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Fed, torna lo spettro dei rialzi: l’inflazione divide il FOMC
I verbali della riunione del 28-29 luglio della Federal Reserve lanciano un messaggio decisamente meno accomodante di quanto una parte del mercato potesse sperare.
Il FOMC ha lasciato i Fed Funds invariati al 3,50-3,75%, ma dietro la decisione è emerso un dibattito molto più acceso: tre membri hanno votato per un rialzo immediato di 25 punti base, mentre diversi altri hanno segnalato che una nuova stretta potrebbe diventare necessaria se l’inflazione non mostrasse progressi convincenti verso il target del 2%.
Il punto centrale è proprio l’inflazione. Al momento della riunione, lo staff stimava per giugno un PCE headline al 3,7% e un core PCE al 3,3%, livelli ancora troppo elevati per consentire alla banca centrale di dichiarare conclusa la battaglia sui prezzi.
La maggior parte dei membri si aspetta una moderazione nella seconda parte dell’anno, grazie all’esaurimento degli effetti dei precedenti aumenti dei dazi e dell’energia. Ma i rischi vengono giudicati chiaramente orientati verso l’alto.
Guerra, dazi e IA: tre fonti di pressione inflazionistica
A complicare il lavoro della Fed c’è innanzitutto la nuova escalation del conflitto in Medio Oriente.
Un prolungamento della guerra potrebbe mantenere elevati i prezzi dell’energia, creare nuove tensioni sulle catene di approvvigionamento e rendere più persistente l’inflazione.
Ma dai verbali emerge anche un elemento relativamente nuovo: l’intelligenza artificiale sta entrando direttamente nel dibattito della Fed sull’inflazione.
Il gigantesco ciclo di investimenti in data center sta aumentando la domanda di chip, acciaio, energia elettrica e lavoratori specializzati, con pressioni sui prezzi e sui salari.
La Fed riconosce che nel lungo periodo l’IA potrebbe aumentare la produttività, ridurre i costi e quindi diventare disinflazionistica.
Nel breve periodo, però, il boom degli investimenti rischia di produrre l’effetto opposto, sostenendo domanda, investimenti e prezzi.
Ed è probabilmente uno dei passaggi più interessanti dei verbali: l’IA non viene più osservata soltanto come rivoluzione tecnologica, ma anche come possibile shock macroeconomico capace di modificare crescita, produttività, inflazione e quindi politica monetaria.
Il mercato del lavoro non offre ancora alla Fed un motivo per allentare
Anche dal mercato del lavoro non arriva una pressione significativa per cambiare rotta.
La disoccupazione era al 4,2%, la crescita occupazionale aveva rallentato ma rimaneva solida e i funzionari descrivono domanda e offerta di lavoro come sostanzialmente equilibrate.
Questo significa che la Fed dispone ancora di spazio per mantenere una politica restrittiva.
Anzi, alcuni partecipanti hanno esplicitamente osservato che le condizioni finanziarie potrebbero non essere sufficientemente restrittive per riportare l’inflazione al 2%.
Il messaggio diventa quindi piuttosto chiaro: la prossima mossa della Fed potrebbe essere ancora verso l’alto, non verso il basso.
Treasury sotto pressione: il mercato aveva già fiutato il rischio
Il comportamento del mercato obbligazionario nelle settimane precedenti alla riunione appare perfettamente coerente con il dibattito interno alla Fed.
Tra giugno e luglio i rendimenti nominali dei Treasury erano aumentati di 25-30 punti base, principalmente per effetto dell’aumento dei rendimenti reali.
Alla vigilia della riunione il mercato attribuiva circa una probabilità su tre a un rialzo già a luglio e prezzava completamente un aumento di 25 punti base entro settembre e un altro entro la fine del primo trimestre 2027.
Oggi quelle aspettative si sono parzialmente ridimensionate dopo gli ultimi dati sull’inflazione, ma i verbali ricordano agli investitori che l’opzione rialzo rimane concretamente sul tavolo.
E questo assume ancora maggiore importanza dopo la recente impennata dei rendimenti sulla parte lunga della curva: con il Treasury decennale che ha recentemente avvicinato il 4,7% e il trentennale arrivato oltre il 5,3%, un nuovo ciclo di aspettative hawkish potrebbe riaccendere immediatamente le tensioni sul mercato obbligazionario.
La Fed lancia anche un avvertimento sulla corsa all’IA
C’è infine un secondo messaggio che merita attenzione. La Fed giudica elevate le valutazioni azionarie e osserva che l’equity risk premium si trova su livelli che, nella storia recente, sono stati inferiori soltanto durante la bolla dot-com.
Non significa che la Fed stia prevedendo lo scoppio di una bolla. Ma alcuni membri hanno esplicitamente discusso il rischio che una revisione delle aspettative sugli utili delle società legate all’IA possa provocare un repricing generalizzato degli asset, irrigidire le condizioni finanziarie e colpire consumi ed economia.
La questione è resa ancora più delicata dal crescente ricorso al debito per finanziare le infrastrutture AI, proprio mentre hyperscaler e governo americano competono per enormi quantità di capitale sul mercato obbligazionario.
Adesso tutti gli occhi sono su Warsh
La prossima tappa diventa quindi Jackson Hole, dove Kevin Warsh dovrebbe tenere il suo primo grande discorso da presidente della Federal Reserve.
Il mercato cercherà soprattutto di capire se Warsh condivide la crescente preoccupazione del FOMC sulla persistenza dell’inflazione e, soprattutto, quanto debba essere alta l’asticella perché la Fed decida effettivamente di tornare ad alzare i tassi.
Dopo questi verbali, il dilemma della Fed appare più netto: l’economia continua a crescere, il mercato del lavoro regge e l’IA sostiene gli investimenti, ma l’inflazione rimane troppo alta. Se i prezzi non continueranno a rallentare, la discussione non sarà più su quando tagliare i tassi, ma su quando e quanto rialzarli.
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