L’intelligenza artificiale alla Spezia viaggia nel mondo delle imprese a due velocità: c’è chi padroneggia lo strumento, o meglio l’ambiente come lo definisce il sociologo Magatti, e chi invece lo guarda ancora con ostilità. Il perché risiede anche negli interrogativi che si è posta la Confartigianato della Spezia nell’ambito delle iniziative legate agli ottant’anni dalla sua fondazione e della tavola rotonda ospitata in Prefettura con Paolo Figoli, presidente Confartigianato della Spezia, Mauro Magatti, professore ordinario di Sociologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e Marco Casarino, segretario generale Camera di commercio Riviere di Liguria moderati da Nicola Carozza, giornalista e vicedirettore Confartigianato.
A margine dell’evento, sollecitato a riflettere sull’impatto che questa tecnologia esercita sulle persone e sul rischio di una sua demonizzazione, proprioil professor Mauro Magatti ha spiegato che la direzione di questa transizione “dipenderà da noi, è un po’ più che uno strumento, è un ambiente che tocca dimensioni importanti come il linguaggio e il pensiero, andrà per il bene o andrà per il male in rapporto a quello che le nostre comunità, le nostre organizzazioni, le nostre imprese, i nostri territori, le nostre scuole, dal modo in cui questi soggetti si rapporteranno all’intelligenza artificiale”. Il nodo cruciale risiede nella scelta della traiettoria da intraprendere. “Il punto fondamentale è che l’intelligenza artificiale ci può sottrarre, prendere il nostro posto e quindi in qualche modo renderti tutti un po’ più stupidi, e questa è la deriva sbagliata”, ha avvertito il professore, “oppure se noi investiamo sull’intelligenza delle persone, delle organizzazioni dei territori, possiamo avere uno strumento, un ambiente che ci permetterà di fare cose che non possiamo fare, però questa è una scelta strategica, quindi dobbiamo investire sulle nostre intelligenze e dobbiamo capire come fare, che non è propriamente facile”.
Sempre a margine dei lavori, allargando lo sguardo al contesto nazionale e provinciale, il sociologo ha evidenziato come la transizione si trovi ancora in una fase embrionale, con una crescita rapidissima a cui si affiancano molti interrogativi aperti: “Siamo ancora abbastanza all’inizio, perché quella che chiamiamo intelligenza artificiale è comparsa 3 o 4 anni fa, sta crescendo rapidamente, si sta cominciando a utilizzarla, sono annunciate anche delle trasformazioni importanti, ci sono dei dubbi anche sulla redditività economica di questi nuovi strumenti, sulla sostenibilità ecologica, quindi è ancora tutto un po’ aperto”. L’Italia sta prendendo coscienza della portata della sfida, ma l’azione appare frammentata all’interno di un quadro europeo privo di una strategia definita. La necessità primaria diventa quindi quella di superare gli opposti estremismi emotivi: “speriamo però rapidamente che superiamo sia l’entusiasmo di chi dice che l’intelligenza artificiale farà meraviglie, sia le paure di chi dice che l’intelligenza artificiale distruggerà tutto, dobbiamo contenere queste due emozioni e cominciare a lavorare e capire come usarla”.
Anche sul piano locale, le risposte del tessuto produttivo raccolte a margine dell’incontro mostrano dinamiche differenti a seconda delle dimensioni aziendali. Marco Casarino ha tracciato una linea di demarcazione netta: “È difficile dare una risposta che valga per tutti, evidentemente c’è un livello diverso di introduzione, di utilizzo, se parliamo delle grandi gruppi o delle aziende che fanno parte di gruppi importanti e se invece parliamo di imprese piccole e medio piccole, in questo caso nelle micro e piccolissime imprese, ancora questo passaggio epocale a una modalità diversa di gestire complessivamente le relazioni aziendali”. L’introduzione della tecnologia non si esaurisce in compiti puramente operativi, “perché non è solo un problema di costruire documenti, oppure quello di effettuare presentazioni o di essere agevolati nei calcoli, che sono cose, ma è proprio una modalità diversa di gestire il complesso delle relazioni, della comunicazione e della produzione di concetti, pensieri dentro le aziende e ripeto, la differenza va proprio questa, nelle grandi aziende c’è un processo avviato, nelle piccole e piccolissime aziende questo invece deve essere ancora completato e in alcuni casi siamo proprio all’inizio”.
Per rispondere a questa spinta all’omologazione, a margine della tavola rotonda il mondo dell’artigianato spezzino ha ribadito il valore dell’intelligenza artigiana. Paolo Figoli ha richiamato con forza questo concetto, spiegando che “l’artigiano non dimentica mai di operare con le proprie mani, di fare oggetti che sono unici, quindi l’intelligenza artificiale ci porta a standardizzare tutto. Cioè tutti pensano di essere dei superiori con l’intelligenza artigiana, ma sono tutti standardizzati perché alla fine la moda è quella, l’andare in vacanza in un posto diventa quello, tutto per seguire appunto quello che l’intelligenza artificiale più o meno abbastanza subdolamente ci inculca. Invece noi ci vogliamo distinguere, per questa nostra intelligenza artigiana che riteniamo che sia fondamentale per la nostra associazione e tutti quelli che rappresentiamo”. Un valore, questo, che ha ricevuto un importante riconoscimento anche da Papa Francesco durante l’udienza nazionale rievocata dal presidente: “Volevo ricordare che nel 2024 andammo 7.000 imprenditori e dirigenti di confartigianato da Papa Francesco e lui ci disse, voi producete, voi lavorate con le mani, le macchine producono in serie, qui si capisce questa differenza che l’artigiano fa, vediamo anche nel mondo i prodotti artigianali, anche i grandi produttori dello stile e della moda si fregiano di produzione, di artigianalità, di made in Italy e questo per noi è un grande orgoglio”. Per la realtà spezzina, la salvaguardia di questa distinzione rappresenta la chiave del futuro, “perché significa che questa distinzione che noi continuiamo a portare avanti ma è quella che appunto permetterà all’artigiano di mantenere comunque una produzione che va al di l della standardizzazione, che va al di là del prodotto di massa ma si identifica proprio per un prodotto fatto su misura particolare e che porta alto il made in Italy in tutto il mondo”.
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Chiara Alfonzetti
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