La Corea del Sud, il Paese che ha trasformato internet in un’infrastruttura nazionale, la cultura pop in una potenza geopolitica e i social in una gigantesca macchina di esportazione della propria immagine, ora prova a fare un passo ulteriore: decidere per legge dove finisce la libertà online e dove comincia la disinformazione.
Dal 7 luglio entrerà in vigore la revisione dell’Act on Promotion of Information and Communications Network Utilization and Information Protection, ribattezzata dai media coreani «fake news law». Il nome ufficiale è lungo, burocratico, quasi inoffensivo. L’effetto politico, invece, rischia di essere enorme. Perché la norma nasce per combattere le notizie false, i contenuti manipolati, la disinformazione prodotta per fare soldi o per colpire qualcuno. Ma, secondo critici, associazioni civiche, giornalisti e una parte dell’opinione pubblica sudcoreana, può trasformarsi in qualcosa di molto più delicato: uno strumento capace di raffreddare la critica, intimidire i media, obbligare le piattaforme a cancellare prima ancora di capire e spingere i creator all’autocensura.
La questione non riguarda soltanto Seoul. Riguarda tutti. Perché la Corea del Sud è spesso il laboratorio anticipato del nostro futuro digitale. Quello che accade lì, dal 5G alla K-pop economy, dall’e-commerce al rapporto simbiotico tra smartphone, piattaforme e vita quotidiana, prima o poi arriva anche altrove. E ora il laboratorio coreano si misura con la domanda che tormenta tutte le democrazie connesse: si può fermare la disinformazione senza mettere il guinzaglio alla libertà di parola?
La stretta su YouTuber, creator e piattaforme
La nuova legge introduce un sistema di responsabilità molto severo per chi diffonde online informazioni considerate false, manipolate o illegali. Nel mirino entrano i grandi produttori di contenuti digitali: YouTuber, influencer, account ad alto traffico, creator che abbiano pubblicato almeno tre contenuti negli ultimi tre mesi e che superino determinate soglie, cioè più di 100 mila iscritti oppure una media di almeno 100 mila visualizzazioni mensili.
Se viene accertato che hanno diffuso intenzionalmente informazioni false o manipolate per ottenere un vantaggio ingiusto, economico o anche solo di influenza sociale e politica, i giudici possono imporre danni punitivi fino a cinque volte il danno provato. Non è una norma pensata soltanto per i giornali tradizionali. È una legge costruita per l’ecosistema digitale reale, quello in cui un video su YouTube può pesare più di un editoriale, una recensione negativa può distruggere un’attività commerciale, un post in una community può diventare virale in poche ore e una teoria complottista può entrare nel dibattito politico prima ancora che qualcuno riesca a verificarla.
In alcuni casi, per chi continua a distribuire contenuti già confermati come falsi o manipolati da una decisione giudiziaria definitiva, sono previste sanzioni amministrative che possono arrivare fino a 1 miliardo di won. Una cifra enorme, soprattutto per un creator o per un operatore digitale che vive di traffico, pubblicità e monetizzazione.
Ed è qui che il caso coreano diventa interessante, e insieme pericoloso. Perché il confine tra falso, opinabile, incompleto, satirico, aggressivo, politicamente scomodo e semplicemente sbagliato non è mai netto. La legge esclude formalmente satira e parodia, e i suoi sostenitori insistono sul fatto che verranno colpite soltanto le condotte deliberate, dannose e profittevoli. Ma per i critici il problema è proprio l’ambiguità: chi decide, con quali tempi, con quale margine di errore, se una frase è falsa, se un contenuto è manipolato, se una critica è legittima o se sta danneggiando qualcuno?
Il caso Kim Soo-hyun: quando una fake news può distruggere una star
Per capire perché la Corea del Sud abbia deciso di muoversi con tanta durezza contro la disinformazione online, basta guardare al caso che ha travolto Kim Soo-hyun, uno degli attori più noti dell’industria coreana, volto globale dei K-drama e protagonista del successo internazionale di Queen of Tears.
La vicenda è esplosa dopo la morte dell’attrice Kim Sae-ron, trovata senza vita nel febbraio 2025 a 24 anni. Da quel momento, attorno al nome di Kim Soo-hyun si è costruita una tempesta mediatica alimentata da video, accuse, insinuazioni e presunte prove diffuse online. Al centro della bufera c’era lo YouTuber Kim Se-ui, operatore del canale Hover Lab, conosciuto anche come Garo Sero Institute.
Le accuse erano pesantissime: secondo quanto diffuso online, Kim Soo-hyun avrebbe avuto una relazione con Kim Sae-ron quando lei era ancora minorenne e le pressioni economiche legate a un debito avrebbero avuto un ruolo nella sua morte. L’attore ha sempre negato di aver avuto una relazione con lei quando era minorenne e la sua difesa ha parlato di contenuti falsi, messaggi manipolati e perfino audio fabbricati con l’intelligenza artificiale.
Secondo quanto riportato dai media coreani, la polizia ha contestato a Kim Se-ui la diffusione di informazioni false e fabbricate sull’attore. Lo YouTuber è accusato anche di aver creato registrazioni audio manipolate con tecnologia AI per sostenere le proprie affermazioni. Lui ha respinto le accuse. I legali di Kim Soo-hyun, intanto, hanno annunciato una causa civile per danni che, secondo la stampa coreana, potrebbe arrivare fino a 30 miliardi di won.
Il danno, però, era già arrivato. La carriera dell’attore è stata investita dalla bufera: pubblicità sospese, progetti rallentati, immagine pubblica travolta, calendario internazionale congelato. È il caso perfetto, quasi scolastico, per spiegare la nuova ossessione sudcoreana: nell’era dell’AI, una voce falsa, un messaggio ricostruito, un video virale o una narrazione emotiva possono bastare a distruggere una reputazione prima ancora che un tribunale abbia il tempo di stabilire la verità.
Ed è proprio qui che la legge anti fake news mostra la sua doppia faccia. Da un lato, casi come quello di Kim Soo-hyun spiegano perché Seoul voglia strumenti più duri contro chi costruisce accuse false e le trasforma in traffico, soldi e influenza. Dall’altro, mostrano anche il pericolo opposto: se il potere di decidere cosa è falso diventa troppo largo, troppo rapido o troppo politico, la cura contro la menzogna può trasformarsi in un’altra forma di controllo.
La stretta non riguarda soltanto chi pubblica. Coinvolge anche chi ospita, distribuisce, indicizza e amplifica i contenuti. Le piattaforme con oltre 1 milione di utenti attivi giornalieri medi saranno obbligate a dotarsi di sistemi di segnalazione, procedure di gestione dei reclami, politiche interne contro la disinformazione e report di trasparenza periodici. In concreto, significa che giganti come Naver, Kakao, Google, YouTube e Meta dovranno rafforzare i propri sistemi di controllo e risposta.
La norma prevede che, dopo una segnalazione, le piattaforme possano cancellare o bloccare un contenuto, limitarne la visibilità, sospendere o chiudere un account, restringere la monetizzazione, applicare etichette o adottare altre misure previste dalle proprie policy. Sulla carta esistono meccanismi di opposizione e possibilità di contestare le decisioni. Nella pratica, però, il rischio è che le piattaforme scelgano la via più sicura: togliere, oscurare, limitare. Non perché sappiano davvero cosa è falso, ma perché una causa, una sanzione o un ordine dell’autorità costano molto più di un post cancellato.
È il vecchio paradosso della moderazione digitale, portato alle sue estreme conseguenze. Gli Stati chiedono alle piattaforme di essere più responsabili, le piattaforme rispondono diventando più prudenti, gli utenti scoprono che la prudenza di un algoritmo o di un ufficio legale può somigliare molto alla censura.
Il Paese delle fake news e il trauma della politica
La Corea del Sud non arriva a questa legge per caso. Negli ultimi anni il Paese ha vissuto una stagione di polarizzazione durissima, alimentata anche da canali YouTube iperpolitici, campagne online, teorie complottiste e accuse incrociate di manipolazione. Il dibattito sulla disinformazione si è fatto ancora più incandescente dopo le crisi istituzionali e politiche che hanno attraversato Seoul, lasciando un segno profondo nel rapporto tra potere, piazza digitale e teorie cospirative.
Per i sostenitori della legge, la risposta è semplice: la disinformazione non è una semplice opinione sbagliata, ma può distruggere reputazioni, colpire aziende, manipolare il consenso, alimentare odio e indebolire la democrazia. In questa lettura, punire chi mente deliberatamente e trae vantaggio dalla menzogna non significa limitare la libertà di espressione, ma proteggerla dall’inquinamento organizzato.
È una tesi che, in astratto, ha una sua forza. Nessuna democrazia può ignorare l’impatto delle campagne di disinformazione. Nessun Paese può fingere che il problema non esista. Ma il punto è un altro: una democrazia può affidare al combinato disposto di tribunali, autorità amministrative e piattaforme private il potere di decidere che cosa può circolare online?
La petizione contro il nuovo bavaglio
A dimostrare quanto il tema sia esplosivo c’è la mobilitazione pubblica. Più di 140 mila persone hanno sottoscritto una petizione all’Assemblea nazionale chiedendo di fermare l’entrata in vigore della legge. Il timore espresso dai firmatari è che la norma possa essere usata come strumento di censura statale, capace di colpire i contenuti sgraditi a chi detiene il potere.
Non è una paura inventata dal nulla. La Corea del Sud è una democrazia vivace, tecnologicamente avanzata, culturalmente potentissima, ma porta con sé anche una memoria complicata: governi autoritari, blacklist culturali, pressioni politiche sui media, ferite istituzionali mai del tutto rimarginate. È proprio questo passato a rendere più sensibile ogni norma che tocchi la libertà di espressione.
Le associazioni civiche e i gruppi di giornalisti temono che la legge possa scoraggiare le inchieste sui politici, sui funzionari pubblici e sulle grandi aziende. Non perché ogni articolo critico sia falso, ma perché la minaccia di una causa milionaria o di un procedimento può bastare a rendere meno coraggiosa una redazione, più prudente un creator, più silenzioso un cittadino.
Il problema, insomma, non è soltanto ciò che la legge punirà davvero. È ciò che potrebbe impedire prima ancora che venga scritto, pubblicato, filmato o condiviso.
Il modello coreano e la tentazione globale
La Corea del Sud non è sola. L’Europa ha il Digital Services Act, gli Stati Uniti discutono senza sosta di responsabilità delle piattaforme, molti Paesi asiatici hanno già introdotto norme contro fake news, deepfake, contenuti manipolati e disinformazione elettorale. Ovunque, i governi cercano di riprendere controllo su uno spazio digitale che per anni è sembrato crescere più velocemente delle istituzioni.
La differenza è che Seoul lo fa con una legge che mette insieme danni punitivi, obblighi per le piattaforme, meccanismi di segnalazione, report di trasparenza, coinvolgimento di fact-checker e possibilità di intervento sui contenuti. È un modello organico, ambizioso, forse persino inevitabile nel mondo dell’intelligenza artificiale generativa, dei deepfake e della propaganda industrializzata. Ma è anche un modello che può produrre un effetto collaterale micidiale: far diventare la libertà online una concessione amministrativa.
Il rischio diplomatico, poi, non è secondario. Molte delle piattaforme coinvolte sono americane. YouTube, Google, Meta non sono soltanto aziende: sono pezzi dell’infrastruttura globale dell’informazione, e ogni legge nazionale che impone loro obblighi stringenti può trasformarsi in un tema commerciale, politico e strategico. La Corea, alleata fondamentale degli Stati Uniti nel Pacifico, rischia così di importare nel rapporto con Washington lo stesso attrito che l’Europa conosce già con il DSA: la regolazione delle piattaforme come nuovo campo di battaglia tra sovranità digitale e potere americano.
La libertà non si difende con il telecomando
Il punto non è negare l’esistenza delle fake news. Sarebbe ingenuo, e anche pericoloso. Le notizie false possono manipolare elezioni, distruggere vite, spostare mercati, alimentare odio, rendere impossibile qualsiasi discussione pubblica fondata sui fatti. Ma combattere la menzogna con una macchina normativa troppo ampia può produrre un altro danno: trasformare il diritto alla verità nel potere di stabilire una verità autorizzata.
La Corea del Sud, che ha conquistato il mondo con la libertà creativa dei suoi artisti, la velocità delle sue piattaforme, la forza della sua industria culturale e tecnologica, ora si trova davanti a una prova più difficile: dimostrare che si può governare il caos digitale senza spegnere la voce di chi disturba.
Perché il vero test non sarà cancellare la fake news più rozza, il video più manipolato, il post più diffamatorio. Quello lo vogliono tutti. Il vero test sarà proteggere l’articolo scomodo, la domanda impertinente, la recensione severa, il creator antipatico, il giornalista che sbaglia in buona fede, il cittadino che critica il potere senza dover prima chiedere il permesso a una piattaforma, a un’autorità o a un giudice.
Dal 7 luglio Seoul promette di fare pulizia nell’internet della menzogna. Ma la domanda, per la Corea e per tutti noi, è un’altra: quanta libertà resterà in piedi dopo le pulizie?
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Marianna Baroli
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