvili, colpito da sanzioni statunitensi tuttora in vigore per il suo ruolo nell’allontanamento della Georgia dall’Occidente e nell’avvicinamento a Mosca. Per il gruppo dirigente georgiano, la torre vale come certificazione americana, mentre i rapporti con Washington restano deteriorati.
Il meccanismo si è ripetuto in Indonesia, con un resort vicino a Giacarta che ha ricevuto lo status di zona economica speciale e i cui campo da golf, hotel e residenze sono gestiti dalla Trump Organization, anche se il ministero dell’Ambiente ha fermato i lavori per problemi idrici.
L’India è ormai il maggiore mercato straniero del marchio, con nove progetti tra Mumbai, Pune, Gurugram e Calcutta, a cui si è aggiunto il Trump World Center di Pune, primo complesso commerciale del gruppo nel Paese, mentre Washington negozia con Modi su dazi, commercio ed energia. In Romania è stata annunciata una Trump Tower a Bucarest e uno sviluppo golfistico in Transilvania, dopo lo scontro tra Washington e l’Unione europea sull’annullamento delle elezioni presidenziali romene.
In Israele, infine, la Trump Organization ha condotto colloqui preliminari per gestire e dare il nome al Sarona Hotel di Tel Aviv, una struttura di 47 piani e circa ottocento camere, mentre si moltiplicano gli incontri alla Casa Bianca tra Trump e Netanyahu, in uno dei Paesi maggiormente dipendenti dalle sue decisioni militari e diplomatiche.
Presi singolarmente, i progetti possono apparire normali contratti commerciali conclusi dai figli di un imprenditore diventato presidente. Considerati insieme, disegnano invece una rete immobiliare che cresce nei Paesi sottoposti alle decisioni americane su dazi, armi, sanzioni e protezione militare. I partner locali mettono terreni, capitali e autorizzazioni; la famiglia Trump mette il marchio, trasferisce agli altri i rischi e trasforma la prossimità alla Casa Bianca in royalties.
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Monica Perosino
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