La Solforata di Pomezia è un’area vulcanica dei Colli Albani dove ancora oggi fuoriescono gas dal sottosuolo attraverso faglie profonde. Gli studiosi la considerano un ambiente estremo simile a quello di Marte, utile per capire come può nascere e adattarsi la vita.
Lo scrittore Davide Ramunno mette in relazione questi paesaggi con le immagini dell’Inferno dantesco.
La Solforata di Pomezia e il respiro del Vulcano Laziale
La Solforata di Pomezia rappresenta uno dei luoghi più straordinari del Lazio, un punto in cui il vulcanismo dei Colli Albani continua ancora oggi a manifestarsi attraverso la fuoriuscita di gas, segno che il sistema vulcanico è ancora attivo.
Quest’ultimi, infatti, sono un vero e proprio “respiro” della camera magmatica ancora presente in profondità, a diversi chilometri sotto la superficie terrestre. Il fenomeno è possibile grazie a una rete di faglie profonde, alcune precedenti all’attività vulcanica e altre formatesi durante essa, che funzionano come condotti naturali attraverso i quali anidride carbonica e acido solfidrico risalgono fino alla superficie. Le mappe geologiche dettagliate dell’area evidenziano queste fratture e il modo in cui hanno creato una vera e propria fossa tettonica capace di convogliare i gas.
Lo Stagno Bianco è il cuore pulsante di questa attività. Qui le emissioni possono raggiungere tra i 100 e i 200 chilogrammi giornalieri di idrogeno solforato, accompagnati da enormi quantità di anidride carbonica che costituiscono circa il 98% del gas emesso. Si tratta dei fenomeni più intensi di tutta l’Italia centrale. L’area è estremamente delicata anche dal punto di vista della sicurezza, poiché il terreno melmoso può trasformarsi in vere e proprie sabbie mobili e l’accumulo di gas rende necessaria una grande cautela. È proprio questa conoscenza scientifica del territorio che rende molto discussa l’idea di realizzare impianti o discariche nella zona, poiché costruire sopra faglie profonde significa esporsi al rischio che fluidi e sostanze possano infiltrarsi attraverso queste stesse linee di frattura.
La sorprendente vita dello Stagno Bianco
L’intero ecosistema della Solforata è dominato dalla struttura chimica dello zolfo, che determina i colori, le trasformazioni minerali e persino le forme di vita che riescono a sopravvivere in questo ambiente estremo. L’acido solfidrico che fuoriesce dal sottosuolo reagisce con l’ossigeno atmosferico e precipita sotto forma di zolfo elementare, visibile come una polvere gialla. Successivamente, continuando a reagire con acqua e atmosfera, genera acido solforico ad altissima concentrazione, lo stesso contenuto nelle batterie delle automobili ma qui prodotto naturalmente.
Gli esperimenti con le cartine tornasole effettuati sul posto hanno mostrato livelli di acidità eccezionali, con valori di pH che in alcuni periodi dell’anno possono arrivare persino a 1, una condizione estrema quasi incompatibile con la vita. Eppure, proprio qui riescono a sopravvivere organismi sorprendenti. Attraverso l’uso del microscopio elettronico a scansione sono stati osservati sedimenti raccolti a pochi centimetri di profondità, rivelando la presenza di diatomee appartenenti al genere Pinnularia.
Questi microrganismi, dotati di gusci di silice, riescono a sopravvivere in un ambiente in cui teoricamente la silice non dovrebbe nemmeno essere stabile a causa dell’acidità. Lo fanno sottraendo la silice liberata dalla decomposizione chimica delle rocce e trasformandola nei loro esoscheletri microscopici. È proprio la mescolanza tra zolfo e questi gusci silicei a conferire allo stagno il caratteristico colore bianco. Una scoperta recente e sorprendente, osservata anche in ambienti simili come nei Campi Flegrei, che dimostra la straordinaria capacità della vita di adattarsi a condizioni apparentemente impossibili.
Un paesaggio che racconta Marte
La straordinaria importanza scientifica della Solforata di Pomezia non si limita alla geologia ma si estende fino all’astrobiologia, ovvero lo studio della vita nell’Universo. I minerali presenti qui, sono estremamente simili a quelli osservati sulla superficie di Marte. Per questo motivo l’area viene studiata come analogo terrestre dell’epoca Esperiana marziana, quando miliardi di anni fa sul pianeta rosso esisteva acqua liquida che, a causa dell’intensa attività vulcanica e della liberazione di zolfo nell’atmosfera, divenne progressivamente acida. È lo stesso processo chimico che avviene oggi a Pomezia.
Gli studiosi dell’Istituto Nazionale di Astrofisica considerano questo luogo un laboratorio naturale fondamentale per comprendere gli ambienti estremi di Marte. La Solforata, infatti, permette di vedere direttamente condizioni chimiche simili a quelle di Marte e di capire come alcune forme di vita riescano ad adattarsi a situazioni così difficili. Eppure, nonostante si trovi a due passi da Roma, questo sito resta scarsamente valorizzato. Si tratta, invece, di un territorio che conserva tracce geologiche molto antiche e che ha avuto un ruolo importante nella storia e nei miti italiani, da Alba Longa fino a Roma, passando anche per racconti leggendari come lo sbarco di Enea sulle coste di Pratica di Mare.
Dante e la geologia dell’Inferno
Le connessioni tra questo paesaggio e la Divina Commedia sono state raccontate da Davide Ramunno, autore di Le porte dell’Inferno, L’ascesa al Paradiso e La salita al Purgatorio. Secondo la sua ricostruzione, Dante Alighieri avrebbe realmente visitato questi luoghi durante il suo soggiorno laziale, studiandone tanto il mito quanto la geologia. Ramunno ricorda come Dante fosse una figura capace di unire tutte le discipline del sapere: filosofia, politica, teologia, scienze naturali, geologia, discipline che all’epoca non erano ancora separate come oggi. Dante studiò a Bologna e possedeva una cultura scientifica vastissima che emerge anche nel Paradiso.
Secondo questa interpretazione, la geografia infernale descritta nel Canto XXXIV sarebbe ispirata proprio alla Solforata di Pomezia. I colori delle tre facce di Lucifero — una vermiglia, una tra il bianco e il giallo, e l’altra livida — richiamerebbero i colori reali degli stagni solforosi. L’immagine richiama poi il celebre Lucifero dipinto da Giotto nella Cappella degli Scrovegni, dove il demonio appare immerso nel ghiaccio fino alla vita, e questo dettaglio ricorda visivamente il Lago Bianco della Solforata, con le sue superfici chiare e opache che evocano un paesaggio gelido e irreale.
Ramunno sottolinea anche un aspetto importante: il viaggio nell’Inferno, per Dante, è molto fisico. Il poeta si stanca, fatica, si aggrappa ai rami come se fossero i peli di Lucifero e, arrivato al centro della Terra, cambia direzione per proseguire il suo cammino. Tutto ciò suggerirebbe non un viaggio puramente allegorico, ma un’esperienza fondata sull’osservazione reale del paesaggio laziale, successivamente trasfigurata in poesia. In questa prospettiva, la Solforata di Pomezia non è solo un luogo geologico importante, ma una chiave per rileggere l’Inferno di Dante come un’esperienza reale tra mito e scienza.
Si ringraziano il geologo dott. Enrico Bruschini per il prezioso contributo scientifico e il filosofo e scrittore Davide Ramunno, autore della trilogia dedicata a una rilettura della Divina Commedia (citata nel testo), per gli spunti interpretativi legati alla sua geografia simbolica.
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Tiziana Ilari
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