L’ex complesso nel cuore del ghetto torna al centro del dibattito politico: dalla stagione degli spazi culturali indipendenti alla nuova concessione alla Comunità ebraica. Polemiche sulla procedura senza bando, mentre il Campidoglio difende la scelta come valorizzazione educativa di un immobile storico.
C’è un palazzo, nel cuore del Ghetto romano, che nel corso di alcuni secoli è stato monastero, scuola, rifugio degli studenti ebrei cacciati dalle leggi razziali del 1938, poi laboratorio culturale tra i più vivi della Roma degli anni Duemila. Oggi è un edificio chiuso, vuoto, silenzioso, e di nuovo conteso.
L’ex Sant’Ambrogio, a pochi passi dal Portico d’Ottavia, è tornato al centro di uno scontro politico che questa volta riguarda la sua trasformazione in nuova sede del liceo ebraico Renzo Levi. E, come spesso accade, la discussione ha finito per allargarsi molto oltre il perimetro della delibera.
Il Rialto, quando il palazzo era un’altra città
Per chi ha vissuto la stagione del Rialto Sant’Ambrogio, quel luogo non è mai stato solo un edificio pubblico. Dentro c’erano spettacoli, assemblee, concerti, teatro, politica, laboratori. Un pezzo di Roma che funzionava come una città parallela, nata dopo la stagione dell’occupazione dell’ex cinema Rialto di via IV Novembre e trasferita poi nel complesso del Ghetto alla fine degli anni Novanta.
Per quasi vent’anni lo spazio è stato uno dei simboli della cultura indipendente romana. Poi sono arrivati i contenziosi, le contestazioni amministrative, i procedimenti giudiziari. E infine lo sgombero definitivo del 9 maggio 2017. Da allora il palazzo è rimasto sostanzialmente chiuso. Ma la lunga scia di contenziosi amministrativi e fiscali che ha coinvolto alcuni dei rappresentanti dell’esperienza culturale è proseguita. Uno dei nodi centrali è la cosiddetta “delibera 140”, il provvedimento con cui Roma Capitale ha ridefinito la gestione degli immobili del patrimonio pubblico concessi ad associazioni e realtà culturali.
L’impostazione della delibera ha segnato un cambio di paradigma rispetto alla fase precedente: le concessioni storiche o di fatto venivano ricondotte a una disciplina più rigida, basata su criteri di “mercato” e sulla necessità di regolarizzare le occupazioni pregresse. In questo quadro, molte situazioni che fino ad allora erano state tollerate o parzialmente riconosciute dall’amministrazione sono state rilette come occupazioni prive di titolo o comunque non conformi ai nuovi parametri. È in questo passaggio che si inseriscono le successive contestazioni: da un lato la richiesta di indennità per occupazione senza titolo avanzata da Roma Capitale, dall’altro la qualificazione fiscale dell’attività svolta negli spazi come “attività economica”, che ha portato l’Agenzia delle Entrate a contestare imposte arretrate, sanzioni e interessi.
Ne è nato un contenzioso complesso, che ha intrecciato profili amministrativi, tributari e giudiziari e che ha continuato a produrre effetti economici anche dopo la fine dell’esperienza del Rialto, alimentando negli anni successive campagne di sostegno e raccolte fondi per far fronte alle richieste di pagamento.

La decisione del Campidoglio
La svolta sull’uso dell’edificio è arrivata tra il 2024 e il 2025. Prima la Giunta capitolina, il 21 novembre 2024, approva la concessione dell’immobile alla Comunità ebraica di Roma per trasferirvi il liceo Renzo Levi. Il progetto è chiaro: trasformare Sant’Ambrogio in una scuola. Una scuola ebraica storica della città, oggi ospitata a poca distanza e destinata a trasferirsi in un edificio che ha già avuto, nella sua lunga storia, una funzione educativa.
Poi, il 29 gennaio 2025, arriva il via libera definitivo dell’Assemblea capitolina. Non senza crepe. Perchè gli unici due voti contrari erano stati quelli di Giovanni Caudo e Tiziana Biolghini di Roma Futura, gruppo che sostiene la maggioranza del sindaco Roberto Gualtieri. Un segnale politico non secondario.
I numeri e il nodo vero: chi decide senza bando
Il punto però non è solo cosa diventerà il palazzo, ma anche come è stata presa la decisione. La contestazione politica e amministrativa ruota infatti attorno a un elemento preciso: l’assenza di un bando pubblico.
Il Campidoglio difende la scelta. L’assessorato al Patrimonio parla di una procedura pienamente legittima, richiamando il regolamento sul patrimonio indisponibile approvato nel 2022 e l’utilizzo di una norma che consente assegnazioni dirette in casi specifici.
Secondo il Comune, non si tratterebbe nemmeno di una concessione “gratuita”: la Comunità ebraica si è impegnata a sostenere lavori di ristrutturazione e messa in sicurezza stimati in circa 8,5 milioni di euro. Spalmati sui trent’anni della concessione, fanno – secondo il Campidoglio – circa 300mila euro l’anno. Ma per i contrari il punto resta un altro: un immobile pubblico di questo valore poteva essere assegnato senza una procedura aperta? È su questo che si è aperto il contenzioso al TAR.
La regola generale introdotta dalla delibera 104/2022 sul patrimonio indisponibile di Roma Capitale prevede infatti che gli immobili pubblici destinati a finalità di interesse generale vengano assegnati tramite avviso pubblico, proprio per verificare l’eventuale presenza di più soggetti interessati e garantire un confronto competitivo.
Nel caso del Sant’Ambrogio, però, l’amministrazione non ha seguito questa procedura ordinaria, facendo invece riferimento all’articolo 13 del regolamento, una norma “speciale” che consente l’assegnazione diretta a determinate categorie di soggetti istituzionali senza passare per un bando.
È questa interpretazione, estensiva o restrittiva a seconda dei punti di vista, ad essere stata contestata davanti al TAR.
Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, tra cui quella del Fatto Quotidiano, la Comunità ebraica di Roma sarebbe stata ricompresa tra i soggetti potenzialmente destinatari di questo tipo di assegnazione diretta, analogamente ad altri enti pubblici o istituzioni riconosciute: da qui la decisione di non attivare una procedura competitiva.
Il Campidoglio, dal canto suo, nelle proprie comunicazioni ufficiali non si sofferma sul dettaglio dell’articolo 13 ma ribadisce la piena legittimità dell’iter seguito nell’ambito del regolamento del 2022, sottolineando piuttosto l’interesse pubblico dell’operazione legato alla funzione educativa della futura sede scolastica e all’investimento privato previsto. In questo quadro, il nodo che dovrà sciogliere il giudizio amministrativo non è la destinazione d’uso del bene, ma la correttezza della procedura: stabilire cioè se l’articolo 13 sia stato applicato legittimamente oppure se, al contrario, sarebbe stato necessario ricorrere a un avviso pubblico aperto alla concorrenza, con la possibilità – in caso di accoglimento del ricorso – di annullare la delibera e imporre una nuova gara.

La polemica che si allarga (e il rischio di confondere tutto)
Negli ultimi giorni la vicenda ha assunto anche una dimensione più delicata, intrecciandosi in parte con il clima del conflitto in Medio Oriente e con le tensioni che questo continua a generare nel dibattito pubblico italiano. In questo contesto, alcune letture politiche hanno finito per sovrapporre piani diversi, rischiando di trasformare una discussione amministrativa in altro. Una cosa è infatti il merito della scelta del Campidoglio, la trasparenza della procedura e il futuro di un immobile pubblico; un’altra è spostare il confronto sulla Comunità ebraica di Roma o sovrapporla alle dinamiche politiche dello Stato di Israele, che non hanno alcun legame diretto con la decisione in oggetto. La Comunità ebraica è una realtà storica della città, radicata da secoli nel tessuto romano, e non può essere assimilata alle scelte di governi stranieri né utilizzata come estensione simbolica di conflitti internazionali.
In questo quadro si inserisce anche una polemica sollevata da Andrea Valeri, oggi responsabile cultura di Sinistra Italiana Roma Area Metropolitana ed ex assessore alla Cultura del Municipio I, che ha criticato l’operazione non solo sul piano amministrativo ma anche politico, arrivando a mettere in discussione l’opportunità del coinvolgimento dell’assessore al Patrimonio Tobia Zevi in relazione alla sua appartenenza alla comunità ebraica. Un’osservazione che è stata interpretata come un sospetto di conflitto di interessi. Su questo punto, però, va distinta con chiarezza la critica politica – legittima sul merito delle scelte amministrative – da qualsiasi automatismo tra appartenenza religiosa e ruolo istituzionale: non esistono elementi che configurino un conflitto di interessi in senso giuridico, e la discussione resta dunque confinata al piano dell’opinione politica.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento che ha alimentato il dibattito pubblico, relativo al finanziamento dei lavori di riqualificazione dell’immobile. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, il progetto da circa 8,5 milioni di euro sarebbe sostenuto da una fondazione riconducibile all’imprenditore Uri Poliavich, fondatore della società internazionale di gaming Soft2Bet, attraverso la Fondazione Yael. Una circostanza che ha sollevato interrogativi di natura etica da parte di alcuni osservatori, pur non riguardando direttamente la decisione amministrativa del Campidoglio. L’assessorato al Patrimonio, da parte sua, ha chiarito che eventuali sponsorizzazioni o contributi privati dovranno comunque rispettare tutte le procedure previste dalla legge e saranno sottoposti alle verifiche e alle autorizzazioni necessarie, senza alcuna deroga rispetto alle norme vigenti.
Resta una domanda più grande, che Roma si porta dietro da anni: cosa fare dei suoi spazi più importanti quando smettono di essere vivi? Lasciarli vuoti, aspettare nuovi progetti, aprire gare pubbliche, affidarsi a investimenti privati, oppure scegliere caso per caso?
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