Poco prima di essere sgozzato, padre Jacques Hamel aveva finito la messa con queste parole: «Andate nelle pace di Cristo». Aveva allora 85 anni. Poteva scegliere la pensione, ma aveva preferito rimanere come prete ausiliario nella parrocchia di Saint-Étienne-du-Rouvray, vicino a Rouen, in Normandia. Dal portale sono entrati due terroristi vestiti di nero. Adel Kermiche e Abdel Malik Petitjean, 19 anni, avevano giurato fedeltà all’Isis. Il prete è stato fatto inginocchiare davanti all’altare, prima di essere ammazzato. Era il 26 luglio 2016. Anche i due attentatori sono rimasti uccisi nelle operazioni di polizia. Da quella storia di puro terrore, è nata l’amicizia straordinaria di due donne. Sono la sorella di padre Jacques Hamel e la madre del terrorista Adel Kermiche. In un mondo in guerra permanente, da dieci anni loro vanno in pace. Si chiamano Roseline Hamel e Nassera Kermiche, una parrucchiera e un’insegnante. Insieme hanno attraversato tutto questo dolore, fino a poterlo raccontare. Domani saliranno sul palco del Meeting di Rimini, il giorno dopo riceveranno un saluto dal Papa.
Signora Roseline Hamel, quando ha scelto la via della riconciliazione?
«Evidentemente ho avuto la grazia di non provare odio. Il perdono è venuto in maniera spontanea, senza quasi che io potessi pronunciare quella parola. Il mio intendimento era trovare la persona che stesse soffrendo di più. Era una mamma come me, era Nassera. Ho pensato di mettermi in contatto con lei. Ho pensato che avremmo potuto vivere insieme il nostro dolore fino alla fine dei nostri giorni».
Signora Nassera Kermiche, che significato ha per lei questa amicizia che sfida tutti i pregiudizi?
«Io sento Roseline molto più di un’amica. È difficile da spiegare, per me è come una sorella di dolore. Il nostro legame è stato decisivo per affrontare tutto il periodo successivo all’attentato, al punto che sarebbe stato impossibile per me vivere senza di lei».
Quando è stato il vostro primo incontro?
«Era il 17 aprile 2017. Quel giorno lo ricorderò per sempre. Ero sia felice, sia angosciata. Perché telefonarsi è una cosa, ma vedersi di persona è tutt’altra faccenda. Avevo fiducia, ma anche un po’ di paura. Quando è suonato il campanello di casa, il mio cuore batteva all’impazzata. Ho aperto e mi sono presa Roseline fra le braccia. “Perdono, perdono, perdono”, ho detto. Avevo bisogno di dire queste parole, mentre le lacrime mi salivano agli occhi. Roseline ha detto: “Non sono venuta qui per sentirti chiedere perdono, ma per vivere insieme il dolore che ci ha colpito”».
Una domanda per entrambe: come è visto il vostro legame lì dove si sono compiuti i fatti?
Nassera Kermiche: «All’inizio abbiamo tenuto questa amicizia solo per noi, non l’abbiamo raccontata neanche alle nostre famiglie. Solo quando è diventata più solida, io ne ho parlato in casa. Mia figlia mi ha detto: “Mamma, se questo legame ti fa stare bene, io sono felice. Vivilo”. E poi, pian piano, la gente attorno ha saputo e in molti hanno iniziato a dire che questo incontro aveva qualcosa di incredibile, al punto che non si poteva spiegare».
Roseline Hamel: «In parrocchia, la mia e quella di mio fratello, diverse persone non capivano la scelta. Avevano dei dubbi. Mi ponevano delle questioni. Tutto questo mi faceva soffrire. Perché per me vivere la nostra amicizia era una cosa naturale e quasi banale, ma poi ho iniziato a capire e accettare questa incomprensione. Fino a quando anche i nostri rispettivi figli hanno incominciato a conoscersi, il che ha creato un clima più facile».
Signora Hamel, suo fratello Jacques cosa avrebbe detto di questa storia di bene nata da un fatto così brutale?
«Tre giorni prima di essere ammazzato, con Jacques avevamo parlato dell’attentato di Nizza. Io e miei figli ci domandavamo come fosse possibile che degli esseri umani potessero fare qualcosa del genere a altri esseri umani, allora gli abbiamo posto la questione. Padre Jacques ha risposto che i terroristi erano manipolati. Ha detto: “Sono come delle marionette nelle mani di persone malvagie. Non riescono neppure a ragionare con la loro testa”. Gli abbiamo chiesto cosa potessimo fare, e lui ha risposto: “Noi dobbiamo pregare in modo fervente, la politica deve mettersi sul serio all’opera”».
Ma è stata lei, in qualche modo, a mettersi all’opera. Non è così?
«All’inizio fra me e Nassera c’era solo l’intenzione di trovare un modo per rigenerarci, attraversando insieme il dolore. Era una cosa nostra. Non avevamo idea che ci fosse una ricchezza di significati in quello che stavamo vivendo, non sapevamo che nella nostra riconciliazione ci fosse il senso di rimettere insieme una comunità in uno spirito interreligioso. Poi mi sono accorta che tutti quelli coinvolti in questo evento sanguinario hanno vissuto un movimento completamente opposto a quello che era all’origine dell’attentato. L’obiettivo era creare odio, ma tutti siamo andati dall’altra parte. Adesso penso di poter dire che anche mio fratello martire è con noi in questo percorso, lo dimostra la forza inspiegabile che ci raggiunge e ci supera ogni volta, quando si tratta di dare la nostra testimonianza su quanto è successo».
Signora Kermiche, suo figlio poteva essere fermato?
«Sì. Ci sono stati diversi momenti in cui la storia poteva cambiare. La prima dopo il secondo arresto, quando Adel aveva cercato di raggiungere la Siria come combattente. In quel momento pensavo che mandarlo in prigione sarebbe stata una cosa buona, pensavo che lo avrebbe aiutato a fermare la sua radicalizzazione. C’era ancora spazio per farlo tornare il ragazzo di prima».
E invece?
«La prima volta che sono andata a trovarlo in prigione, ho visto che Adel stava rinchiuso ventiquattro ore al giorno con altri detenuti che erano andati in Siria o che avevano commesso attentati. È lì che mio figlio ha imparato l’arabo! Quando è tornato a casa in libertà condizionata, era il 23 marzo 2016, ci accusava di non essere buoni musulmani».
Qual è la seconda volta in cui la storia poteva cambiare?
«I servizi segreti avevano scoperto sui social che mio figlio aveva intenzione di fare un attentato in chiesa. Potevano arrestarlo, o almeno renderlo inoffensivo. Ma quella segnalazione è stata sottovalutata».
Quanto è contato, fra di voi, credere in due religioni differenti?
Roseline Hamel: «Io mi sono ritrovata curiosa della religione musulmana che non conoscevo, mentre mio fratello Jacques già nella sua comunità aveva portato avanti rapporti interrreligiosi. In questi anni abbiamo condiviso molto con Nassera e ci siamo rese conto, a poco a poco, che pregavamo lo stesso dio. Un dio comune, fra cristiani e musulmani».
Nassera Kermiche: «Io sono nata in Francia, quindi conosco il cristianesimo da molto tempo. Ho amiche di fede cristiana, ho ascoltato le loro preghiere. Ma da quando vivo questa amicizia con Roseline, parlando moltissimo, ci siamo rese conto che ci sono tanti punti di comunanza fra le nostre religioni, per esempio tanti profeti. Così abbiamo capito che preghiamo lo stesso dio».
Parigi, Nizza, Rouen. Da quei giorni tremendi del terrore le cose sono persino peggiorate. Il mondo è in guerra. Perché la strada della pace, quella che avete scelto voi due, è così poco battuta?
Nassera Kermiche: «Il nostro incontro è una piccola cosa. Ma forse stiamo seminando dei semi di pace. Entrambe siamo convinte che dobbiamo fare rumore, tanto rumore, affinché non continui a prevalere la guerra».
Roseline Hamel: «Ho l’impressione che la guerra stia esacerbando gli animi. È comprensibile che nel cuore delle persone costrette a vivere sotto le bombe possa sorgere un sentimento di odio e rivalsa. Ma la nostra storia e questo cammino di riconciliazione, per noi che abbiano vissuto una violenza così forte, forse può ispirare altre persone che si ritrovano schiacciate sotto un sentimento di vendetta. La guerra ormai si sta configurando come una malattia mortale e contagiosa. Proprio questa è la nostra preghiera, la preghiera che io e Nassera rivolgiamo a Dio ogni volta. Che nessuno resti intrappolato nell’odio».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Niccolò Zancan
Source link





