Questo articolo ha per tema l’amicizia e per svolgerlo inizio da questa domanda: c’è qualcosa di più importante del conoscere se stessi? C’è qualcosa che in questo breve spazio dell’esistenza richiede maggiore attenzione da parte nostra? È una domanda retorica la mia, una domanda cioè la cui risposta è spontanea e persino scontata, e che in questo caso si traduce in un sicuro e immediato no: no, non c’è niente di più importante del conoscere se stessi, operazione alla quale dovremmo consacrare la più grande attenzione. E se non lo facciamo? Montaigne è tagliente come un coltello nel ricordarci le conseguenze: «Nessuno sta male per molto tempo se non per colpa sua» (Saggi, I, 14). Oggi tutti si lamentano e la colpa dei loro mali l’attribuiscono sempre agli altri, siano essi i vicini di casa o il governo nazionale, il coniuge o la comunità europea.
Ma la realtà è che la gran parte delle cose che ci affliggono e per le quali ci lamentiamo dipende da noi: non sempre nel senso che noi abbiamo il potere di modificarle, ma sempre nel senso che abbiamo il potere di capire perché ci affliggono e di conseguenza farci affliggere meno, o addirittura per nulla. Ti dà fastidio il rumore del vicino? Gli hai parlato e lui non se ne cura? Ecco che quel suo rumoreggiare si ingigantisce nella tua mente e diventa un’ossessione, per cui anche il minimo rumore ti sembra un uragano, per giunta scatenato apposta contro di te: la nostra mente è molto abile nel perdersi nel labirinto dei propri irrealistici pensieri. Il rumore è rumore, è evidente, e quando è troppo non si vive, non voglio certo giustificare i disturbatori della quiete pubblica che anzi va scrupolosamente salvaguardata dalle autorità perché ne dipende non poco la qualità della nostra vita. Voglio solo dire che c’è modo e modo di reagire al rumore, così come a tutti gli altri fastidi o malanni o minacce. I mali arrivano, non ci possiamo fare nulla, è così dai tempi di Omero e così sempre sarà; dobbiamo lottare per eliminarli, certo, ma nel frattempo possiamo lavorare su noi stessi perché ci affliggano sempre meno. Montaigne infatti aveva ragione: nessuno sta male per molto tempo se non per colpa sua. Proseguiva: «A chi non ha coraggio di sopportare né la morte né la vita, a chi non vuol resistere né fuggire, che cosa gli si può fare?».
Ma cosa c’entra tutto questo con l’amicizia? In realtà il legame tra la capacità di sopportare i mali inevitabili della vita, la conoscenza di sé e l’amicizia è molto stretto, e Aristotele spiega alla perfezione perché. Il grande filosofo (a cui ancora si devono le pagine più belle sull’amicizia, insuperate quanto a vastità di analisi, profondità di contenuto, chiarezza espositiva) dapprima sottolinea l’importanza e il piacere della conoscenza di sé, dicendo che «il conoscere se stessi è la cosa più difficile, ma anche la più piacevole, infatti è piacevole conoscere se stessi». Poi dichiara l’impossibilità di conoscere sé stessi tramite un lavoro solitario: «Noi non siamo capaci di conoscerci a partire da noi stessi, e che non lo siamo risulta evidente dal fatto che rimproveriamo gli altri senza accorgerci che facciamo le stesse cose». Infine afferma la necessità dell’amicizia per riuscire a conoscere se stessi: «Come quando vogliamo vedere la nostra faccia la vediamo guardandoci allo specchio, allo stesso modo quando vogliamo conoscere noi stessi potremmo conoscerci guardandoci nell’amico». L’amico infatti, prosegue il filosofo, è un alter ego, per cui «non è possibile conoscerci senza un altro che ci sia amico».
Quindi riassumo. Per resistere ai mali occorre conoscere se stessi, in particolare i nostri punti deboli da cui i mali possono penetrare nella nostra interiorità; per conoscere sé stessi però occorre trovare uno specchio da cui vederci interiormente, e questo specchio interiore, non fisico ma psichico o forse meglio spirituale, è l’interiorità di un’altra persona. E non di una persona qualunque, ma di qualcuno che, non essendo noi, ci è tuttavia così vicino da poter essere qualificato come “alter ego”. Si tratta di qualcuno diverso da noi, quindi capace di oggettività, ma al contempo di molto simile a noi, quindi capace di empatia, cioè di quella gratuita e generosa profondità di sguardo che sa vedere con il cuore e quindi sa scendere laddove la vista ordinaria non arriva. Tutto questo sa fare la vera amicizia.
il festival
Mancuso a Dogliani: “Siamo qui per amore. La gioia è resistenza in un mondo dominato dalla paura”
Ho tratto le citazioni aristoteliche dal libro II della Grande etica. Nella più famosa delle opere etiche intitolata Etica Nicomachea (chiamata così perché scritta per il figlio Nicomaco) Aristotele ricorda che ci sono tre tipi di amicizie: quelle fondate sui piaceri (si è amici perché si va insieme a divertirsi), quelle basate sull’utile (si è amici perché si fanno insieme gli affari), quelle fondate sulla virtù (si è amici perché si condividono i valori). All’inizio la mia amicizia con Andrea Malaguti, che oggi firma il suo ultimo numero da direttore di questo giornale, era del secondo tipo. Poi, frequentandolo e leggendolo, è diventata del terzo, e così resterà anche a partire da domani quando non sarà più il direttore di questo giornale, perché, come insegna ancora Aristotele, «noi esistiamo per la nostra attività», ma «l’opera umana è compiuta fino in fondo se è conforme alla saggezza e alla virtù etica».
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Vito Mancuso
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