Bambagioni e Targetti lo sfidano. La Porta lo denuncia. Ma Fratelli d’Italia in Regione deve decidere se guidare la battaglia o inseguirla.
di Filippo Boretti (architetto)
Plures non è nata dal nulla. È nata dalla politica toscana, dai Comuni, dalle loro partecipate, dalle fusioni societarie e da una promessa precisa: costruire un grande soggetto pubblico capace di garantire efficienza, investimenti, economie di scala, servizi migliori e tariffe più sostenibili.
Il 26 gennaio 2023, a Firenze, venne firmato l’atto di fusione che diede vita alla nuova multiutility toscana dei servizi pubblici locali, attiva nei settori ambiente, ciclo idrico integrato ed energia. Il primo nucleo nacque dalla fusione per incorporazione di Alia Servizi Ambientali, Publiservizi, Consiag e Acqua Toscana. Non fu un passaggio notarile neutro, ma una scelta politica rivendicata dai sindaci-soci più pesanti della Toscana centrale: Dario Nardella, allora sindaco di Firenze, primo azionista e capofila dell’operazione, e Matteo Biffoni, allora sindaco di Prato e presidente di Anci Toscana, alla guida del secondo Comune socio. Nardella aveva definito il progetto un “traguardo storico”, legandolo all’obiettivo di recuperare il ruolo dei Comuni, attrarre investimenti e controllare le tariffe pur aprendo a partner industriali e finanziamenti privati; Biffoni fu l’altro pilastro politico dell’operazione, con Prato dentro la partita attraverso il sistema Consiag e il peso strategico del distretto. La struttura societaria vedeva Firenze al 37,1%, Prato al 18,1%, Pistoia al 5,54%, Empoli al 3,4% e gli altri Comuni toscani complessivamente al 35,9%.
Per questo oggi il silenzio o la prudenza di chi quella creatura l’ha voluta pesa più di una normale omissione politica: pesa come la difficoltà di ammettere che il gigante costruito in nome del controllo pubblico rischia di essere diventato più forte dei suoi stessi fondatori.
La promessa era ambiziosa: superare frammentazioni e localismi, trattenere sul territorio le leve strategiche dei servizi pubblici, integrare rifiuti, acqua ed energia, competere con i grandi player del Nord e rafforzare la capacità di investimento. In teoria, più dimensione industriale avrebbe dovuto significare più controllo pubblico, più efficienza e maggiore tutela per cittadini e imprese. In pratica, oggi ci troviamo davanti a un gigante pubblico che sembra pesare sulle gambe dei cittadini più di quanto alleggerisca le loro bollette.
Plures detiene partecipazioni strategiche nei principali operatori dei servizi pubblici locali: circa il 40% di Estra, il 58% di Publiacqua, il 19% di Acque Spa e il 31% di Toscana Energia.
Nel frattempo, il percorso di aggregazione è proseguito anche con il conferimento di AER e di GIDA. Ed è qui che Prato entra fino in fondo nella partita.
Dopo il conferimento della propria partecipazione in GIDA, il Comune di Prato è passato al 18,55% di Alia-Plures. GIDA è diventata partecipata indiretta tramite Alia, oggi Plures, ed è detenuta da Alia al 99,99%, dopo il sostanziale superamento della presenza privata di Confindustria Toscana Nord. Dunque Plures non è una questione fiorentina. È anche, profondamente, una questione pratese. Per Prato significa rifiuti, acqua, depurazione, GIDA, tariffe, industria, tariffe industriali, servizio pubblico. E, soprattutto, potere.
Nel 2025 Plures dichiara oltre 2,2 miliardi di ricavi, 405,8 milioni di EBITDA, 67,3 milioni di utile netto consolidato e 547 milioni di investimenti operativi. L’assemblea dei soci del 29 giugno 2026 ha approvato il bilancio con l’89,96% del capitale favorevole e ha deliberato la distribuzione di 34,4 milioni di dividendi; gli organi sociali sono stati prorogati fino a una nuova assemblea da tenersi entro il 30 settembre. Ma proprio questi numeri aprono il nodo politico più delicato: Plures rinuncia alla Borsa, finanzia il piano industriale con flussi di cassa, mutui e obbligazioni, e intanto distribuisce ai Comuni soci oltre la metà dell’utile netto consolidato. È un equilibrio sostenibile o è solo un rinvio del conto? Perché se il capitale privato non entra, se il debito aumenta e se i dividendi continuano a uscire, qualcuno quel costo dovrà pagarlo. E, in un servizio pubblico regolato e sostanzialmente monopolistico, il rischio è che a pagarlo siano ancora una volta cittadini e imprese: prima con tariffe più alte, poi forse con Comuni senza più dividendi da incassare.
Formalmente, dunque, il treno societario va avanti. Politicamente, però, la vicenda resta apertissima.
Prima c’è stato il caso del bilancio annunciato, poi ritirato, poi aggiornato. Poi sono emersi il nodo dei costi, il rapporto fra ATO e multiutility, il tema delle tariffe, quello dei dividendi, il destino di GIDA e il malessere dei piccoli Comuni, che chiedono più controllo, più qualità del servizio e più attenzione ai territori.
La domanda, allora, è semplice: Plures è ancora uno strumento dei Comuni o è diventata un potere sopra i Comuni?
Il punto non è demonizzare Plures. Il punto è controllarla. Una società pubblica che gestisce servizi pubblici essenziali non può diventare un potere pubblico sottratto al controllo pubblico. Oggi Plures incide sulle tariffe, condiziona i bilanci dei Comuni, distribuisce dividendi ai soci mentre le bollette aumentano, programma investimenti, assorbe società strategiche e si muove fra ATO, piani industriali, governance, nomine, territori e utenti finali. Eppure i Comuni che l’hanno creata sembrano spesso ridotti a soci deboli: chiamati ad approvare, ratificare, incassare dividendi, ma molto meno capaci di indirizzare, verificare, correggere, pretendere.
È questo il paradosso. La politica ha partorito il mostro. Ora sembra intimidita dalla sua stessa creatura.
Va riconosciuto: qualcuno si sta muovendo. E non è un dettaglio che ieri, a Prato, il fronte più visibile sia stato aperto da due civici: Paolo Bambagioni, presidente della Commissione Controllo del Comune di Firenze, e Jonathan Targetti, consigliere comunale pratese. La loro conferenza stampa congiunta segna un passaggio politico non secondario: Firenze e Prato, i due Comuni più pesanti dentro Plures, vengono chiamati a rispondere non da una regia di partito, ma dall’iniziativa di due figure che stanno provando quasi da sole a fronteggiare il gigante creato dalla politica.
Bambagioni ha aperto un fronte istituzionale vero. Ha parlato di bilancio ritirato come di un unicum, ha chiesto atti, numeri e verità, e ha sollecitato il Comune di Firenze a esercitare fino in fondo il proprio ruolo di indirizzo e controllo. Poi ha alzato il livello dello scontro sul rapporto fra ATO Toscana Centro e Alia-Plures, sostenendo che dalla relazione ATO emergerebbe un quadro pesante: costi del servizio rifiuti aumentati, dati insufficienti, consulenze e spese non ammissibili, con il rischio che inefficienze e costi non giustificati finiscano nelle bollette di cittadini e imprese. Targetti, dal canto suo, ha portato il caso dentro la questione pratese: GIDA, tariffe, ruolo del Comune di Prato, rappresentanza nelle partecipate, trasparenza sulle nomine e responsabilità politiche del sistema locale. Ha chiesto discontinuità, anche sul ruolo di Nicola Ciolini, e ha collegato Plures alla crescita della TARI e al peso sulle famiglie e sulle imprese pratesi.
Anche altri si sono mossi, ma in ordine sparso. A Prato, Cristina Attucci ed Eleonora Cioni, consigliere comunali di Fratelli d’Italia, hanno presentato un’interrogazione a risposta orale sulla gestione Plures-Alia, chiedendo trasparenza sulle tariffe, controllo analitico dei costi e tutela delle tasche dei cittadini. Hanno posto anche una questione politica molto netta: se Biffoni vuole davvero inaugurare una nuova stagione, non dovrebbe approvare il bilancio Plures-Alia senza piena chiarezza su ogni voce di spesa. È un’iniziativa corretta, concreta, che va riconosciuta.
La Lega, con Tiziana Nisini, ha annunciato un’interrogazione al MEF per chiedere verifiche amministrativo-contabili sui costi trasferiti in tariffa. Fratelli d’Italia in Regione, con Chiara La Porta e Alessandro Capecchi, ha parlato di “caos Plures-Alia”, chiedendo risposte immediate ai due soci principali, Firenze e Prato, e richiamando servizi peggiorati, lavoratori in agitazione, tariffe in aumento e ritiro del bilancio. Anche questo è utile. Ma resta il nodo politico: a Prato FdI ha prodotto un atto consiliare; in Regione, invece, non si vede ancora una battaglia organica, continuativa, riconoscibile. E proprio su un caso di questa portata il livello regionale non può limitarsi a inseguire le iniziative dei singoli.
Il confronto con Bambagioni e Targetti rende il vuoto ancora più evidente: due civici costruiscono un asse Firenze-Prato e provano a incalzare il gigante Plures; Attucci e Cioni portano il tema nel Consiglio comunale di Prato; La Porta e Capecchi denunciano il caos. Ma Fratelli d’Italia in Consiglio regionale deve fare il salto che ancora manca: trasformare il caso Plures in un dossier toscano, con atti, audizioni, richiesta di documenti e una linea politica capace di chiamare tutti alle proprie responsabilità.
Dunque, tutto bene? Sì, Ma non basta.
Perché il problema non è più soltanto denunciare Plures. Il problema è riportarla dentro un perimetro di controllo politico e democratico. E questo non può avvenire con iniziative isolate, pur meritorie, né con comunicati che aprono un fronte e poi lo lasciano sospeso. Serve un livello più alto, più compatto, più istituzionale.
Dov’è una posizione unitaria dell’opposizione toscana? Dov’è una richiesta coordinata in Consiglio regionale? Dov’è una Commissione di controllo e garanzia, o comunque una sede formale di audizione, che chiami Plures, ATO Toscana Centro, Comuni soci, revisori, rappresentanti dei lavoratori, piccoli Comuni contrari e territori coinvolti? Dov’è un atto organico su tariffe, dividendi, piano industriale, governance, investimenti, GIDA e futuro della multiutility?
Soprattutto: dov’è la forza politica di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale su un caso così eclatante?
Perché qui non siamo davanti a una normale polemica amministrativa. Siamo davanti a un modello di potere costruito dalla politica, alimentato dai Comuni, cresciuto attraverso fusioni, conferimenti e partecipazioni, oggi diventato così grande da sembrare più forte dei suoi stessi soci fondatori. E proprio per questo il centrodestra toscano, a partire da Fratelli d’Italia, deve decidere cosa vuole essere: opposizione di sistema o semplice commentatore del sistema.
Non basta chiedere che Firenze e Prato battano un colpo. Devono farlo, certo, perché sono Comuni soci e perché su bilanci, nomine e indirizzo societario la responsabilità è loro. Ma deve batterlo anche chi, in Regione, ha il compito politico di trasformare un caso locale, pratese e fiorentino, in un dossier toscano. Non perché la Regione sia socia di Plures, ma perché Plures agisce dentro un sistema che tocca direttamente materie, piani e scelte di rilievo regionale: rifiuti, acqua, depurazione, impianti, investimenti, ATO, AIT, tariffe, qualità del servizio, economia circolare, autosufficienza del ciclo e governance dei servizi pubblici.
E allora Fratelli d’Italia in Consiglio regionale potrebbe non limitarsi a una presa di posizione. Dovrebbe costruire un’iniziativa politica riconoscibile, documentata, insistente, per stringere Plures dentro il quadro pubblico che la rende possibile e che oggi deve tornare a governarla.
Plures non ha paura delle punture di spillo. Comincia ad avere paura solo quando la politica torna a fare il proprio mestiere: controllare, pretendere atti, convocare audizioni, verificare costi, assumersi responsabilità, indicare una direzione. Bambagioni fa bene. Targetti fa bene. Attucci e Cioni fanno bene. La Porta fa bene. Chi interroga, chiede atti, apre dossier, fa bene. Ma ora serve il salto che ancora manca: trasformare tante iniziative sparse in una battaglia istituzionale comune.
Plures va riportata alla sua natura originaria: società pubblica al servizio dei territori, non potere autonomo davanti al quale i territori abbassano la voce.
La politica toscana ha creato il mostro. I Comuni devono dimostrare di saperlo controllare da soci. La Regione deve dimostrare di saperlo incalzare sul terreno delle regole, degli indirizzi, dei piani e delle responsabilità pubbliche. E l’opposizione, se vuole essere credibile, deve cominciare da qui.
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Redazione La Firenze Che Vorrei
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