La fine del pensionamento anticipato e l’inizio delle pensioni obbligatorie basate sul capitale: pensioni basate sul capitale, aliquote contributive e il lungo cammino verso l’equità intergenerazionale



Lavorare fino a 68 anni? Il piano radicale in 33 punti per salvare il nostro sistema pensionistico è pronto

Il modello svedese sta arrivando: chi trarrà vantaggio dal nuovo sistema pensionistico azionario e chi ne sarà svantaggiato?

Il sistema pensionistico pubblico tedesco si trova ad affrontare una svolta storica. Di fronte a una società in rapido invecchiamento e a costi in continua crescita, il governo federale guidato dal cancelliere Friedrich Merz sta pianificando la più significativa riforma del sistema di sicurezza sociale degli ultimi decenni. Al centro del controverso piano in 33 punti della Commissione Pensioni: la fine del pensionamento anticipato senza detrazioni, un’età pensionabile legata all’aspettativa di vita e l’introduzione di un sistema pensionistico obbligatorio “a capitalizzazione” sul modello svedese. A partire dal 2028, i contribuenti verseranno gradualmente fino al 2% del loro stipendio lordo in un fondo azionario gestito dallo Stato. Ma mentre i sostenitori vedono in questo sistema a capitalizzazione un’ancora di salvezza contro il collasso del sistema, i sindacati e le organizzazioni di assistenza sociale mettono in guardia contro gli enormi oneri aggiuntivi per i lavoratori e il persistente conflitto generazionale. Una cosa è certa: il silenzio politico degli ultimi anni è giunto al termine, con conseguenze finanziarie di vasta portata per ogni singolo individuo.

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Il sistema pensionistico tedesco si trova ad affrontare la sua più profonda ristrutturazione dall’introduzione della pensione dinamica nel 1957. La Commissione per la sicurezza pensionistica, nominata dal Cancelliere Friedrich Merz, ha presentato il suo rapporto finale con 33 raccomandazioni il 23 giugno 2026. Il fulcro: una pensione di capitale obbligatoria basata sul modello svedese, combinata con un graduale aumento dell’età pensionabile, l’abolizione del pensionamento anticipato senza detrazioni e l’ampliamento della base contributiva. Ciò che a prima vista appare come una questione tecnica di finanziamento si rivela, a un esame più attento, il più grande progetto di politica pensionistica nella Repubblica Federale degli ultimi decenni, con significative conseguenze economiche, sociali e distributive.

Pressione demografica: perché continuare come al solito non è un’opzione

Il sistema di previdenza complementare a ripartizione si basa su un principio semplice: la generazione attualmente attiva finanzia direttamente le pensioni dei pensionati di oggi e, così facendo, si assicura i propri diritti per il futuro. Questo meccanismo, noto come contratto generazionale, funziona senza intoppi finché il rapporto tra contribuenti e beneficiari di pensione rimane stabile. Tuttavia, proprio questo principio è sottoposto a forti pressioni a causa dei cambiamenti demografici.

La popolazione tedesca sta invecchiando più rapidamente di quasi tutte le altre economie al mondo. La numerosa generazione dei baby boomer sta gradualmente andando in pensione, mentre le generazioni più giovani sono significativamente meno numerose. Ciò ha un impatto diretto sulle finanze del sistema pensionistico pubblico. L’aliquota contributiva è attualmente pari al 18,6% della retribuzione lorda, una cifra che, secondo le previsioni dell’ente previdenziale tedesco, potrà essere mantenuta a questo livello solo fino al 2027. Dal 2028 in poi, si prevede un forte aumento al 19,8% o addirittura al 19,9%. L’amministratore delegato dell’ente previdenziale tedesco, Alexander Gunkel, parla esplicitamente di un “balzo estremo dell’aliquota contributiva”. Entro il 2039, l’aliquota contributiva potrebbe salire al 21,2%.

Questo sviluppo non sorprende. La demografia è la più prevedibile tra tutte le variabili economiche. Per decenni, i governi federali di vari orientamenti politici hanno mascherato i problemi strutturali del sistema pensionistico con interventi a breve termine. Il fattore di sostenibilità, che frena gli aumenti delle pensioni quando il numero dei pensionati cresce più velocemente del numero dei contribuenti, è stato di fatto annullato dal governo di coalizione attraverso un tetto massimo del 48% agli aumenti delle pensioni. La conseguenza: gli adeguamenti pensionistici sono stati superiori a quanto il sistema può finanziare a lungo termine senza aumenti dei contributi o agevolazioni fiscali. Il 1° luglio 2026 le pensioni aumenteranno addirittura del 4,24% – un incremento che, visto lo stato del fondo pensionistico, è politicamente attraente ma rappresenta un onere fiscale per il futuro.

La commissione pensionistica e il suo mandato di riforma: tra coraggio e compromesso

Il cancelliere Friedrich Merz aveva già annunciato, in occasione del ricevimento annuale della Deutsche Börse nel febbraio 2026, la sua intenzione di perseguire un “cambiamento di paradigma nella politica pensionistica tedesca”. Il sistema pensionistico pubblico sarebbe rimasto in vigore, ma avrebbe rappresentato solo una componente di un nuovo sistema complessivo di previdenza. I fondi pensione privati ​​e le pensioni aziendali, finanziati tramite riserve di capitale, avrebbero assunto un ruolo significativamente più rilevante. Una riforma pensionistica completa sarebbe stata avviata nel corso dello stesso anno.

La commissione pensionistica istituita a tale scopo, presieduta da Constanze Janda e Frank-Jürgen Weise, ha presentato il suo rapporto finale di 76 pagine con 33 raccomandazioni il 23 giugno 2026. Merz e il Ministro federale del Lavoro Bärbel Bas (SPD) hanno ricevuto il rapporto presso la Cancelleria e hanno annunciato la loro intenzione di attuare integralmente le raccomandazioni. La riforma pensionistica dovrebbe essere discussa dopo la pausa estiva del Parlamento ed entrare in vigore all’inizio del 2027.

In sintesi, le raccomandazioni più importanti: l’età pensionabile dovrebbe continuare ad aumentare oltre i 67 anni ed essere legata all’aspettativa di vita, con un incremento di sei mesi ogni dieci anni. Il pensionamento anticipato senza detrazioni dopo 45 anni di contributi dovrebbe essere abolito e il pensionamento con detrazioni dovrebbe essere possibile solo a partire dai 64 anni. I mini-lavori dovrebbero essere generalmente soggetti all’assicurazione pensionistica obbligatoria, ad eccezione degli studenti. I lavoratori autonomi, i membri del parlamento e i membri del consiglio di amministrazione delle società per azioni dovrebbero essere inclusi nel regime pensionistico obbligatorio, ma non i dipendenti pubblici. Il fattore sostenibilità dovrebbe essere reintrodotto a partire dal 2031. E il punto centrale: l’introduzione di una pensione di capitale obbligatoria.

La rendita di capitale: cambio di paradigma o esperimento rischioso?

Il concetto di pensione obbligatoria a capitalizzazione rappresenta l’elemento strutturalmente più incisivo dell’intero pacchetto di riforme. La Commissione raccomanda l’introduzione di una componente pensionistica obbligatoria a capitalizzazione all’interno del sistema di assicurazione pensionistica obbligatoria. A tal fine, si prevede l’istituzione di conti capitale individuali per tutti i contribuenti. Si raccomanda un’aliquota contributiva aggiuntiva del due percento, finanziata congiuntamente e ripartita equamente tra dipendenti e datori di lavoro. L’avvio è previsto per il 2028 con un’aliquota dello 0,5 percento, seguita da un graduale aumento fino al due percento. Complessivamente, gli assicurati contribuirebbero quindi al proprio fondo pensione con il 20,6 percento del loro reddito mensile.

I fondi saranno investiti principalmente nel mercato dei capitali tramite un fondo sovrano centrale – in particolare, il KENFO (Fondo per il finanziamento dello smaltimento delle scorie nucleari) è citato come modello. Il suo portafoglio comprende già oltre 9.000 titoli individuali in più di 90 paesi. Chi non desidera contribuire al fondo sovrano può scegliere tra un numero limitato di fondi di investimento certificati, soggetti a criteri rigorosi. I costi di gestione effettivi non dovranno superare lo 0,1% annuo.

I calcoli prevedono un rendimento reale compreso tra il 3,5 e il 5%, al netto dell’inflazione. Secondo le stime della professoressa Tabea Bucher-Koenen dello ZEW, membro della commissione, un pensionato medio con un reddito medio potrebbe ricevere 150 euro in più al mese di pensione dopo 20 anni di risparmi, e addirittura oltre 770 euro in più dopo 45 anni, in termini reali e in base al livello dei prezzi del 2026. Chi andrà in pensione dal 2032 in poi riceverà un supplemento transitorio, poiché gli assicurati più anziani non avranno accumulato un capitale sufficiente entro quella data.

Gli effetti macroeconomici a lungo termine di una simile riforma sarebbero considerevoli. In primo luogo, una parte significativa del monte salari tedesco verrebbe permanentemente dirottata verso il mercato dei capitali: un flusso di capitali massiccio che fornirebbe ai mercati finanziari tedeschi ed europei ulteriore liquidità e capitali di investimento per gli anni a venire. In secondo luogo, creerebbe, per la prima volta, un’ampia struttura di proprietà collettiva del capitale produttivo, attualmente pressoché inesistente in Germania. Rispetto al resto del mondo, la Germania ha uno dei tassi di partecipazione azionaria più bassi tra le economie sviluppate.

Jörg Rocholl, membro della Commissione e presidente della scuola di management berlinese ESMT, descrive il concetto come una potenziale “svolta per il nostro Paese” e ne sottolinea gli straordinari vantaggi macroeconomici. Infatti, l’introduzione di sistemi pensionistici a capitalizzazione, a fronte dei cambiamenti demografici, offre vantaggi strutturali che i sistemi a ripartizione non possono garantire: i sistemi a capitalizzazione non dipendono principalmente dal rapporto tra contribuenti e pensionati, bensì dalla produttività complessiva dell’economia e dall’andamento dei mercati finanziari.

Il modello svedese: lezioni apprese da 25 anni di pensioni integrative

Nessun altro Paese viene citato più frequentemente della Svezia nel dibattito sulle riforme previdenziali tedesche. Gli svedesi hanno ristrutturato radicalmente il loro sistema pensionistico circa 25 anni fa. Il loro sistema si basa su tre pilastri: pensione statale, previdenza complementare e risparmio privato. La particolarità è che il 16% dei contributi pensionistici confluisce in un sistema a ripartizione, mentre un ulteriore 2,5% viene destinato alla cosiddetta pensione integrativa, investita nel mercato azionario. Gli assicurati possono scegliere tra centinaia di fondi; chi non effettua alcuna scelta viene automaticamente investito nel fondo statale AP7 Såfa. Oggi, le generazioni più giovani raramente optano per la selezione attiva dei fondi e si affidano al fondo standard.

I risultati sono notevoli: negli ultimi dieci anni, il fondo sovrano svedese ha generato un rendimento medio a doppia cifra. Anche con una stima prudente di un rendimento annuo del 5-6%, ciò si tradurrebbe in un considerevole accumulo di capitale nel corso dei decenni. Tuttavia, il modello svedese non è una panacea: l’età pensionabile è stata automaticamente adeguata all’aspettativa di vita e recentemente è salita a 67 anni. La maggior parte della previdenza pensionistica rimane basata sul sistema a ripartizione. Inoltre, gli svedesi hanno già dovuto accettare tagli alle pensioni, che lo Stato ha dovuto mitigare attraverso agevolazioni fiscali.

L’esperienza svedese dimostra chiaramente la lezione più importante: le pensioni basate sul capitale possono essere un potente strumento integrativo, ma da sole non risolvono le sfide fondamentali di una società che invecchia. Spostano il profilo di rischio, allontanandolo dal rischio puramente demografico del sistema a ripartizione e orientandolo verso i rischi del mercato dei capitali. Che questo spostamento del rischio sia vantaggioso per gli assicurati dipende in larga misura dal loro orizzonte temporale di investimento: chi ha 30 o 40 anni prima della pensione può sopportare le fluttuazioni del mercato azionario. Chi invece andrà in pensione tra pochi anni si assume l’intero rischio del mercato dei capitali.

Un altro termine di paragone è la Norvegia, il cui fondo pensionistico statale (il fondo petrolifero) gestisce già circa 1.700 miliardi di euro e realizza rendimenti annui a lungo termine di circa il 6%. L’approccio norvegese conferma inoltre che investimenti ampiamente diversificati e a lungo termine nei mercati dei capitali, all’interno di un quadro istituzionale, possono generare rendimenti solidi.

Approvazione del pubblico: maggiore sostegno del previsto

Un risultato politicamente significativo emerge da un sondaggio rappresentativo di Civey, condotto dall’istituto di ricerca d’opinione tra il 23 e il 25 giugno 2026 per conto di web.de, su un campione di 5.000 persone: il 59% degli intervistati vede di buon occhio il piano di investire due punti percentuali dei contributi pensionistici nel mercato dei capitali. Solo il 23% lo respinge, mentre il 18% si dichiara indeciso.

La struttura per età del tasso di approvazione è degna di nota: raggiunge il picco del 67% tra gli over 65, la fascia di età che difficilmente trarrebbe beneficio da una pensione basata sul capitale. L’approvazione è più bassa tra i 30-39enni, con il 50% – la generazione che risentirebbe maggiormente dell’aumento dei contributi, ma che al contempo beneficerebbe maggiormente dell’accumulo di capitale nel lungo termine. Sul piano politico, emerge una netta divisione: tra i sostenitori di CDU/CSU, SPD, FDP e Verdi, l’approvazione si attesta tra il 75 e il 77%, mentre solo il 44% degli elettori di AfD, il 28% di quelli di BSW e il 35% di quelli di Sinistra concordano.

Questi dati non vanno dati per scontati. Già nel 2023, un sondaggio di IG Metall condotto dall’Istituto pubblico Kantar rivelava che due terzi dei tedeschi rifiutavano l’idea di una pensione basata sulle azioni. Il cambiamento di opinione in pochi anni è significativo e probabilmente legato alla crescente consapevolezza dei problemi di finanziamento del sistema pensionistico a ripartizione. Già nell’ottobre del 2025, un sondaggio Forsa mostrava che il 90% delle persone considerava inevitabile un calo dei livelli pensionistici – un dato record. Solo il 7% credeva ancora che i responsabili politici potessero garantire pensioni stabili a lungo termine.

Il conflitto distributivo: chi paga, chi ne trae vantaggio, chi ci rimette?

Nonostante i risultati complessivamente positivi del sondaggio, il pacchetto di riforme è estremamente controverso nella sua forma specifica. Il conflitto si articola su diversi fronti: sindacati contro datori di lavoro, giovani contro anziane generazioni, fautori della riforma contro chi vuole preservare lo status quo.

I sindacati – DGB, IG Metall e Verdi – hanno reagito alle proposte della commissione con un misto di parziale consenso e critiche radicali. La presidente della DGB, Yasmin Fahimi, ha accolto con favore l’impegno a garantire un tenore di vita dignitoso, ma ha respinto con fermezza l’abolizione del pensionamento anticipato senza detrazioni dopo 45 anni di contributi. Ha sostenuto che gli assicurati interessati avevano versato contributi per dieci anni in più rispetto al pensionato medio; il sistema attuale era equo e doveva essere mantenuto. Il presidente di Verdi, Frank Werneke, ha definito la proposta di una pensione basata sul capitale una “struttura discutibile”, soprattutto perché obbligherebbe le persone prossime all’età pensionabile a versare contributi obbligatori senza alcun beneficio significativo.

La presidente di IG Metall, Christiane Benner, ha avvertito che le proposte ignorano le condizioni di lavoro e di vita di molti dipendenti. Molti lavoratori nei settori metallurgico ed elettrico non sono fisicamente o mentalmente in grado di lavorare fino a un’età pensionabile più elevata. Un collegamento generalizzato tra età pensionabile e aspettativa di vita colpirebbe più duramente coloro che svolgono lavori fisicamente impegnativi e che hanno un’aspettativa di vita inferiore rispetto a chi svolge professioni accademiche.

Nemmeno i datori di lavoro si sono mostrati entusiasti. Il presidente della BDA, Rainer Dulger, ha criticato la proposta, sostenendo che un ulteriore regime pensionistico obbligatorio comporterebbe un onere aggiuntivo di oltre 40 miliardi di euro all’anno per aziende e dipendenti. Ha invece auspicato piani pensionistici volontari, aziendali o privati. L’amministratore delegato della BDA, Steffen Kampeter, ha riconosciuto che il piano dimostrava “coraggio politico”, ma ha considerato i contributi obbligatori e l’abolizione dei mini-job particolarmente controproducenti per la competitività economica della Germania. L’Associazione tedesca degli hotel e dei ristoranti (DEHOGA) ha addirittura definito la riforma dei mini-job una “catastrofe” e ha messo in guardia contro massicce perdite di posti di lavoro nel settore a basso salario.

Il presidente della DIW, Marcel Fratzscher, ha criticato le raccomandazioni della commissione definendole “troppo sbilanciate”. Ha sostenuto che il pacchetto potrebbe ulteriormente esacerbare le disuguaglianze sociali esistenti, poiché le pensioni di invalidità, i periodi di congedo parentale e i supplementi pensionistici di base verrebbero ulteriormente svalutati a causa del calo più marcato dei livelli pensionistici, mentre le persone con una lunga e ininterrotta carriera lavorativa ne trarrebbero un beneficio sproporzionato.

La consulente economica Veronika Grimm ha tuttavia criticato le proposte, ritenendole insufficienti. Il problema fondamentale, a suo avviso, non risiede nella commissione, bensì nel fatto che il governo federale si è già spinto troppo nella direzione sbagliata con decisioni precedenti. Secondo lei, pur essendo l’introduzione di una pensione obbligatoria la cosa giusta da fare, non comprende perché i lavoratori autonomi debbano essere integrati in un sistema con rendimenti strutturalmente bassi: ciò non fa altro che rendere il lavoro autonomo meno attraente.


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 Konrad Wolfenstein

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