Varcata l’età della pensione, si viene gradualmente spinti ai margini, come se il congedo dal lavoro dovesse sfumare per forza verso il ritiro da ogni scena. Eppure, proprio lì, nel punto dove il ritmo del lavoro si interrompe, oggi sta accadendo qualcosa di sottilmente eversivo. La Lombardia è la prima regione a fare decollare la Leva Civica Senior, dedicata a persone over 65 e in pensione. Sarà un esperimento timidissimo nelle cifre, al momento, ma con un’intenzione radicale: chiedere a chi ha già dato molto di continuare a farlo, per l’interesse della collettività, vedendosi retribuito. Per un impegno fino a 15 ore a settimana, chi è selezionato per la Leva Civica Senior – un numero per ora prevedibilmente esiguo, date le risorse economiche stanziate – metterà al servizio delle comunità le sue competenze, impegnandosi peraltro a seguire corsi di formazione, e riceverà fino a 356,70 euro al mese: i progetti dureranno da 8 a 12 mesi e riguarderanno il presidio di musei e gallerie, la tutela dei parchi urbani, così come la partecipazione a progetti di protezione civile o assistenziali (su bandi.regione.lombardia.it , domande entro il 30 novembre).
Anche il patto da poco firmato tra Confindustria e A.N.L.A. – l’Associazione Nazionale Lavoratori Anziani ha la medesima urgenza: riallacciare i fili tra le generazioni e dire a voce alta che l’identità di chi ha lavorato non scade con il pensionamento e che, dunque, il suo sapere e le competenze che ha accumulato meritano, all’opposto, di trovare un nuovo approdo. Partito in via sperimentale in sette regioni – Piemonte, Liguria, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana e Lazio -, il protocollo punta a trasformare l’uscita dall’azienda anche in una sorta di passaggio di testimone. In questo caso, senza retribuzione e su base del tutto volontaria, l’esperienza dei senior può convertirsi in mentoring per i giovani lavoratori, percorsi formativi per chi entra in azienda e partecipazione a progetti di Welfare.
Del resto, dallo studio Le nuove sfide dei senior, svolto tre anni fa dall’Osservatorio Senior in collaborazione con AstraRicerche, scaturisce che la trasmissione di competenze e lo stimolo a fare emergere idee e approcci anche diversi dai propri sono tra le attività che le persone tra i 60 e i 75 anni desiderano svolgere maggiormente in futuro.
Quei lunghi anni nel mezzo
A confermare che i confini dell’età si stanno ridefinendo arrivano anche i dati dell’Inps: negli ultimi anni il numero dei pensionati lavoratori è quadruplicato, passando dai circa 40mila del 2019 ai quasi 160mila del 2023. È il segnale di un fenomeno complesso e articolato da leggere, ma insomma: si vive più a lungo, si sta meglio più a lungo, e il bisogno o la scelta di restare operativi è sempre di più la naturale conseguenza di un tempo di vita che sta cambiando forme e misure e che si sta trasformando in una nuova e dinamica fase dell’esistenza, ancora tutta da progettare. E del resto se, dati Inps alla mano, l’età media a cui in Italia si va in pensione è 64,7 anni e l’aspettativa media di vita è 83,5 anni, cosa si farà di questi 20 anni che sono nel mezzo? Al momento, pochissime istituzioni ci stanno pensando, pochissime li stanno progettando, questi anni. Il Giappone, altro campione mondiale di longevità come l’Italia, si è, invece, organizzato da un po’: secondo Teikoku Databank, lo scorso anno il 20,5 per cento delle nuove società è stato fondato da persone con più di 60 anni.
Non bastano più 67 anni per la pensione: tra un anno il requisito ricomincerà a salire. (Getty Images)
La necessità di una restituzione
«Dobbiamo avere il coraggio di dire, a partire dalle sfide poste dalla demografia, che è ormai necessario che le persone si sentano parte della società il più a lungo possibile se vivranno e staranno bene. D’altra parte la società non può permettersi di perdere il capitale di competenze, conoscenze, sensibilità che le persone hanno accumulato lungo una vita» dice Nicola Palmarini, che dirige nel Regno Unito il National Innovation Centre for Ageing (Nica), struttura che promuove un’idea di longevità avanzata, traducendola in innovazione, benessere e crescita sociale.
Proprio Nica e la Fondazione Ravasi Garzanti, con il sostegno di Fondazione Cariplo e Fondazione Amplifon, hanno dato vita alla startup Voice Italia, impresa a vocazione sociale che attraverso lo strumento della coprogettazione – una metodologia che mette al tavolo istituzioni, fondazioni, enti di ricerca insieme a cittadine e cittadini, con particolare attenzione alle età mature, punta a generare visioni, progetti e servizi innovativi che hanno come chiave la longevità. «Chi è stato un architetto o un ingegnere, non smette di essere un architetto o un ingegnere quando compie 70 anni. È che continuiamo a non coglierlo: guardiamo a modelli ipotetici, ma non guardiamo la realtà. E la realtà è che se siamo un Paese di vecchi, non dobbiamo vergognarcene: dobbiamo imparare a trarne vantaggio. Ma ciò sembra cosa impossibile da dire o solo da pensare», continua Palmarini, ricordando che Voice Italia è parte del network Voice, sbocciato nel Regno Unito proprio per usare l’esperienza e la competenza delle persone come leva del cambiamento (Voice sta per Valuing Our Intellectual Capital & Experience, ovvero valorizzare il nostro capitale intellettuale ed esperienziale).
Stando all’Inps, negli ultimi anni il numero dei pensionati lavoratori è quadruplicato, passando dai circa 40mila del 2019 ai quasi 160mila del 2023. (Getty Images)
«Voice in primo luogo fa ricerca, a partire dal vissuto, dall’esperienza, dal pensiero delle persone, e nel Regno Unito è già il referente di realtà importanti come l’Imperial College e l’Università di Edimburgo. Attraverso i nostri workshop, ingaggiamo gli anziani nelle discussioni che riguardano l’innovazione, le startup, i device, ovvero tutto ciò che associamo culturalmente e socialmente ai giovani: Voice è, solo per fare un esempio, consulente di Zinc, un acceleratore londinese di startup che ha un programma verticale dedicato alle innovazioni per l’invecchiamento. Peraltro, abbiamo portato questo modello anche in Italia, ma devo riconoscere che qui si fa ancora fatica a generare collaborazioni». Continua: «Più in generale, mancano organizzazioni che si pongano come missione proprio il rimettere in circolo il capitale delle esperienze delle persone. Perché, poi, non è che i vecchi vivano in una sorta di riserva dove praticano esclusivamente azioni e interessi che riguardano loro, questo è un gigantesco mito da sfatare: al contrario sono persone, siamo persone che hanno vissuto e abbiamo bisogno di dire la nostra rispetto a ciò che ci sta intorno e che riguarda, per questo, anche noi. Peraltro, io registro un’enorme necessità di restituzione, una grande voglia di impegno di intelligenze la cui ricaduta sia a favore di tutti. Di fatto», conclude Palmarini, «Voice è anche uno strumento di aggregazione. Noi combattiamo isolamento e solitudine non inviando a casa delle persone qualcuno con cui prendere un tè, ma rendendole parte del disegno della società futura, e questo è uno degli strumenti più potenti che gli individui possano tenere nelle mani».
Un nuovo immaginario al centro
A Milano, a provare a rimettere in circolo il patrimonio di questa marea umana a vantaggio di una città da reinventare – invece di vederla solo come un problema di assistenza o una minaccia demografica – è la Fondazione Ravasi Garzanti, che si è fatta promotrice di un progetto d’avanguardia, l’Alleanza per la Grande Età. Lanciata lo scorso maggio con la presentazione alla città, già nel titolo ne raccontava lo spirito radicale, “Cosa sarò da grande”, giusto a dire che anche da anziani si può essere quello che si è da piccoli – ovvero un’età in movimento -, ma anche che l’età cronologica sta diventando un parametro parziale e fuorviante.
«L’età anagrafica non definisce più le persone. Nel momento in cui la vita si allunga per tutti, qual è l’età in cui si diventa vecchi? E dove ha fine l’età lavorativa se, cessata la professione, si mette a fattore comune tutto quello che si è fatto per decenni in suo nome? Con l’Alleanza per la Grande Età vogliamo ridiscutere socialmente l’idea della vecchiaia e mettere al centro di un nuovo immaginario sulla città la longevità: la longevità riguarda il divenire di tutti e riguarda la specifica, intera esistenza di ognuno, i primi giorni di vita, così come gli ultimi, perché tutte le età sono interconnesse» dice Elisabetta Donati, sociologa e responsabile dell’area Ricerca e Cultura della Fondazione Ravasi Garzanti, che da anni si occupa in maniera innovativa dei temi dell’invecchiamento, intrecciando ricerca, impegno culturale e sperimentazione sul campo, a partire proprio dalla città di Milano.
«L’Alleanza per la Grande età è, in sintesi, un patto civico che punta a mettere in connessione enti pubblici, fondazioni, università, imprese, centri di ricerca, mondo della cultura e dell’arte, presidi assistenziali, professionisti, enti del terzo settore, famiglie, anziani e caregiver per disegnare attraverso la coprogettazione una città – Milano, per ora – che diventi capace di invecchiare bene e insieme» aggiunge. La Grande Età, dice il suo manifesto, è un bene comune, una responsabilità condivisa, un’opportunità e una risorsa di tutti e per tutti. «Per costruire tutto ciò, dobbiamo togliere dai margini, dove ora è relegato, il grande tema della cura e farne l’infrastruttura di un nuovo ecosistema della città, perché oggi o la città è capace di prendersi cura di se stessa attraverso un nuovo paradigma di benessere che coinvolge tutte le generazioni o non ce la può fare».
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