Eustachio Nicoletti, Segretario Generale Spi Cgil Matera in una nota esprime alcune riflessioni sul ruolo della città di Matera alla luce della grave crisi umanitaria registrata nei giorni a Ceuta e la complessa questione diplomatica internazionale. Di seguito la nota integrale.
La città di Matera, riconosciuta come “Capitale del Mediterraneo per la cultura e il dialogo”, non può rimanere indifferente ai recenti eventi verificatisi a Ceuta. Si tratta di una profonda contraddizione geopolitica ed etica. Un evento gestito con un’azione politica che ha dato luogo a una grave crisi umanitaria e a una complessa questione diplomatica internazionale derivante dall’uso strumentale dei migranti per esercitare pressione politica sulla Spagna, accusata di mantenere relazioni politiche con il Fronte Polisario per la lotta per l’indipendenza del Sahara Occidentale.
Decine di migliaia di persone (tra 50.000 e 60.000 ingressi) hanno invaso Ceuta eludendo i punti di controllo o le barriere marittime a nuoto, mentre molti altri hanno attraversato le recinzioni terrestri sotto lo sguardo delle forze di sicurezza locali; ci sono stati diversi casi di annegamento e molti feriti. Il governo spagnolo, guidato da Pedro Sánchez, ha dispiegato l’esercito e la Guardia Civile per controllare il territorio e mantenere l’ordine e avviato le procedure d’emergenza per il rimpatrio immediato della maggior parte degli arrivi verso il Marocco.
La crisi di Ceuta ha oltrepassato i confini spagnoli, avviando un vivace dibattito all’interno dell’Unione Europea. A Roma, si è aperto un acceso confronto sulle politiche di sicurezza dei confini esterni della comunità, con proposte avanzate da membri del governo (inclusa la sospensione temporanea dell’accordo di Schengen) per sollecitare l’UE a un’azione coordinata nella protezione delle frontiere esterne.
Una situazione che ha messo in luce l’esistenza di due facce del Mediterraneo. Da un lato, quello ideale associato alla Capitale della cultura e del dialogo – “ponte tra le sponde, scambio, inclusione, diritti, coesistenza pacifica” – e dall’altro, i fatti di Ceuta (2005-2021-2026) – “barriera e militarizzazione, crisi migratoria e geopolitica, respingimenti e tensione”.
Si evidenzia così una frattura tra retorica e realtà. Mentre le istituzioni celebrano cultura e dialogo come strumenti di integrazione mediterranea, i fatti di Ceuta dimostrano come spesso l’approccio securitario superi l’elemento umano. Il dialogo culturale rischia di rimanere un’astrazione teorica se non si affrontano le disuguaglianze strutturali che spingono migliaia di individui verso le frontiere europee.
Il confine diventa quindi il luogo di prova del dialogo, poiché, se una “Capitale del Mediterraneo” vuole realmente incarnare i valori del dialogo e della coesistenza, la sua efficacia non si misura solo attraverso festival o conferenze accademiche, ma nella capacità di dare risposte concrete ai drammi umani che si verificano alle frontiere fisiche.
Ceuta dimostra che il Mediterraneo non è solo un pool di patrimonio condiviso, ma una frontiera attiva dove la dignità umana e i diritti dei migranti sono messi alla prova, richiedendo un dialogo politico ed etico autentico che superi la logica dell’emergenza permanente.
Il Marocco è diventato un protagonista in dinamiche e operazioni politiche populiste, sia nell’ambito esterno (nella politica europea e mondiale) sia in quello interno e geopolitico, in cui la figura del Re (Mohammed VI) rappresenta un limite invalicabile al monopolio della legittimità religiosa e politica (Commander dei Credenti), ponendosi al di sopra dei partiti e assorbendo o redirigendo le tensioni sociali prima che queste si trasformino in sovversione populista.
La questione sollevata tocca il cuore di uno dei più significativi dilemmi etici e politici della diplomazia delle città: fino a che punto una comunità locale, investita di un ruolo culturale internazionale, deve o può esprimere una posizione riguardo ai fatti di geopolitica e ai diritti umani?
La risposta si articola su diversi livelli, considerando sia il valore simbolico di Matera che la sua identità e responsabilità culturale.
Matera non è soltanto un comune italiano, ma rappresenta la Capitale Europea della Cultura, emblema di riscatto e di dialogo nel Mediterraneo (anche attraverso gemellaggi e collaborazioni con realtà del Marocco, come Tétouan).
Tacere riguardo ai drammi che si consumano alle frontiere mediterranee rischia di ridurre la “diplomazia culturale” a una semplice facciata, minimizzando la storia di Matera – caratterizzata dalla solidarietà comunitaria dei Sassi (il vicinato) e dalla riflessione sul riscatto degli ultimi (da Carlo Levi in poi) – mentre, al contrario, la grave situazione la invita quasi naturalmente a diventare portavoce della difesa dei diritti umani, al di là delle convenienze diplomatiche.
La cultura come spazio di verità. Il dialogo tra le sponde del Mediterraneo non limitato alla celebrazione del patrimonio comune, ma il coraggio di affrontare le “ferite aperte”, come la militarizzazione dei confini e l’uso strumentale dei migranti per uso politico.
Non si tratta di un pronunciamento di condanna di natura strettamente politica (compito delle istituzioni nazionali ed europee), ma la città di Matera dovrebbe manifestarsi attraverso la forma che le è più consona: la cultura e il dialogo critico.
Un ruolo attivo degno della designazione di Capitale europea della cultura 2028 e Capitale del Mediterraneo della cultura e del dialogo attraverso la:
1. Creazione di spazi per il dibattito pubblico: forum e incontri internazionali sul tema del “confine mediterraneo”, invitando intellettuali, sociologi e attivisti sia europei che marocchini.
2. Centralità della dignità umana: sottolineare che ogni cooperazione tra le sponde del Mediterraneo deve basarsi sulla tutela dei diritti fondamentali e dei migranti, come condizione indispensabile per ogni autentica “alleanza delle culture”.
3. Esercizio della “persuasione” culturale: sfruttare il potere del gemellaggio non per compiacere i governi, ma per stimolare la società civile dei Paesi partner a confrontarsi sui temi della democrazia, della trasparenza, delle religioni e dei diritti umani.
Solo all’interno di questa cornice valoriale, il titolo di Capitale del Mediterraneo per la cultura e il dialogo (iniziativa dell’Unione per il Mediterraneo – UpM), nel dialogo euro-mediterraneo di Matera e il Marocco troverebbe coerenza nella cooperazione tra città e territori, nella creazione di ponti culturali contro le barriere politiche e nello sviluppo sostenibile e inclusione sociale.
Il Marocco, crocevia culturale, con la sua duplice anima atlantica e mediterranea e con il suo ruolo storico di collegamento tra Europa e Africa subsahariana, rappresenterebbe un interlocutore essenziale per qualsiasi progetto di dialogo interculturale nel bacino mediterraneo.
Matera, esempio di diplomazia culturale. Un laboratorio naturale dove la sponda Nord (l’Europa) e la sponda Sud (il Nord Africa) possono incontrarsi al di fuori di logiche meramente economico-militari, ponendo al centro l’arte, il patrimonio comune e la sostenibilità urbana.
Inoltre, la visione di Capitale del Mediterraneo per la cultura e il dialogo troverebbe le sue radici nei “fondamenti dei fondamenti”: la trama antropologica, filosofica e geopolitica che vede il Mediterraneo non come un mare che separa, ma come un continente liquido che unisce sponde che sembrano distanti, il materiale comune (la pietra, l’acqua, il paesaggio), la storia di riscatto delle periferie e l’esigenza etica di trasformare il Mediterraneo da confine militarizzato a spazio di coesistenza e diplomazia culturale.
Un’affinità materiale e simbolica legata all’abitare (i Sassi e la Ksar), dove:
· l’architettura rupestre di Matera (i Sassi) condivide con le strutture tradizionali del sud del Marocco (gli ksour e le kasbah in terra e pietra) una medesima filosofia abitativa (adattamento simbiotico all’ambiente arido e scosceso);
· la cultura della vicinanza (il vicinato e la medina) sono spazi urbani progettati per favorire la cooperazione comunitaria, la gestione condivisa delle risorse scarse (come l’acqua) e il dialogo quotidiano tra le famiglie;
· la pietra e il deserto, in cui la resilienza umana si confronta con l’ostilità del territorio, trasformano la scarsità materiale in un patrimonio culturale immateriale di grande valore.
Un’affinità socio-politica che comprenda il riscatto dalla “vergogna” e la rinascita culturale. Matera, da “vergogna nazionale” per le precarie condizioni igienico-sanitarie dei Sassi, è diventata Capitale Europea della Cultura nel 2019, mentre il Marocco con il percorso di rigenerazione delle sue medine e delle sue oasi, trasformando aree marginalizzate in centri di cultura e patrimonio dell’umanità.
Un auspicio che, purtroppo, sembra essere naufragato nella riproposizione di iniziative/eventi circoscritti e rarefatti, oltre che estemporanei non in grado di costruire metodi e progetti strutturati in grado favorire il “dialogo” tra le civiltà del Mediterraneo.
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