Impianto Sellata-Monte Pierfaone, Consigliere regionali Araneo e Verri: “Opera da 8 milioni di euro dentro un Parco nazionale non può essere istruita a passo di corsa. La Regione spieghi tempi e scelte procedurali”. Di seguito la nota integrale.
Cominciamo da ciò che non stiamo dicendo, perché sappiamo già in che modo verrà raccontata questa presa di posizione. Non siamo contro il rilancio della montagna lucana, non siamo contro Abriola e non siamo contro chi in quel comprensorio prova da anni a tenere aperta un’attività e a trattenere qualche famiglia in più. La Sellata e Monte Pierfaone sono un patrimonio di questa regione e meritano investimenti seri. Proprio per questo, quando su quel patrimonio si spendono circa 8 milioni di euro di risorse pubbliche attraverso il Programma operativo complementare al POR FESR, chiediamo che il percorso amministrativo sia limpido e spiegabile in ogni suo passaggio. Non è un cavillo: è l’unica cosa che distingue un investimento da un’occupazione.
La questione che poniamo riguarda i tempi. Il Comune di Abriola avvia il procedimento di valutazione di incidenza il 19 maggio 2026. Nel giro di poche settimane la Regione conclude la fase di screening con parere favorevole, escludendo la necessità di una valutazione più approfondita. All’inizio di luglio si chiude il bando del secondo lotto. Ad agosto i cantieri sono aperti e le lavorazioni in corso. Chi conosce i tempi ordinari della pubblica amministrazione lucana sa che questa velocità non è la norma, e non lo diciamo per insinuare: lo diciamo perché un’amministrazione che di norma è lenta e che su un singolo intervento diventa rapidissima deve poter spiegare che cosa abbia reso possibile quell’accelerazione. È una domanda di metodo, e le domande di metodo hanno diritto a una risposta.
C’è poi il merito della scelta procedurale, che è il punto politico dell’intera vicenda. Fermarsi allo screening significa affermare formalmente che l’intervento non produce effetti significativi su un sito tutelato dall’Unione europea. Quel sito è la faggeta di Monte Pierfaone, designata esattamente per il bene naturale che la caratterizza, e l’intera area ricade nel Parco nazionale dell’Appennino Lucano. Sostenere che una pista di 480 metri, quattro nuove aree di sosta, una struttura commerciale e ricettiva e le opere connesse non incidano in modo significativo su quel bene richiede una motivazione tecnica robusta. Chiediamo che quella motivazione venga esposta pubblicamente: perché si è ritenuto sufficiente il primo livello della procedura, su quali rilievi si fonda quella conclusione, con quali prescrizioni, e in quale forma l’Ente Parco ha espresso la propria valutazione. Su un’opera di questa natura il parere del Parco non può essere un passaggio da sbrigare.
In queste stesse settimane la Giunta ha approvato, su proposta dell’assessora all’Ambiente Laura Mongiello, il Piano della sostenibilità: un documento che promette la valutazione degli effetti cumulativi delle trasformazioni sul territorio, valutazioni climatiche esplicite nei procedimenti di VIA e VAS, momenti pubblici di restituzione dei risultati. Tutto questo viene annunciato mentre su un intervento da 8 milioni di euro dentro un parco nazionale si sceglie il percorso più breve e non si apre alcun confronto preventivo con le comunità dei territori interessati. Delle due l’una: o quel Piano vale a partire da subito, e allora Sellata-Pierfaone è il primo banco di prova su cui applicarlo, oppure è l’ennesimo documento destinato a restare sulla carta mentre le decisioni vere si prendono altrove e con altri criteri.
Il quadro si completa con un dato che da solo racconta l’arretratezza della nostra strumentazione. L’intervento poggia su una cornice paesaggistica risalente al 1990, aggiornata con una variante generale nel 2005: uno strumento anteriore alla stessa istituzione del Parco nazionale, avvenuta nel 2007. Si autorizza cioè dentro un’area protetta usando regole scritte quando quell’area protetta non esisteva. Non è un’anomalia locale: è la conseguenza diretta di ciò che denunciamo da anni in ogni sede, l’assenza del Piano paesaggistico regionale. Senza quello strumento, e senza atti che individuino in modo vincolante ciò che si può fare e dove, ogni procedimento diventa una trattativa caso per caso e ogni comunità resta disarmata davanti a decisioni che la riguardano. Lo abbiamo detto sull’eolico, lo abbiamo detto sulle estrazioni, lo ripetiamo oggi su un impianto turistico: è sempre lo stesso vuoto, ed è un vuoto politico prima che normativo.
Sul merito della scelta abbiamo un’opinione e non la nascondiamo. Installare una pista sintetica sull’Appennino lucano significa replicare qui, in forma artificiale, un modello di turismo nato sulle Alpi e che sulle Alpi è già in crisi per la mancanza di neve e per i costi di gestione. Significa intervenire sul faggio, che è il vero attrattore di quel comprensorio, per installare il polimero che dovrebbe attrarre al posto suo. Non crediamo che il futuro della montagna lucana passi da lì. Crediamo che passi dalla sentieristica e dalla mobilità dolce, dal recupero delle strutture già esistenti invece che dal consumo di suolo nuovo, dalla destagionalizzazione costruita su bosco, acqua, cammini, prodotti locali e archeologia, da un’ospitalità diffusa che lasci il valore aggiunto nelle mani di chi abita quei paesi. E i dati Istat che in questi giorni certificano la Basilicata come la regione con il peggior saldo migratorio interno d’Italia dovrebbero suggerire a tutti che i soldi pubblici in montagna vanno spesi per far restare le persone, non per un’attrazione che vive una stagione.
Per queste ragioni depositeremo un’interrogazione alla Giunta regionale e chiederemo l’audizione in III Commissione consiliare permanente dei responsabili del procedimento, dell’Ente Parco e del Comune di Abriola, perché siano illustrate in sede istituzionale le ragioni della tempistica adottata e delle scelte procedurali compiute. Sarebbe inoltre auspicabile l’apertura di un confronto pubblico con cittadini, operatori economici, associazioni e tecnici, e che i chiarimenti arrivino prima che le lavorazioni proseguano oltre.
Una precisazione finale, rivolta a chi già prepara la replica. Non stiamo chiedendo di fermare un investimento: stiamo chiedendo di renderlo verificabile. Se le procedure sono corrette, spiegarle pubblicamente le rafforza e nessuno avrà perso nulla. Se non lo sono, è meglio saperlo adesso che tra due anni davanti a un contenzioso o a un’opera abbandonata. La Basilicata ha già pagato abbastanza per opere annunciate come rivoluzionarie e finite in manutenzioni mai fatte e in strutture chiuse. Su Sellata-Pierfaone abbiamo ancora il tempo di fare le cose per bene. Chiediamo che questo tempo venga usato.
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