Madonna, Antonio Ragusa, e gli adulti con le vite da adolescenti


Il mio trattato sull’abolizione delle differenze anagrafiche passa per la venticinquesima pagina di Repubblica di ieri, arriva a un cartellone nella stazione Waterloo della metropolitana di Londra, ma parte da trentanove anni fa: dalla mia unica transenna.

Cos’è la transenna ormai lo sanno tutti, perché i giornali parlano dei concerti con la voluttà con cui quarant’anni fa parlavano del pentapartito: si adattano al pubblico che hanno – e che un pubblico che voleva sentir parlare di Spadolini fosse migliore di quello che sarebbe venuto poi non l’avremmo detto mai, noi che eravamo gli adolescenti che sarebbero divenuti il pubblico del secolo successivo.

La transenna delimita la folla vociante sotto a un palco, fa sì che non saltino addosso al loro beniamino, permette agli uomini della sicurezza di tenere la situazione sotto controllo. L’unica volta che sono stata alla transenna – cioè: in prima fila – avevo quattordici anni.


I Duran Duran suonavano a Modena, il più sfortunato dei genitori ci aveva dovute accompagnare, me e le mie compagne di classe, e sarebbe venuto a prenderci alla fine (oggi entrerebbero con le quattordicenni e saprebbero a memoria tutte le canzoni; i nostri, ultima generazione di genitori adulti, i Duran non li distinguevano dagli Spandau). Eravamo in prima fila, ci eravamo arrivate sgomitando, ma io mi scocciavo. Mai stata abbastanza fan di nessuno da stare scomoda, e poi ero mitomane: ero convinta che a John (il bassista, quello che tutte ci volevamo sdraiare tranne la tizia che diventò famosa per aver scritto “Sposerò Simon Le Bon” e che fu presa per rappresentativa di tutte noi: un falso storico) sarebbe bastato vedermi, per lasciare la più bella delle belle.

John Taylor in quegli anni stava con Renée Simonsen, la più bella tra quelle pagate per essere belle, ma la giovane me era convinta d’essere meglio di lei, e che se mi avessero fatta avvicinare al palco l’avrei folgorato.

Poiché avevo quattordici anni (che come nozioni e uso di mondo corrispondono ai quaranta di oggi), non sapevo niente. Non sapevo che quelli sul palco stanno lavorando, mica scrutano la transenna per vedere se c’è una rimorchiabile. Non sapevo che hanno le luci in faccia. Non sapevo di non giocare nello stesso campionato di Renée. Finsi di svenire. Quelli della Croce Rossa mi presero, mi misero su una barella, mi portarono di fianco al palco. Da lì mi vedeva ancora meno che alla transenna. Quando finsi di riprendermi, mi rimandarono in fondo. Fine della mia unica esperienza di fan accanita, di concerti scomodi, di mire matrimoniali.

Chantal aveva ventotto anni, la prima volta che Bruce Springsteen suonò a San Siro. Io ne avevo dodici. Chantal era la cugina grande, fu lei a prendere i biglietti. Poiché era un’adulta – poiché a ventott’anni nel secolo scorso si era adulti: era un altro pianeta – non li prese certo per il prato. Sul prato ero stata a vedere Venditti con altri cugini, ma avevano la mia età; fu allora che imparai: gli adulti stanno comodi. D’altra parte mio padre mi aveva portata una sola volta a un concerto, in un teatro, seduti in poltrona, a sentire Ray Charles. Sono abbastanza certa che fosse l’unico concerto non di musica classica della sua vita adulta.

Poi è successa l’abolizione delle età, le trentenni che iniziano a farsi punture in faccia per avviarsi a dimostrarne trenta anche a sessanta, i cinquantenni che si mettono le magliettecollescritte, i quarantenni che parlano di videogiochi, i settantenni che vanno ai concerti rock. Non ho pratica di negozi di giocattoli ma immagino che sulle scatole abbiano smesso di mettere l’età massima cui sono adatti: tu a me che a settant’anni non posso giocare coi pupazzi non me lo dici capitoooo.


Oggi esce un nuovo disco di Madonna Ciccone, che fa sessantotto anni ad agosto e ha la prestanza fisica d’una trentenne. Non l’ho ancora sentito, ma so che è un album di canzoni da discoteca e che la Bbc dice che è un disco pazzesco e che solo quando balla è davvero libera (che è una citazione da “Into the groove”, loro non lo specificano perché non si sono ancora resi conto di parlare al pubblico più pigro e privo di riferimenti degli ultimi settant’anni).

Sì, ogni volta che sui social arrivano immagini di Madonna in movimento è un pieno di commenti che dicono che si dovrebbe ritirare e si muove come una vecchia, ma è perché l’umanità ha la dialettica dell’intelligenza artificiale: reagiscono alle informazioni che hanno.

Siccome sanno che ha l’età della pensione, scrivono che si muove da artritica, perché non sono in grado di guardare una che coi tacchi si accovaccia e si rialza con la disinvoltura d’un’atleta venticinquenne e trovare una cosa spiritosa da dire sulla realtà e non sul cliché.

Madonna è determinata a non invecchiare e ha sette anni più di mia nonna nelle mie foto da neonata. Foto nelle quali la nonna è una vecchia con le calze color carne, i capelli bianchi, i tacchi comodi (calze color carne a parte, più o meno come sto io con dieci anni di anticipo).

Se non invecchiano i modelli comportamentali che stanno sul palco, figuriamoci quelli giù dal palco. Ieri Repubblica aveva mandato un’inviata a studiare quelli che da settimana stanno accampati con le tende a Roma ad aspettare il concerto di domani di Ultimo, nome d’arte di Niccolò Moriconi, e io ho pensato tutto il giorno ad Antonio Ragusa.


Ad Antonio Ragusa che ha quarantatré anni, «vivo in Germania, ma sono figlio di immigrati del sud, seguo Niccolò dovunque vada». Pensa i genitori di Antonio, che a un certo punto del Novecento prendono le loro carabattole ed emigrano in Germania, per garantire alla prole una vita migliore. Noi ora ci sradicheremo e ci sbatteremo e ci sacrificheremo, ma poi nostro figlio avrà prospettive, carriere, o almeno tempo libero per stare, a quarantatré anni, appresso ai cantanti: non è forse questo il progresso?

Antonio non ha un lavoro? L’inviata non glielo chiede. Antonio non ha una vita, dei figli, delle responsabilità? L’inviata non glielo chiede, perché un’altra cosa che è successa da quando non puoi dire che l’età massima per giocare coi pupazzi è tredici anni è che non puoi raccontare l’assurdità senza fingere di trovarla normale: metti che tra i nostri quattro lettori ce ne sia uno che si accampa fuori dai concerti, poi lo perdiamo.

E quindi di Antonio non sapremo niente, neanche la classe sociale (che immagino agiata, per avere tutto questo tempo libero: ma sicuramente si percepisce povero, come tutti coloro che oggi fanno la vita che cinquant’anni fa facevano i ricchi). La sua posizione sociale non ce la dice il suo aspetto, perché oltre al capitale anagrafico l’è morto pure quello simbolico: Antonio ha le braccia tatuate, ma questo potrebbe fare di lui un ergastolano o un commercialista, un chirurgo o uno spazzino, un calciatore o un dottorando di filosofia. Distinzione l’è morta.

Dash da noi è un detersivo, in Inghilterra è un’acqua frizzante aromatizzata, c’è in vari gusti – alla pesca, alla mela, alla fragola – nessuno dei quali berrei neanche pagata. Il cartellone che noto nel metrò londinese pubblicizza quella al lampone, che subito immagino al gusto di sciroppo per la tosse, ma non importa perché non sono io il suo pubblico. Il pubblico della pubblicità è precisissimo.

Sopra l’immagine della mano d’una tizia con lo smalto rosa e un anello per dito che versa Dash nel bicchiere tenuto da una mano con smalto argentato, c’è la scritta: ha il sapore di un headline set. Cioè: del concerto principale d’un festival rock. Sotto, c’è la scritta: e di otto ore di sonno subito dopo.


Eccoci, siamo il prodotto per il pubblico che va a Glastonbury perché, all’età alla quale le nostre nonne mettevano la dentiera nel bicchiere, si percepisce Kate Moss a mettersi gli stivali di gomma e andare nel fango a squarciagolare ritornelli.

Ma sappiamo che quel pubblico lì, per quanto si balocchi con tutti gli integratori del mondo e i biohacking e le cliniche del benessere, ha un’età, e dopo una certa età non si dorme bene mai, e meno si dorme più si ha il miraggio di dormire. Sappiamo che, se vi diciamo che a bere questa porcheria invece di un alcolico dormirete otto ore, sarete nostri.

Perché la biologia esiste e, per quanto gli adulti del presente si ostinino ad avere vite da adolescenti, il loro ciclo sonno-veglia è quello dei pensionati. I pubblicitari della Dash l’hanno capito. Se vogliono lanciare il prodotto in Italia, suggerisco di andare fuori dal concerto di Ultimo e prendere Antonio Ragusa come testimonial. Bevila, e dopo il concerto ti sentirai fresco e riposato come non avessi dormito due settimane in tenda come una giovane marmotta anziana.


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