Il dilemma della forza unilaterale: quando l’eccellenza diventa una trappola
L’intuizione economica fondamentale che emerge da questo confronto a tre non è immediatamente evidente: la forza economica non è una misura assoluta, bensì un problema di equilibrio sistemico. Ciascuna delle tre economie ha sviluppato una caratteristica specifica che, da un lato, le conferisce una forza relativa, ma tale forza diventa sempre più una trappola strutturale se non bilanciata da contrappesi corrispondenti.
Per gli Stati Uniti, questo significa che le piattaforme digitali e le infrastrutture di intelligenza artificiale generano enormi trasferimenti di valore ed effetti di rete globali. Ma in definitiva si tratta di servizi di secondo ordine: possono esistere solo perché sono supportati da un mondo fisico di produzione. I data center per l’IA, che hanno trainato circa un terzo della crescita del commercio globale nel 2025, richiedono server, chip e tecnologie di rete provenienti principalmente da Taiwan, Corea del Sud e da alcune parti dell’Asia. Se queste catene di approvvigionamento vengono interrotte da fattori geopolitici, come nel caso di Taiwan, i punti di forza digitali degli Stati Uniti vengono improvvisamente messi a nudo. Un modello economico basato sui servizi digitali, che trascura le fondamenta industriali, accumula rischi sistemici che non si riflettono nelle valutazioni di mercato azionario.
Per la Cina, il problema è inverso: la capacità tecnologica senza una domanda interna sufficiente è una trappola di sovrapproduzione. L’economia cinese produce auto elettriche, pannelli solari e sistemi di accumulo a batteria in quantità che superano di gran lunga il proprio mercato interno, ed è quindi strutturalmente dipendente dai mercati di esportazione, che mostrano sempre più segni di resistenza. McKinsey descrive la Cina del 2026 come la “fabbrica delle fabbriche”: il Paese esporta sempre più non beni di consumo, ma macchinari, componenti e attrezzature industriali, assumendo così un ruolo tradizionalmente ricoperto dalla Germania. Si tratta di un notevole risultato tecnologico, ma anche di un segnale che la Cina deve basare sempre più il suo successo economico sulla domanda estera, poiché la domanda interna non è riuscita a tenere il passo.
L’economista Dan Wang, uno degli analisti più acuti della rivalità economica sino-americana, descrive la Cina come uno “stato ingegneristico” che vanta un efficiente ecosistema industriale e una concorrenza agguerrita, ma che al contempo si trova a fronteggiare una debolezza economica, mentre gli Stati Uniti devono affrontare l’inflazione crescente e le conseguenze di una politica commerciale disorganizzata. Entrambi i paesi, secondo Wang, sovrastimano i propri punti di forza.
Questo confronto a tre vie rivela una posizione peculiare per l’Europa e la Germania: profondamente radicate nell’industria, indispensabili a livello globale in nicchie specifiche, ma sempre più strette tra due macigni. Il surplus commerciale tedesco si è ridotto del 14% nel 2025 – e di circa il 60% se si considera solo il commercio al di fuori dell’UE. Per la prima volta, la Germania ha importato più automobili dalla Cina di quante ne abbia esportate. Allo stesso tempo, le esportazioni verso gli Stati Uniti sono crollate del 6%, principalmente per veicoli e macchinari. La Cina ha superato gli Stati Uniti come partner commerciale più importante della Germania al di fuori dell’UE, con un volume di scambi esteri superiore a 251 miliardi di euro.
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L’equilibrio come legge economica: il costo a lungo termine degli squilibri
Dietro le singole debolezze economiche delle tre superpotenze si cela un principio economico generale, spesso trascurato nelle analisi attuali: una forza economica sostenibile richiede un equilibrio sistemico tra innovazione tecnologica, base produttiva industriale, un mercato interno funzionante e performance delle esportazioni. Se una di queste componenti viene costantemente enfatizzata in modo eccessivo, si crea una fragilità che, in ultima analisi, danneggia l’intero sistema.
Un sistema economico completo necessita di tutte le sue componenti in un rapporto equilibrato. Ciò non significa che tutti i settori debbano avere le stesse dimensioni, ma piuttosto che nessuna singola componente debba diventare così dominante da relegare le altre a semplici appendici. Gli Stati Uniti, con la loro attenzione ai servizi digitali e all’intelligenza artificiale, hanno creato una straordinaria concentrazione di creazione di valore in un settore che non può funzionare senza una base fisica. La Cina, con la sua politica industriale a guida statale, ha costruito settori tecnologici che non sono autosufficienti senza una sufficiente domanda interna. L’Europa ha preservato la sua base industriale, ma è stata troppo esitante in termini di velocità, scalabilità e reattività geopolitica.
Il modello che funziona più efficacemente nel lungo periodo è quello che non sacrifica nessuno dei suoi elementi essenziali. I cinesi dicono che, quando si parla di pazienza economica, loro pensano in secoli, mentre altri pensano in decenni. Questa prospettiva è illuminante: spiega la disponibilità ad accettare perdite a breve termine in nome del posizionamento strategico. Ma anche una strategia a lungo termine può fallire a causa di squilibri interni se trascura sistematicamente i bisogni fondamentali della propria popolazione: potere d’acquisto, consumi e tenore di vita.
Per la leadership cinese, il modello attuale è rischioso in quanto il successo delle esportazioni dipende da fattori che sfuggono al controllo di Pechino: la disponibilità dei partner commerciali a importare, le reazioni alle accuse di dumping, le politiche tariffarie di Stati Uniti e Unione Europea e la volontà degli acquirenti globali di rimanere permanentemente dipendenti dai fornitori cinesi. Se le esportazioni non raggiungono il successo necessario al livello richiesto – e questo successo deve essere sostanziale, visti i massicci sussidi, i prestiti statali e gli investimenti industriali – allora lo squilibrio strutturale tra capacità produttiva e domanda interna diventerà un problema sistemico. La sovraccapacità non può essere compensata in modo permanente dai sussidi alle esportazioni se l’altra parte non è più disposta a partecipare.
La geopolitica come fattore economico: la nuova competizione sistemica e le sue conseguenze
Le tre regioni economiche non competono più semplicemente come partner commerciali, ma come rivali sistemiche con visioni contrastanti dell’ordine mondiale. Il Consiglio economico tedesco descrive questa competizione sistemica come una sfida fondamentale all’ordine globale: la frammentazione geopolitica del commercio mondiale continua e sta accelerando: i paesi con posizioni geopolitiche simili commerciano sempre più tra loro, mentre le relazioni commerciali tra economie geopoliticamente distanti si stanno riducendo. Quella che un tempo era considerata una perturbazione temporanea è evidente nei dati da quasi un decennio e si è intensificata significativamente nel 2025.
Questa competizione sistemica getta nuova luce sul vero significato di “forza” economica. La Cina sta usando le terre rare e le materie prime per le batterie come armi commerciali strategiche: i controlli sulle esportazioni imposti da Pechino su terre rare e batterie dimostrano che il governo cinese è pronto a infliggere danni ingenti all’Occidente…
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Konrad Wolfenstein
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