Allora lo zio Augusto guardò prima sua moglie, zia Lina, poi suo fratello Lucho, mio padre, e infine, per rispettare diligentemente il senso dinastico, me. Poi non poté far altro che sentenziare bastardo, bastardo lurido di un vecchio. «Mio padre non mi ha lasciato nemmeno mezzo pesos». Si voltò verso zia Lina, «E noi che quest’anno ce ne volevamo andare in Brasile in vacanza…».

Poi si accasciò sulla sedia e si mise le mani sul volto. In quel momento li immaginai sdraiati sulla spiaggia bianca di Bahia con un bicchiere di caipirinha in mano. Mio zio Augusto aveva sicuramente bisogno di prendere un po’ di sole, e lo notai quando zia Lina gli passò una mano sul suo faccino smunto.

Come non lo aveva lasciato a lui, quel mezzo pesos, il nonno non l’aveva lasciato nemmeno a me, il suo caro nipotino. Non mi sembrava quello il momento di dire allo zio Augusto che io l’avevo da sempre saputo, o perlomeno percepito. Non ci voleva un genio per capire che, una volta morto, nonno Elmo avrebbe lasciato tutto all’unica causa di cui si era sentito veramente partecipe, e alla quale voleva sicuramente continuare a partecipare anche da sotto terra: la ricostruzione del vecchio stadio, il Gasómetro, nel nostro barrio, il barrio Boedo.

Quasi che stava per strapparsi i pochi capelli che gli erano rimasti, zio Augusto, non fosse stato per sua moglie che lo riprese e lo accompagnò in bagno, a rinfrescarsi la faccia, «O forse a farlo annegare per vederlo soffrire di meno», sghignazzò da dietro mia madre. A discapito delle aspettative, mio padre rimase invece arzillo, stabile, anche se il suo sopracciglio destro continuò ad alzarsi e abbassarsi, mentre quello sinistro sembrava non essere in grado di seguire il ritmo del gemello.

«Andiamo a casa? Valentín inizia ad avere fame», se ne uscì fuori mia madre, senza nemmeno guardarmi. Io allora mi misi una mano sulla pancia. Avevo davvero fame? Non lo sapevo, ma se lo sapeva lei tanto bastava. Mio padre allora mi guardò e mi disse di aspettare, che un vero ometto deve sempre riuscire a trattenersi, soprattutto in questi casi delicati. Era dunque un caso delicato l’eredità e allora, diligentemente, io smisi di avere quella fame che fino a un secondo prima non sapevo di avere.

Ma il caso, oltre che delicato, era a dir poco buffo. Il caso era il seguente: nonno Elmo era morto da due giorni e zio Augusto si era sfregato le mani di contentezza da quel martedì funereo, dicendo che da tempo il suo vecchio aveva avuto il culo pieno di grana, solo che l’aveva nascosta bene, quel tirchio, e che adesso era finito il tempo del mate cocido accompagnato da misere fette di pane bruciacchiate. Io nonno Elmo non l’avevo mai visto come un uomo tirchio: se volevo le nuove figurine di calcio me le comprava, se desideravo infilare metà testa nei barattoli di dulche de leche me lo lasciava fare, e, ancora prima di finirne uno, lui tirava già fuori quello di scorta da dietro la schiena. Quello che si avevo visto in lui era invece una dose di pazzia prorompente, che spesso veniva fuori, e anzi, più che spesso, veniva sempre fuori esattamente nello stesso posto: all’interno del supermercato Carrefour che avevano costruito al posto del vecchio stadio Gasómetro.

Nonno Elmo entrava arzillo, salutava i commessi, dal primo all’ultimo, li chiamava venduti e poi mandava loro un bacio con la mano destra. Si appostava davanti al bancone della carnicería, immobile, braccia incrociate, e mi raccontava sempre la stessa storia. Io allora ero solo un bambino di dieci anni che accompagnava suo nonno al supermercato, consapevole che ogni volta non avremmo mai comprato niente. I posti in cui lasciare soldi, secondo lui, erano altri, e non certo quelle grasse e unte multinazionali, diceva.

«In questo punto esatto, ci posso giurare, è dove ho baciato la contesa Erina. La volevano tutti, ma me la sono presa io. Calcio d’angolo di Veira. Lui sbagliò traiettoria per poco, io invece la centrai in pieno», raccontava.

«E la nonna?», gli chiedevo io in quei momenti, pur conoscendo già la risposta.

«La nonna è venuta dopo», e faceva l’occhiolino. Poi qualcuno puntualmente gli chiedeva se fosse in fila, e lui rispondeva no, certo che no.

«Stavo solo ricordando a mio nipote il vecchio stadio con le tribune di legno. Un giorno lo rivedrà in piedi, ci posso giurare».

E via un pugno sul bancone. E via un’offesa che partiva contro il governo, i politici, i santi e tutto il loro banchetto ecclesiastico.

Poi veniva puntualmente scortato fuori, soprattutto quando i clienti si spazientivano dei suoi urli, appunto, da stadio, tra lo scaffale dei cereali e quello del pane. Una volta mi sono ritrovato addirittura a scansare barattoli di frutilla in vetro. Quando eravamo fuori, nel parcheggio, lui si metteva l’indice sulla bocca e mi diceva mi raccomando, «Non un bicchiere, non una bottiglia, ma l’intero mar de plata in bocca. Tuo padre e tuo zio non devono sapere niente».

Io promettevo come mi veniva richiesto, e poi facevamo il nostro usuale giro per tornare a casa: un giro che non prendeva mai la strada diretta, bensì che occupava l’intero pomeriggio. Indicava il vecchio club di scacchi, «Nemmeno mezza volta che perdevo, nemmeno dopo essermi operato a entrambi gli occhi». Il locale in cui andava a ballare il tango, dove addirittura gli proposero di fare il maestro, ma al quale lui rinunciò perché aveva intenzione di tornare in Italia. Mi ripeteva infatti ogni giorno: «Domani parto, domani parto», ma quel domani, avevo l’impressione, quasi la certezza, non sarebbe mai arrivato se non dopo che lui avesse visto il suo vecchio stadio di nuovo in piedi, le sue vecchie panchine di legno tornare. Lui e Erina abbracciati, in un tempo che sembrava riproporsi.

A casa nascondeva dei fogli nei cassetti. Li nascondeva da tutti, certo, ma non dal nipotino. Me li faceva vedere. «Basta raggruppare persone che vogliano partecipare, raccogliere firme, riprenderci quello che è nostro». Gli piaceva dire che i gridi erano delle persone, i cori erano delle persone, soprattutto uno: «La cancha de cemento ya la vamos a tener, pero la de madera nunca la olvidaré». E come la cantava, e se io non la cantavo, mi chiedeva «Sei mica una checca affetta da mutismo?». Certo che non lo ero: allora salivo sulla sedia, mano sul petto, e cantavo con lui i ricordi di uno stadio che non avevo mai abitato.


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 RACHELE DONNINI

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