Vigilia Festa della Bruna 2026 a Matera, Monsignor Benoni Ambarus alle autorità: “È tempo di un serio esame di coscienza collettivo sul disagio dei giovani”. Di seguito report, testo integrale e foto.
“Quale città vogliamo costruire? Verso quale umanità vogliamo andare?”. È la domanda posta da mons. Benoni Ambarus, arcivescovo di Matera-Irsina e vescovo di Tricarico, rivolgendosi questa mattina, mercoledì 1 luglio 2026, nella Cattedrale di Matera, alle Autorità civili e militari alla vigilia della festa di Maria Santissima della Bruna, patrona della città dei Sassi.
Prendendo spunto dall’enciclica Magnifica humanitas di Papa Leone XIV e dai racconti biblici della torre di Babele e della ricostruzione di Gerusalemme, il presule ha indicato due modi opposti di pensare la convivenza civile. Da una parte Babele, “un progetto in cui al centro c’è l’uomo in una specie di delirio di onnipotenza”, dove “non c’è spazio per il divino, per il mistero” e dove “prevale la massa indefinita”. Dall’altra Gerusalemme, che rinasce “da una condizione di totale devastazione” attraverso un processo che “mette al centro la fede e la trascendenza” e chiama tutti a una responsabilità condivisa.
“È innegabile che le nostre città stiano vivendo un momento di grande fatica e di smarrimento”, ha affermato Ambarus, sottolineando che “il vero futuro delle nostre città non risiede tanto nelle pietre degli edifici, ma nelle pietre vive, ossia i nostri ragazzi”. L’arcivescovo ha richiamato la mancanza di spazi educativi e relazionali nei quali i giovani possano essere “accolti, ascoltati e accompagnati” da adulti credibili.
Al centro del discorso il disagio giovanile: ragazzi e ragazze che vivono “un vuoto interiore caratterizzato dalla noia, dalla paura del futuro e dal senso di inadeguatezza”, con derive che vanno dall’uso di sostanze all’azzardo, fino alla dipendenza digitale. Non è mancato il riferimento ai suicidi: “Ci sono e lo sappiamo”. Ma, accanto a questo, il presule ha ricordato anche “una moltitudine silenziosa di ragazzi, ragazze e giovani che non si arrende e lotta con tutte le forze”.
Di fronte a tale situazione, per Ambarus “è tempo di un serio esame di coscienza collettivo”. “Nessuno è esente: né la comunità ecclesiale, né la società civile, né gli amministratori del bene comune”, ha detto, citando anche la lettera ricevuta da un sindaco del territorio: “Mi sento solo nel grido di aiuto all’emergenza giovanile. I giovani rimasti vivono un forte isolamento personale. Non stiamo dedicando ai ragazzi e alle ragazze tutte le nostre forze. Non possiamo dedicarci ad azioni isolate, ma abbiamo bisogno di azioni sistemiche”.
“Non ho soluzioni pronte”, ha riconosciuto l’arcivescovo, aggiungendo che anche gli sforzi educativi della Chiesa, attraverso oratori, centri estivi e campi scuola, “non bastano”. “È come se i nostri ragazzi ci avessero dato l’insufficienza”, ha osservato. “Noi adulti, insieme a tutte le agenzie educative, è come se fossimo in qualche modo bocciati: bocciati perché distratti, incoerenti e incapaci di ascoltare il loro dolore”.
Da qui l’invito a non lasciare cadere il discorso “nel vuoto come uno dei soliti convegni” e a riscoprire “coinvolgimento e responsabilità personale”. “Non possiamo delegare”, ha ribadito.
“Dobbiamo risvegliare il senso civico e agire in prima persona per il bene comune. Né un solo sindaco, né un solo assessore, né un solo prete, né un solo vescovo possono risolvere”.
Ai giovani Ambarus ha rivolto un appello diretto: “Non rassegnatevi, non spegnete il vostro entusiasmo. Non mollate nell’impresa più importante, che è quella della costruzione della vita. Vale la pena vivere e vivere appieno, dedicandosi agli altri”. Agli adulti ha chiesto di smettere di dire ai ragazzi “che qui non c’è futuro”: “Dobbiamo guardarli negli occhi e dire loro con azioni concrete: non sarà facile, ma cambieremo le cose insieme”.
Infine, il presule ha proposto di organizzare nei comuni “incontri e assemblee pubbliche che coinvolgano amministratori, scuole, parrocchie, associazioni, famiglie”, partendo dall’ascolto dei ragazzi. “Forse così ci accorgeremo che la soluzione era lì sotto i nostri occhi, ma eravamo troppo distratti per vederla”.
La conclusione è stata l’affidamento a Maria Santissima della Bruna dei “ragazzi, bambini e giovani”, perché doni a tutti “la sana e santa inquietudine di non trovare pace finché non ci impegneremo in maniera autentica per i suoi figli”.
Di seguito il testo integrale del messaggio di mons. Benoni Ambarus :
Egregio sindaco Nicoletti, egregi sindaci, gentili autorità civili e militari, carissimi sacerdoti, consacrati e consacrate, cari fratelle e sorelle! Sono molto contento di condividere con voi oggi questo momento, in questa che, oramai, non possiamo più dire che è la mia prima festa della Madonna della Bruna.
Prendendo ispirazione dall’enciclica di Papa Leone, Magnifica Humanitas, oggi vorrei soffermarmi su alcuni passaggi del libro del Genesi e del libro di Neemia, in cui si narra di due città e di due modi differenti di affrontare le sfide della convivenza. Si tratta quasi di un dittico, in cui le due parti si confrontano; due approcci completamente diversi all’umano convivere, e ci interrogano: che tipo di umanità, che tipo di società vogliamo costruire oggi, tenendo conto della sfida dell’intelligenza artificiale? Dove stiamo andando?
Qual è la differenza di approccio tra la costruzione di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme?
Babele è un progetto in cui al centro c’è l’uomo, in una specie di delirio di onnipotenza, di perfezione, che esclude totalmente la dimensione della trascendenza e del mistero dell’uomo. Dice il papa: Babele “è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione”. Non possiamo avere un approccio di assolutizzazione e di autosufficienza dell’umano – sono sempre le parole del Papa, perché andremmo a sacrificare la dignità delle persone.
Babele, dunque, è una città dove non c’è spazio per il divino, per il mistero, prevale la perfezione e si esclude la debolezza, la fragilità. Babele è il luogo dove il singolo esiste poco, e prevale la massa indefinita, dimenticando e sacrificando l’approccio di “sartoria esistenziale” dell’umano convivere!
La ricostruzione di Gerusalemme parte da una condizione di totale devastazione: mura distrutte, porte bruciate, dolore e consapevolezza della crisi, che porta le persone a coinvolgersi attivamente, tutti insieme, riconoscendo gli errori commessi e la responsabilità collettiva. Questo approccio mette al centro la fede e la trascendenza. È un processo di autentico cambiamento interiore che responsabilizza tutti: come popolo ci si è allontanati da Dio, come popolo bisogna ricominciare, trovando insieme le soluzioni. Si registra un crescendo di presa di consapevolezza ed una decisione ferma di mettersi all’opera per ricostruire la città devastata.
Entrambe le città sono prospettate verso il futuro, entrambe pensano al domani, seppure con approcci diversi.
Carissimi tutti!
Questi due approcci ci invitano ad una riflessione sulla nostra realtà attuale. È innegabile che le nostre città stiano vivendo un momento di grande fatica e di smarrimento. Solo le persone concentrate troppo su sé stesse e sui propri interessi possono negare questa evidenza.
Il vero futuro delle nostre città, però, risiede non tanto nelle pietre degli edifici, ma nelle “pietre vive”: ossia i nostri ragazzi e giovani. Oggi, il progressivo spopolamento sta determinando una riorganizzazione scolastica con l’accorpamento delle classi. In molte località i giovani sono privati di quei fondamentali spazi di aggregazione e socializzazione tra coetanei alternativi alla scuola; spazi dove possano essere accolti, ascoltati e accompagnati; spazi relazionali con adulti appassionati e credibili.
Ragazzi e ragazze che vivono molto più nella dimensione dei social, annegando in uno scrolling digitale, che riflette un profondo vagare esistenziale. Vivono un vuoto esistenziale; hanno energie abbondanti che però non riescono ad incanalare in percorsi creativi e di crescita, utili a rafforzare anche l’autostima; sperimentano invece un vuoto interiore, caratterizzato da noia, paura del futuro e senso di inadeguatezza.
Di conseguenza, trovano rimedi alternativi: alcuni si rifugiano nell’uso di sostanze stupefacenti o nell’alcol, nell’azzardo, altri ancora scivolano in una dipendenza digitale celata dietro un’apparenza di normalità, altri ancora muoiono dentro per la noia, si spengono come leoni rinchiusi troppo a lungo in gabbia; altri, infine, senza un motivo apparente, scelgono la via dell’autodistruzione. In mezzo a tutto questo, però, c’è una moltitudine silenziosa di ragazzi e giovani che non si arrende e lotta con tutte le forze; costoro sono da ammirare e mettere in prima linea.
Di certo, noi adulti non possiamo autoassolverci, né farci schiacciare dal senso di colpa, ma, di fronte al disagio giovanile, è tempo di un serio esame di coscienza collettivo. Nessuno escluso, né la comunità ecclesiale, né la società civile, né gli amministratori del bene comune, sta dando un buon esempio. Basti pensare alla grande occasione mancata dei fondi del PNRR, a livello nazionale: doveva essere l’occasione di riscatto per il loro futuro ed invece sarà solo un altro debito accollato sulle loro spalle.
Nel mese di marzo ho ricevuto una lettera da uno dei sindaci del nostro territorio. La porto con me ogni santo giorno, simbolicamente, per non dimenticare. Dovrebbe essere qui presente. Non farò il suo nome, per pudore, ma penso e spero che ciascuno di noi possa riconoscersi in questo messaggio, che contiene espressioni forti: mi sento solo, nel grido di aiuto all’emergenza giovanile; i giovani rimasti vivono un forte isolamento personale; non posso non vedere questo; non stiamo dedicando ai ragazzi ed alle ragazze tutte le nostre forze; non possiamo limitarci ad azioni isolate ma abbiamo bisogno di azioni sistemiche; la politica non sta facendo tutto quello che può per dare un futuro a questa terra; sono qui inerme a combattere una battaglia che sembra di pochi; vi chiedo tutto l’aiuto possibile, di tutte le forze umane a sua disposizione per aprire un confronto ed un dialogo che possa costruire azioni mirate alla tutela della salute dei giovani; uniamo le forze per tornare a quell’umanesimo di valori cui i partiti e le chiese oggi hanno più bisogno che mai! (Lettera di questo sindaco).
Non ho soluzioni pronte per questa lettera, né voglio illudermi di averne. Come Chiesa stiamo moltiplicando gli sforzi educativi attraverso oratori, centri estivi e campi scuola, ma sappiamo bene che non bastano. È come se i nostri ragazzi ci avessero dato un’insufficienza. Noi adulti, insieme a tutte le agenzie educative, siamo stati bocciati: bocciati perché distratti, incoerenti e incapaci di ascoltare il loro dolore e di essere guide credibili nel labirinto dell’esistenza.
Lo ripeto, non ho soluzioni. Ma, mi sento ferito dentro, sofferente.
Allo stesso tempo, sono ammirato dalla loro capacità di resistere alla minaccia del futuro, impegnandosi, nonostante tutto e nonostante gli adulti. Davanti a questo mi chiedo: quale città vogliamo costruire? Verso quale umanità vogliamo approdare? Vogliamo la logica di Babele, che calpesta le singole persone per raggiungere i suoi scopi politici, religiosi e di profitto, oppure quella di Gerusalemme, le cui macerie diventano il nostro dolore condiviso, l’esperienza che ci rende davvero solidali e ci unisce, coinvolgendoci come un unico popolo?
Vorrei che il mio intervento di oggi non cadesse nel vuoto, come uno dei soliti convegni ai quali si partecipa e in cui ci si parla addosso, e ci si limita a condividere qualche foto sui social.
Ogni cambiamento autentico richiede una cosa fondamentale: un coinvolgimento e una responsabilità personale. Non possiamo delegare sempre gli altri. Dobbiamo risvegliare il senso civico e agire in prima persona per il bene comune, senza aspettare interventi miracolosi dalla politica.
Lancio quindi un duplice invito, anzi, appello accorato: uno ai giovani e l’altro agli adulti.
Ai ragazzi e ai giovani dico: per favore, non rassegnatevi, non spegnete il vostro entusiasmo. Non mollate nell’impresa più importante: la costruzione della vostra vita! Vale la pena vivere, e vivere appieno, dedicandosi anche agli altri. Abbiate il coraggio di uscire da voi stessi, di affrontare le difficoltà della vita e di mostrare anche la vostra vulnerabilità, chiedendo aiuto. Insieme possiamo riorganizzare la speranza! Non scoraggiatevi e non arrendetevi: il futuro non è abbandonato da Dio, il Signore è in mezzo a noi e cammina con noi!
Agli adulti, dico: basta dire ai ragazzi che qui non c’è futuro, basta trasmettere un messaggio che sa di resa, che li spinge ad abbandonare la nostra terra. Dobbiamo, invece, guardarli negli occhi e dire loro, con azioni concrete: non sarà facile, ma cambieremo le cose insieme, troveremo insieme soluzioni per un futuro diverso qui, in Basilicata. Per questo tipo di messaggio porta fuori migliaia di giovani.
A tutti, alla Chiesa locale di Matera-Irsina, alla Chiesa di Tricarico, ai sacerdoti e a tutti i battezzati, chiedo una rinnovata attenzione e passione educativa per i nostri ragazzi. Dobbiamo e possiamo rafforzare il nostro impegno per offrire loro spazi materiali e relazionali adeguati.
Alla classe dirigente politica e agli amministratori, chiedo di farsi coinvolgere con vera passione per i nostri/vostri figli, non solo quando ci sono i riflettori o per calcolo politico.
Agli educatori e alle agenzie educative dico: lavoriamo insieme, confrontiamoci, impariamo ad ascoltare il grido dei nostri ragazzi e costruiamo una vera rete, una alleanza educativa. Mettiamoci seriamente in discussione! È così che possiamo riorganizzare la speranza!
Propongo di organizzare nei nostri comuni incontri e assemblee pubbliche che coinvolgano amministratori, scuole, parrocchie, associazioni e famiglie. La prima fase dovrà essere dedicata innanzitutto all’ascolto dei nostri ragazzi, passaggio fondamentale per capire come intervenire, come “vederli meglio” insieme.
Forse così ci accorgeremo che la soluzione era lì, sotto i nostri occhi, ma eravamo troppo distratti per vederla.
Maria, Madre Santissima della Bruna, accenda nei nostri cuori il fuoco del suo amore e ci doni la santa inquietudine di non trovare pace finché non ci impegneremo autenticamente per i suoi figli!
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