TERMOLI. Ottant’anni non sono un traguardo qualsiasi. Sono il tempo della memoria, ma anche quello del bilancio. E gli ottant’anni della Repubblica Italiana arrivano in una stagione storica complessa, segnata da guerre alle porte dell’Europa, tensioni sociali, trasformazioni economiche profonde, crisi demografiche, disaffezione politica e una crescente sfiducia nelle istituzioni.
Il 2 giugno non può essere soltanto la celebrazione rituale di una data. Non può ridursi alle bandiere esposte sui balconi, alle cerimonie ufficiali o ai richiami formali ai valori costituzionali. Deve essere soprattutto un’occasione di riflessione collettiva sullo stato di salute della nostra democrazia.
La Repubblica nacque dalle macerie della guerra civile, della dittatura e della devastazione materiale e morale del Paese. Fu il frutto di una straordinaria stagione politica nella quale uomini e donne provenienti da culture diverse — cattolica, socialista, comunista, liberale, azionista — seppero trovare un punto di equilibrio superiore. Non rinunciarono alle proprie idee, ma misero al centro l’interesse nazionale e la costruzione di una casa comune.
Oggi, ottant’anni dopo, quella lezione appare più attuale che mai.
L’Italia sembra infatti vivere una stagione di conflittualità permanente. Una polarizzazione continua che attraversa la politica, i media, i social network e perfino le relazioni personali. Ogni tema diventa terreno di scontro. Ogni avversario viene trasformato in nemico. Ogni dibattito si riduce troppo spesso a una contrapposizione sterile tra tifoserie.
Non è una questione che riguarda soltanto Roma o i grandi scenari nazionali. La stessa dinamica si riproduce nei territori, nelle regioni, nei comuni. Anche nelle piccole realtà si assiste sempre più spesso a una degenerazione del confronto pubblico, dove prevalgono gli attacchi personali, le rivalità e le appartenenze di schieramento rispetto alla qualità delle idee e dei progetti.
Eppure una democrazia matura non si misura dalla capacità di vincere una competizione elettorale. Si misura dalla capacità di costruire una comunità anche il giorno dopo il voto.
Serve una nuova pacificazione socio-politica.
Non significa annullare le differenze, né cancellare il conflitto democratico che è fisiologico e persino necessario. Significa recuperare il senso del limite, il rispetto reciproco, la consapevolezza che esiste un interesse generale che deve prevalere sugli interessi di parte.
Significa comprendere che le grandi sfide che attendono il Paese — dalla sanità al lavoro, dalla transizione energetica alla tenuta del welfare, dalla natalità alla competitività delle imprese — non possono essere affrontate con la logica dello scontro permanente.
Esiste poi un secondo tema, forse ancora più urgente.
La qualità della classe dirigente.
Per decenni l’Italia ha potuto contare su percorsi di formazione politica, amministrativa e sindacale che producevano competenze, esperienza e capacità di governo. I partiti erano anche scuole di formazione. Le organizzazioni sociali e sindacali rappresentavano luoghi di crescita culturale. Le amministrazioni locali costituivano una palestra per chi aspirava a responsabilità maggiori.
Quel sistema aveva certamente difetti e limiti. Ma generava una selezione.
Oggi, troppo spesso, la selezione è stata sostituita dalla cooptazione. La competenza viene considerata un elemento accessorio. La fedeltà prevale sul merito. La comunicazione conta più della preparazione. La velocità dei social sostituisce l’approfondimento.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Non mancano persone capaci. Anzi, l’Italia continua a esprimere straordinarie energie nei mondi delle professioni, dell’impresa, dell’università, della ricerca, del volontariato e dell’associazionismo. Quello che manca è la capacità di intercettare queste energie e trasformarle in classe dirigente.
Manca un investimento strutturale sulla formazione.
Manca la costruzione di percorsi che accompagnino i giovani verso ruoli di responsabilità.
Manca il coraggio di promuovere il merito anche quando il merito non appartiene al proprio schieramento.
È una questione che riguarda tutti: destra, sinistra, centro, movimenti civici, associazioni e corpi intermedi.
Perché senza una classe dirigente preparata non esiste futuro.
Lo vediamo ogni giorno anche nelle nostre comunità locali. Molti comuni faticano a trovare candidati. Molti enti soffrono una progressiva carenza di competenze amministrative. Sempre più spesso il ricambio generazionale non avviene. E quando avviene, non sempre è accompagnato da adeguati percorsi di crescita.
La politica dovrebbe tornare a essere un servizio e non una scorciatoia. Un’assunzione di responsabilità e non una ricerca di visibilità.
La Repubblica ha bisogno di cittadini attivi, ma ha anche bisogno di amministratori preparati, di dirigenti competenti, di rappresentanti autorevoli.
Ha bisogno di una nuova stagione di educazione civica diffusa.
Ha bisogno di recuperare il valore dello studio, della conoscenza, dell’esperienza.
Ha bisogno di ricostruire quei legami sociali che negli ultimi anni si sono progressivamente indeboliti.
Ottant’anni fa i padri e le madri della Repubblica seppero immaginare un Paese che usciva dalle macerie. Oggi le macerie non sono quelle dei bombardamenti, ma quelle della sfiducia, della frammentazione e dell’individualismo.
La sfida del nostro tempo è ricostruire fiducia.
Fiducia nelle istituzioni, nella politica, nella partecipazione democratica. Ma soprattutto fiducia gli uni negli altri.
Perché nessuna riforma, nessun finanziamento, nessun piano di sviluppo potrà mai sostituire il capitale più prezioso di una nazione: la coesione della sua comunità.
Nel giorno in cui celebriamo la Repubblica, forse il modo migliore per onorarla non è limitarci a ricordare ciò che siamo stati.
È interrogarci, con onestà, su ciò che vogliamo diventare.
E avere il coraggio di ricominciare da lì: da una nuova pacificazione civile, da una nuova cultura del merito, da una nuova formazione della classe dirigente.
Perché la Repubblica non è un’eredità garantita per sempre. È una costruzione quotidiana. E ogni generazione ha il dovere di lasciarla migliore di come l’ha ricevuta.
EB
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