«Non basta spostare l’acqua da una falda all’altra. Per salvare i laghi dei Castelli Romani bisogna ridurre i consumi e fermare il nuovo consumo di suolo». È netta la posizione del Coordinamento Ambientalista dei Castelli Romani, che interviene nel dibattito sulla sempre più preoccupante crisi idrica del territorio dopo l’annuncio dell’investimento da 29,5 milioni di euro per l’interconnessione acquedottistica Appio Alessandrino-Doganella.
Gli ambientalisti accolgono «con attenzione» l’intervento annunciato dalla Città Metropolitana di Roma Capitale, ma avvertono: una nuova infrastruttura acquedottistica, da sola, non può risolvere un problema che affonda le sue radici in decenni di squilibrio tra i prelievi e la capacità naturale della falda dei Colli Albani di rigenerarsi.
E proprio sulla dimensione della crisi il Coordinamento pone immediatamente l’accento. «La crisi dei laghi dei Castelli Romani non è rappresentata da un abbassamento di 76 centimetri», sostiene il Coordinamento, secondo il quale «il sistema dei laghi e della falda dei Colli Albani ha subito negli ultimi decenni un abbassamento complessivo dell’ordine di 7,5 metri».
Una situazione che le associazioni ambientaliste del territorio affermano di denunciare da circa quarant’anni.
“Non si sta prosciugando soltanto il Lago Albano: il problema è la falda”
Il cuore dell’intervento riguarda proprio un concetto che il Coordinamento considera fondamentale per comprendere cosa stia realmente accadendo ai Castelli Romani.
Il problema non riguarderebbe soltanto il livello del Lago Albano di Castel Gandolfo o quello del Lago di Nemi, ma l’intero sistema idrogeologico dei Colli Albani.
«Non è semplicemente il Lago Albano che si sta prosciugando. È l’intera falda sotterranea che alimenta i laghi, le sorgenti, i pozzi e gli ecosistemi dei Castelli Romani ad essere in deficit. I laghi rappresentano soltanto la parte visibile di un problema molto più grande».
Secondo il Coordinamento, negli ultimi decenni dall’idrostruttura dei Colli Albani sarebbe stata prelevata una quantità d’acqua superiore a quella che le precipitazioni riescono naturalmente a reintegrare.
È partendo da questo assunto che gli ambientalisti giudicano insufficiente una strategia fondata esclusivamente sull’interconnessione delle reti.
«Costruire nuove condotte o interconnettere acquedotti può eventualmente modificare la provenienza dell’acqua distribuita, ma non risolve automaticamente lo squilibrio tra quantità di acqua prelevata e capacità naturale di ricarica della falda».
“L’acqua non si crea costruendo acquedotti”
Il passaggio più incisivo del comunicato riguarda proprio il rischio, secondo gli ambientalisti, di trasferire il problema da un territorio all’altro anziché affrontarne le cause.
«Non possiamo considerare una soluzione sostenibile quella di salvare una falda andando progressivamente a depauperarne un’altra. L’acqua non si crea costruendo acquedotti. Si può spostarla da un territorio a un altro, ma se i consumi complessivi continuano a crescere il problema viene semplicemente trasferito».
Il Coordinamento non nega che un sistema acquedottistico maggiormente interconnesso possa contribuire alla sicurezza dell’approvvigionamento. Contesta però l’idea che l’opera possa rappresentare, da sola, la soluzione strutturale alla crisi dei laghi e delle falde dei Castelli Romani.
Le due richieste: “Ridurre i consumi almeno del 30% e fermare il consumo di suolo”
Da qui arrivano due proposte precise, che il Coordinamento afferma di sostenere da anni anche sulla base di contributi scientifici e geologici. La prima è una riduzione di almeno il 30% dei consumi idrici sull’intera idrostruttura dei Colli Albani.
«Occorre intervenire sui consumi civili, agricoli, industriali e sulle perdite delle reti, accompagnando questa riduzione con politiche di risparmio idrico, recupero e riutilizzo delle acque».
La seconda richiesta è altrettanto netta: stop al nuovo consumo di suolo sull’intera idrostruttura Albana. Per gli ambientalisti esiste infatti un collegamento diretto tra urbanizzazione e crisi della risorsa idrica.
«Continuare a costruire significa aumentare abitanti, utenze e consumi idrici e, contemporaneamente, impermeabilizzare nuovi terreni, riducendo ulteriormente la capacità delle precipitazioni di infiltrarsi nel sottosuolo e ricaricare la falda».
I due fenomeni, secondo il Coordinamento, non possono più essere affrontati separatamente. «Non possiamo chiedere alla falda di fornire sempre più acqua mentre rendiamo sempre più difficile la sua ricarica».
L’appello a Gualtieri e il nodo dell’inceneritore di Santa Palomba
Il comunicato apre poi un fronte politico e chiama direttamente in causa il sindaco di Roma e sindaco metropolitano Roberto Gualtieri, ponendo il tema del progetto dell’inceneritore di Santa Palomba.
«Se davvero la Città Metropolitana considera prioritario ridurre la pressione sulla falda dei Colli Albani, occorre affrontare anche il tema dei nuovi consumi idrici previsti nell’area di Santa Palomba».
Secondo quanto sostenuto dal Coordinamento nelle proprie osservazioni, il progetto dell’inceneritore e le infrastrutture collegate comporterebbero ulteriori fabbisogni idrici che interesserebbero il sistema collegato ai Castelli Romani.
Da qui la contestazione: «Non è coerente investire milioni di euro dichiarando di voler ridurre i prelievi dalla falda e contemporaneamente autorizzare o programmare nuovi grandi consumi di acqua nello stesso territorio. La tutela della falda deve essere un principio valido sempre, non soltanto quando si presenta un nuovo acquedotto come opera ambientale».
Una posizione, quella relativa all’impianto di Santa Palomba, che rappresenta la valutazione espressa dal Coordinamento Ambientalista e che si inserisce nel più ampio confronto che da tempo accompagna il progetto.
L’appello a Sanna e Ferraro: “La scelta politica sia ridurre i consumi”
Gli ambientalisti si rivolgono direttamente anche al vicesindaco metropolitano Pierluigi Sanna e al consigliere delegato all’Ambiente Rocco Ferraro. I due esponenti di Città Metropolitana hanno definito l’intervento sull’interconnessione una «precisa scelta politica d’indirizzo» finalizzata alla protezione dell’ecosistema dei Colli Albani.
Il Coordinamento chiede ora che a questa scelta infrastrutturale ne segua una più ampia. «Se questa è realmente la scelta politica, allora chiediamo loro di compiere il passo successivo: sostenere pubblicamente una strategia complessiva per la riduzione dei consumi idrici e per lo stop al consumo di suolo sull’intera idrostruttura dei Colli Albani».
In caso contrario, avvertono gli ambientalisti, «ogni nuova infrastruttura rischia di trasformarsi soltanto in un modo per continuare a sostenere consumi non più compatibili con la disponibilità naturale della risorsa».
“Non si salvano i Castelli Romani impoverendo altri territori”
È probabilmente questo uno dei punti politicamente e ambientalmente più rilevanti del documento. Il Coordinamento mette in guardia dal rischio che la ricerca di nuove fonti di approvvigionamento finisca semplicemente per allargare geograficamente il problema.
«Non è possibile pensare di risolvere la crisi idrica dei Castelli Romani depauperando progressivamente le falde di altri territori».
Un sistema acquedottistico interconnesso, riconoscono gli ambientalisti, «può avere una funzione importante nella sicurezza dell’approvvigionamento», ma non deve diventare lo strumento attraverso il quale rinviare il nodo centrale.
E il Coordinamento lo sintetizza senza mezzi termini: «Consumiamo troppa acqua rispetto alla capacità naturale del territorio di rigenerarla. Se continuiamo ad aumentare i consumi, prima impoveriremo la falda dei Castelli Romani e poi quelle dei territori circostanti. Questa non è sostenibilità».
“L’acqua è un bene comune, non una risorsa infinita”
Il documento si chiude con un richiamo alla natura pubblica e collettiva della risorsa idrica e alla necessità di associare ai grandi investimenti infrastrutturali obiettivi verificabili e misurabili. «Riteniamo che investimenti pubblici di questa dimensione debbano essere accompagnati da obiettivi misurabili di riduzione dei consumi e di recupero dell’equilibrio della falda».
In caso contrario, secondo il Coordinamento, esiste il rischio che «decine di milioni di euro di risorse pubbliche si trasformino soprattutto in un vantaggio per chi realizza e gestisce le infrastrutture acquedottistiche, senza modificare il modello che ha prodotto la crisi».
Poi una frase che racchiude l’intero senso della presa di posizione: «L’acqua è un bene comune, non una risorsa infinita da estrarre, trasportare e vendere».
Dopo decenni di allarmi sul progressivo abbassamento dei laghi, il Coordinamento Ambientalista chiede dunque un cambio di paradigma: non soltanto trovare altra acqua, ma consumarne meno e consentire al territorio di tornare a trattenerne e assorbirne di più.
«Dopo quarant’anni di abbassamento della falda è arrivato il momento di intervenire sulle cause. Per salvare i laghi dei Castelli Romani bisogna salvare la falda che li alimenta».
E le due decisioni indicate dagli ambientalisti non lasciano spazio a interpretazioni: «Ridurre almeno del 30% i consumi idrici e fermare il nuovo consumo di suolo sull’intera idrostruttura dei Colli Albani».
«Tutto il resto può essere utile come intervento complementare, ma non può essere presentato come la soluzione della crisi idrica dei Castelli Romani».
Una presa di posizione destinata a riaccendere il confronto su un tema che, soprattutto alla luce delle condizioni in cui versano il Lago Albano e il Lago di Nemi, rappresenta ormai una delle grandi questioni ambientali per il futuro dei Castelli Romani.
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Daniel Lestini
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