Con lo sviluppo dei social media e la necessità per aziende e professionisti di costruire una presenza online sempre più solida, la figura del videomaker è diventata una delle professioni creative più richieste degli ultimi anni. Dalla realizzazione di contenuti per Instagram e TikTok fino agli spot pubblicitari, agli eventi e ai video corporate, il mercato offre oggi numerose opportunità per chi vuole trasformare la propria passione in un’attività imprenditoriale.
Creare video d’impatto, però, rappresenta soltanto una parte del lavoro. Per costruire un’attività stabile è fondamentale conoscere anche gli aspetti fiscali, previdenziali e burocratici della professione. Quando è necessario aprire la partita IVA come videomaker? Quale codice ATECO bisogna scegliere? Quali contributi occorre versare e quando, invece, è possibile lavorare con una prestazione occasionale?
Cosa fa un videomaker
Il videomaker è un professionista “ibrido” che unisce competenze di regia, ripresa, montaggio e sempre più spesso di digital marketing. Se fino a qualche anno fa il lavoro consisteva principalmente nella produzione di video destinati alla televisione o ai siti web, oggi gran parte delle richieste riguarda contenuti pensati per Instagram, TikTok, Facebook, LinkedIn e YouTube. Questo ha modificato profondamente il modo di lavorare.
Secondo il videomaker e regista Simone Corallini, infatti, le competenze fondamentali sono rimaste le stesse, ma è cambiato completamente il contesto in cui vengono applicate. “Oggi un videomaker si occupa delle stesse fasi di dieci o quindici anni fa: riprese, audio ed editing. Sono cambiati però la tecnologia, i social e la tipologia di clientela, che hanno completamente trasformato il nostro modo di lavorare”.


Come è cambiata la professione negli ultimi anni?
L’evoluzione tecnologica impone un aggiornamento continuo. Se un tempo era sufficiente investire in una buona videocamera, oggi un professionista deve conoscere e utilizzare strumenti molto diversi tra loro: mirrorless, smartphone di ultima generazione, action camera, Osmo Pocket (una delle vere rivoluzioni degli ultimi anni) e dispositivi pensati specificamente per le riprese verticali.
La qualità dell’immagine non rappresenta più l’unico elemento distintivo. Sempre più spesso conta la capacità di scegliere il formato e il dispositivo corretto in base alla piattaforma su cui il contenuto verrà pubblicato.
Come osserva Corallini, realizzare un video destinato ai social richiede un linguaggio diverso rispetto a quello cinematografico o televisivo: cambiano le inquadrature, il ritmo del montaggio e perfino gli strumenti utilizzati durante le riprese.
Parallelamente sono cambiate anche le aspettative dei clienti. Oggi molte aziende si aspettano che un unico professionista sia in grado di seguire riprese, fotografie, montaggio e consegna dei contenuti in tempi rapidissimi. “Essere flessibili e veloci conta ormai quasi più della qualità stessa. Ho organizzato il mio workflow in modo da consegnare alcuni reel ancora prima che un evento finisca. È questo che oggi fa davvero la differenza”, spiega il professionista.
Le caratteristiche e i requisiti per diventare un buon videomaker
Non esiste un percorso unico per diventare videomaker: Simone Corallini, ad esempio, ha iniziato realizzando piccoli cortometraggi insieme ad amici e parenti, coltivando parallelamente lo studio del cinema e frequentando un corso di regia e filmmaking. Successivamente ha lavorato come assistente al montaggio di documentari, operatore video per eventi e produzioni televisive, fino ad arrivare alla regia cinematografica.
A suo avviso, al di là delle esperienze professionali, ciò che distingue un videomaker preparato da chi improvvisa è soprattutto la formazione. “La base rimane una sola: conoscere la tecnica e il linguaggio visivo. Bisogna vedere tanti film, studiarli, leggere libri di cinematografia e costruire il proprio stile. Altrimenti si rischia di fare tutti le stesse cose”, precisa. Oltre alle competenze tecniche, un videomaker deve sviluppare capacità organizzative, velocità di esecuzione e una costante propensione all’aggiornamento professionale.
Videomaker e filmmaker: un settore in espansione
Questa natura versatile si riflette anche nei dati del mercato italiano. Secondo una recente ricerca condotta dalla Confederazione nazionale dell’artigianato (CNA), in Italia operano circa 15.600 aziende e professionisti registrati sotto la macro-categoria delle riprese fotografiche. A questi si aggiungono le circa 6.000–7.000 imprese iscritte nel settore della produzione cinematografica e video.
Definire quanti videomaker ci siano in Italia è impossibile, ma la professione è oggi in forte crescita (+52% nell’ultimo decennio), trainata proprio dalla transizione digitale e dalla fusione delle competenze. Fare il videomaker in Italia significa quindi operare in un mercato dinamico e altamente competitivo, dove la regolarizzazione fiscale rappresenta non soltanto un obbligo di legge, ma anche uno strumento indispensabile per collaborare con aziende strutturate e accedere alle opportunità professionali più remunerative.
Lavorare come videomaker: serve la partita IVA?
Un videomaker può lavorare come libero professionista, come titolare di una ditta individuale oppure come dipendente di un’azienda specializzata.
Non tutti, però, sono obbligati ad aprire immediatamente la partita IVA. La normativa italiana non prende in considerazione il numero di clienti o il reddito prodotto, ma valuta soprattutto il carattere dell’attività svolta.
La partita IVA diventa obbligatoria quando il lavoro viene esercitato in maniera abituale, continuativa e organizzata, ad esempio quando si acquisiscono clienti con regolarità, si promuovono stabilmente i propri servizi attraverso un sito web o i social network e si svolge l’attività come vera e propria professione.
Aprire la partita IVA come videomaker
Se l’attività di videomaker è continuativa nel tempo è obbligatorio aprire la partita IVA e, contestualmente, aprire una posizione previdenziale presso la cassa di riferimento. In alcuni casi potrebbe essere necessario aprire una posizione presso la Camera di commercio, se l’attività viene inquadrata come artigianale. L’iter di apertura della partita IVA sarà diverso in relazione al genere di attività che si intende svolgere.
Videomaker libero professionista
Se il videomaker si rivolge a clienti privati o aziende per la realizzazione di filmini matrimoniali o per altre ricorrenze, ma anche per la realizzazione di brevi spot pubblicitari, l’attività rientra nel novero delle libere professioni.
Il lavoratore autonomo può decidere di compilare autonomamente il modello AA9/12 dell’Agenzia delle Entrate (indicando il codice ATECO dell’attività e scegliendo il regime fiscale), oppure può rivolgersi a un commercialista per ricevere supporto e consulenza.
Videomaker come ditta individuale
Se il videomaker viene inquadrato come ditta individuale il procedimento di apertura della partita IVA e l’avvio dell’attività richiedono maggiore attenzione. Con la comunicazione inviata dall’Agenzia delle Entrate, si dovrà richiedere l’iscrizione alla Camera di commercio (CCIAA) della propria provincia come ditta individuale. Questo comporta anche il pagamento della quota di iscrizione annuale.
Nella ditta individuale, il titolare è responsabile dell’impresa, ma può richiedere la collaborazione di professionisti esterni oppure assumere dipendenti. In questo caso è necessario rispettare alcuni obblighi di natura fiscale e previdenziale, come il versamento delle imposte e dei contributi per ogni dipendente.
Codice ATECO per videomaker
Uno degli aspetti più importanti dell’apertura della partita IVA è la scelta del codice ATECO, ovvero un numero che identifica la tipologia di attività svolta e definisce l’aliquota di reddito sulla quale verranno calcolate le tasse. Poiché quella del videomaker è una professione estremamente trasversale, non esiste un codice ATECO specifico dedicato esclusivamente a questa figura. Nella maggior parte dei casi è possibile scegliere tra:
- videomaker libero professionista: 74.20.19 – Altre attività di riprese fotografiche, utilizzato dalla maggior parte dei freelance;
- attività di produzione e montaggio video: 59.11.00 – Attività di produzione cinematografica, video e programmi televisivi, generalmente utilizzato per attività più strutturate organizzate in forma di impresa.
La scelta del codice corretto dipende sempre dal tipo di prestazioni offerte e dalla modalità con cui viene esercitata l’attività. Per questo motivo è consigliabile confrontarsi con un commercialista prima dell’apertura della partita IVA.
Regime fiscale per videomaker
In fase di apertura della partita IVA, occorre scegliere anche il regime fiscale. Nella maggior parte dei casi chi avvia l’attività può aderire al regime forfettario, purché siano rispettati i requisiti previsti dalla legge.
Questo regime consente di beneficiare di una tassazione agevolata, con imposta sostitutiva al 5% per i primi cinque anni (in presenza dei requisiti richiesti) e successivamente al 15%, oltre a una serie di importanti semplificazioni contabili. Per poter aderire al regime forfettario è necessario, tra gli altri requisiti:
- non superare 85.000 euro di ricavi annui;
- non percepire più di 30.000 euro di redditi da lavoro dipendente o assimilato;
- non sostenere spese superiori a 20.000 euro annui per dipendenti o collaboratori.
Resta inoltre obbligatorio emettere fatture elettroniche. Qualora l’attività crescesse nel tempo oppure venisse organizzata come impresa con una struttura più complessa, sarebbe comunque possibile valutare l’adozione del regime ordinario.
Contributi previdenziali per Videomaker
Contestualmente all’apertura della partita IVA è necessario aprire una posizione previdenziale. Poiché non esiste una cassa professionale dedicata ai videomaker, chi esercita l’attività come libero professionista è generalmente tenuto a iscriversi alla Gestione separata INPS.
I contributi vengono calcolati in percentuale sul reddito prodotto. Attualmente l’aliquota è pari al 26,07% e non è previsto alcun contributo minimo: se nel corso dell’anno il professionista non produce reddito, non dovrà versare contributi previdenziali.
Diversa è la situazione della ditta individuale, iscritta alla Gestione artigiani e commercianti dell’INPS. In questo caso è previsto il pagamento di una contribuzione minima annua di circa 4.400-4.500 euro, suddivisa in quattro rate trimestrali, che copre un reddito minimale di circa 18.000 euro. Anche in assenza di fatturato, il contributo minimo resta dovuto. Sul reddito eccedente si applica poi un’aliquota pari al 24%.
Chi aderisce al regime forfettario può richiedere una riduzione del 35% dei contributi previdenziali, con un conseguente alleggerimento del costo complessivo dell’attività.
Videomaker senza partita IVA
Se l’attività di videomaker è sporadica e non ci sono clienti fissi, non è obbligatorio aprire la partita IVA: basterà ricorrere alla prestazione occasionale. In questo caso il professionista emette una ricevuta per prestazione occasionale indicando il compenso pattuito e, quando prevista, la ritenuta d’acconto del 20%, trattenuta e versata dal committente.
I compensi percepiti dovranno poi essere inseriti nella dichiarazione dei redditi tra i cosiddetti “redditi diversi”. È importante, però, non confondere la prestazione occasionale con un’attività professionale continuativa. Se il videomaker promuove stabilmente i propri servizi, lavora con regolarità o ha una clientela ricorrente, la partita IVA diventa obbligatoria indipendentemente dal fatturato realizzato.
Molti aspiranti videomaker sono convinti di poter lavorare liberamente senza partita IVA fino al raggiungimento dei 5.000 euro lordi all’anno. Si tratta di un falso mito: questo limite si riferisce unicamente all’obbligo di versare i contributi previdenziali alla Gestione Separata INPS, ma non esonera dall’obbligo fiscale se l’attività viene svolta in modo abituale.
Quanto costa avviare una attività come videomaker
L’apertura della partita IVA rappresenta soltanto una delle spese iniziali da sostenere. Per l’avvio dell’attività, vanno incluse nel budget iniziale le seguenti voci:
- l’apertura delle eventuali posizioni previdenziali e camerali;
- il compenso del commercialista, se ci si affida a un professionista;
- la PEC e gli strumenti per la fatturazione elettronica;
- software di montaggio video e di post-produzione;
- videocamere, obiettivi, microfoni, illuminazione, computer e sistemi di archiviazione;
- eventuali corsi di formazione e aggiornamento professionale.
L’investimento, però, non riguarda soltanto l’attrezzatura. Come racconta Corallini, uno degli aspetti più impegnativi della professione è proprio la necessità di aggiornarsi continuamente. Il mercato evolve rapidamente, così come gli strumenti a disposizione dei videomaker: nuove videocamere, smartphone, software e tecnologie vengono introdotti con grande frequenza e il professionista deve imparare a distinguere ciò che rappresenta un reale valore aggiunto da ciò che è soltanto una novità commerciale.
Le nicchie più profittevoli per un videomaker
Molti aspiranti videomaker si chiedono quale sia oggi il settore più redditizio in cui specializzarsi. In realtà, individuare una nicchia migliore rispetto a un’altra è sempre più difficile. Secondo Corallini, oggi praticamente ogni attività economica ha bisogno di produrre contenuti video per comunicare online. Più che il settore, quindi, conta la capacità del professionista di comprendere le esigenze del cliente e proporre il servizio più adatto.
“Tutti hanno bisogno di apparire e quindi di avere foto e video per i social. Prima ancora di girare un video bisogna ascoltare il cliente, capire cosa cerca e spiegargli le differenze tra le varie figure professionali, perché spesso fa confusione tra creator, videomaker, filmmaker e social media manager”, fa sapere.
Anche i compensi possono riservare sorprese. Non sempre lavorare per un grande brand significa ottenere il compenso più elevato. “Può capitare di collaborare con marchi molto importanti, tramite agenzia e ricevere un compenso inferiore rispetto a quello ottenuto lavorando poche ore per una piccola attività locale”, aggiunge.
Il settore sta vivendo una fase di forte trasformazione, nella quale tecnologia, intelligenza artificiale e nuovi strumenti di produzione stanno modificando rapidamente il mercato. “Chi capisce prima dove sta andando il mercato e riesce ad adattarsi, sarà quello che continuerà a crescere”, conclude Corallini.
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Laura Pellegrini
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