“Il futuro dei nostri bambini non si brucia. Mamme di Roma e dei Castelli Romani uniamoci. L’inceneritore di Santa Palomba riguarda il futuro dei nostri figli, la qualità dell’aria che respireranno e la terra in cui cresceranno. Informarsi non basta più, serve partecipare, unirsi, costruire una rete forte e presente sul territorio”.
Più che un semplice invito, un appello accorato e consapevole che chiama alla mobilitazione le madri: con questi presupposti, ieri, venerdì 5 giugno, si è costituito ufficialmente il gruppo ‘Mamme No Inceneritore Castelli Romani’, ispirato all’esperienza vittoriosa delle ‘Mamme No Inceneritore di Firenze’.
La prima assemblea pubblica si è svolta dalle ore 18 nei locali della Stazione di Albano di Viale Europa. L’iniziativa coordinata da Marcella Costagliola, referente della Comunità Laudato Si’ Castelli Romani, attiva dal 2018, ha visto la la partecipazione della pediatra Francesca Mazzoli, di Marco Altieri, attivista della Rete Tutela Roma Sud, ma soprattutto si è avvalsa della testimonianza diretta in collegamento da remoto di Fiammetta Battaglia, esponente del Comitato fiorentino Mamme No Inceneritore che un decennio fa si è opposto alla costruzione di un impianto a Sesto Fiorentino e ha vinto. Una storia a lieto fine grazie alla determinazione di un iniziale gruppo sparuto di mamme che hanno vinto una sfida sembrata impossibile coinvolgendo la cittadinanza in una mobilitazione di massa.
Storie di civismo: quando l’impossibile diventa realtà
Le mamme non vogliono più stare a guardare, sono stanche di essere informate ma di sentirsi impotenti, di subire decisioni calate dall’alto che compromettono il futuro delle nuove generazioni. Almeno la pensa così un gruppetto di mamme dei Castelli Romani che, proprio come quelle fiorentine un decennio fa, ha deciso di non restare più alla finestra. Con questi presupposti, difendere insieme salute dei propri figli, ambiente e territorio, nel 2015 a Firenze ha preso avvio la lotta per volere di quattro o cinque mamme, culminata nella partecipazione di 15 mila persone. L’evento di ieri è stato a metà tra un battesimo di un comitato con tanto di dichiarazioni d’intenti, e il passaggio di consegne tra chi la lotta l’ha fatta e vinta e chi sa di avere davanti un cammino lungo e difficile. La risposta al senso di impotenza è difendere la comunità, il territorio, la vita futura, secondo la ‘lezione’ tutta empirica, fatta di testimonianza ed esempi di azioni concrete di Fiammetta Battaglia in rappresentanza delle Mamme No Inc di Firenze. L’insegnamento è che un altro modello di sviluppo è possibile se ci si batte con determinazione per raggiungerlo.
L’attivista fiorentina ha raccontato le tappe della lotta contro l’inceneritore a Sesto Fiorentino in località Case Passerini, scomparso definitivamente dal Piano regionale rifiuti toscano nel 2019. Mamme che ben rappresentano una storia di militanza, resistenza, speranza e alla fine vittoria, sono un esempio che dà forza e slancio, supporto al neo gruppo per elaborare azioni di lotta proficue. Le donne fiorentine hanno trasformato l’amore per i propri figli in competenza tecnico-politica riuscendo a bloccare un mostro ecologico che sembrava invincibile. Il confronto on line è servito alle donne presenti ad acquisire strategie e provare a fare ai Castelli quello che altre donne prima di loro hanno fatto a Firenze allertate di fronte al pericolo inceneritore: hanno iniziato a studiare documenti, sentire medici, presentato proposte alternative. Storie che si assomigliano: allora, l’impianto di incenerimento a Firenze propagandato come sicuro, moderno, prevede la realizzazione di due camini. Le mamme studiano le carte e scoprono che nella Procedura autorizzativa la Asl prescrive il monitoraggio epidemiologico sulla popolazione. Studiano anche il quadro delle emissioni, l’incidenza ambientale e l’impatto sanitario.
Il contesto all’inizio è avverso:
favorevoli governo, amministrazione regionale e locale, tutti i partiti, il contesto mediatico, la popolazione non è informata ma c’è la memoria storica di un impianto analogo chiuso nel 1987. Da quel momento le mamme fiorentine danno il via a strategie di lotta, organizzano la mobilitazione. Il racconto di Fiammetta Battaglia è fitto: il volantinaggio davanti alle scuole spiegando tutto con informazioni e documentazioni, incontri informativi capillari sul territorio. Sui social, comunicati stampa e informativi. E poi flash mob di tutti i tipi per spostare il problema dalla periferia al centro, fino a una grossa manifestazione a Firenze centro con 15 mila partecipanti, proiezioni a Palazzo Vecchio e sui monumenti fiorentini. Tanto attivismo e rumore da parte di una cittadinanza “che non ha nessuna intenzione di starsene zitta”. Quasi sempre c’è un medico che affianca le attiviste e parla dell’impatto sanitario della questione. La causa è anche sostenuta da una lettera con la firma di 170 medici pubblicata sui giornali. Le mamme fiorentine portano avanti anche un progetto di scienza partecipata dai cittadini, un monitoraggio dal basso sulle polveri sottili in assenza di centraline.
‘Inquina meno di una strada trafficata’, la smentita scientifica
Francesca Mazzoli, pediatra e componente dell’Isde, l’associazione italiana Medici per l’Ambiente, di studi ne ha fatti e raccolti tanti. Ormai è noto l’impatto di impianti inceneritori su “esiti riproduttivi, nati pretermine, malformazioni congenite, incidenza tumori potenzialmente correlabili”. A fronte di questi ed altri consolidati studi di carattere sanitario, il sindaco di Roma, Robero Gualtieri si è presentato al cantiere di Santa Palomba il 15 maggio scorso per la ‘posa’ della prima pietra, e trionfalisticamente ha dichiarato che il megaimpianto inquinerà meno di una strada trafficata di Roma, concetto ripreso ecumenicamente da stampa e tv.
Il battage pubblicitario di Gualtieri pare funzionare. “La situazione di Roma è molto più complessa rispetto a Firenze per popolazione e anche per indolenza, i papi ci hanno abituato male, a Firenze siete più combattivi, e Gualtieri ha fatto campagna pubblicitaria molto ben fatta, facendo arrivare il messaggio a Roma di impianto inevitabile, completamente innocuo – ha detto la pediatra – Gualtieri ha postato dei video in cui dice che dal comignolo del famoso impianto di Copenhaghen esce solo vapore acqueo, cosa che non è, sono impianti che causano inquinamento”. La pediatra che è stata anche ad Acerra e ha una lunga esperienza sul campo, ha raccontato di aver dovuto affrontare 22 mila pagine organizzate in 800 faldoni senza titolo ma solo con sigle “da aprire, studiare per capire cosa c’era dentro” per poi parlare di quanto inquini un inceneritore, fare osservazioni, smontare la narrazione di Gualtieri.
“Ricordo sempre che in Italia c’è il più alto numero di persone che muoiono per inquinamento atmosferico. L’Agenzia europea per l’ambiente stima che circa 43 mila persone l’anno muoiono in Italia a causa del PM2,5 prodotto dalla combustione. Con questa base, se pure l’inceneritore inquinasse come una strada, dovremmo evitare una cosa che è evitabile: esistono alternative all’incenerimento dei rifiuti, suggerite dall’Europa e su cui dobbiamo puntare”, ha aggiunto.
Ha poi sottolineato che per i bambini gli inquinanti sono tutti problematici: dal concepimento ai primi mille giorni di vita e a seguire, se esposti, possono andare incontro oltre che alle stesse malattie dell’adulto, a malformazioni, al fenomeno dei nati prematuri e sottopeso. “Le diossine nella placenta causano tra l’altro ipertensione, diabete, obesità legate anche all’inquinamento. Gli studi mostrano poi chiaramente correlazione tra inquinamento e disturbi del neurosviluppo”.
Attivista fiorentina e pediatra romana in dialogo: inquinamento da inceneritore contro frasi ad effetto
“La propaganda dice inceneritore uguale progresso. Invece, l’inceneritore è obsoleto, anche per l’Europa, normativamente sono considerati a livello delle discariche, inquina l’aria che respiriamo per combustione di rifiuti, non si sa che cosa c’è dentro, non c’è nessun controllo del tipo di materiale bruciato e quindi non c’è nessun tipo di controllo sul tipo di inquinanti che vengono prodotti”, ha detto Battaglia. Tra gli inquinanti ‘normati’ ci sono biossido di azoto, biossido di zolfo, ammoniaca, antimonio, metalli pesanti, arsenico, piombo, cromo, rame, cobalto, piombo, manganese, “ma c’è un effetto di bioaccumulo e il quadro delle emissioni vale quando il funzionamento è perfetto, normale, l’impianto nuovo”. Cosa succede quando l’impianto si inceppa, si usura, invecchia? “Dovremmo conoscere quali sono i rischi reali per la popolazione perché un impianto industriale del genere ha dei rischi, non si può far finta che non esista questa problematica ed è un po’ facilona la frase ‘inquina come una strada trafficata’. A parte che si vorrebbe diminuire l’inquinamento della strada trafficata, non aumentarlo, ma in più la inquina in un modo abbastanza fuori controllo”, le considerazioni dell’attivista fiorentina.
La pediatra ha poi riferito che in Italia ci sono due grossi studi sugli effetti dell’incenerimento sulla popolazione,uno fatto in Emilia Romagna che ha evidenziato tutta una serie di criticità ma è datato. La critica che viene spesso mossa è che gli studi facciano riferimento a vecchi impianti, mentre quelli di ora non danno questi problemi perché i filtri bloccherebbero tutto. La dottoressa ha accennato a uno studio più recente fatto nel Lazio, concluso da poco: “Si chiama Eras Lazio ed è andato ad analizzare la popolazione intorno alle discariche e inceneritori del Lazio, fino al 2018 ne avevamo due di inceneritori, poi quello di Colleferro è stato chiuso solo perché un lavoratore ha fatto la denuncia e hanno scoperto che ci buttavano di tutto. Alcuni controlli si fanno a campione e non in continuo”. È in corso uno studio per quello di Torino considerato di terza generazione perché entrato in funzione nel 2013 e cosa hanno trovato? “Lo studio epidemiologico dipende da come lo fai e che cosa cerchi, ma si è visto che sono iniziati ad aumentare i bambini nati pretermine di basso peso”. Mentre è ancora troppo presto per altre constatazioni.
Fake news e fumo negli occhi dei romani, polveri e ceneri arriverebbero nella Capitale
Un argomento che sentiamo sempre: senza questo impianto i rifiuti finiscono in discarica, o sono esportati a caro prezzo. Oppure, c’è Roma sommersa di rifiuti: ma l’emergenza si crea e i cittadini sono indotti a pensare che l’inceneritore sia l’unica soluzione possibile.
“È noto che avere un impianto di incenerimento incentiva la produzione di rifiuti perché tanto si bruciano e questo è contrario a qualsiasi sana politica ambientale. Non si può dire emergenza rifiuti, li stiamo gestendo male tanto vale bruciarli: l’idea del cassonetto è perdente, si aumenta la produzione di rifiuti, si rinuncia alla raccolta virtuosa che si può fare solo con il porta a porta a tariffazione puntuale anche nelle grandi città, a Milano si fa, quello che resta nell’indifferenziato è inerte al riciclo e riuso non si può pensare che un inceneritore sia meglio di una discarica”, le puntuali riflessioni di Battaglia.
E poi: “L’incenerimento non è la soluzione e non è che magicamente annulla la materia, potrebbe uscire dai camini solo vapore acqueo ma le cose che bruciano restano scorie altamente tossiche effetto della combustione. Dove le mettiamo? Non spariscono magicamente”. L’inceneritore produce scorie tossiche e aumenta la produzione di rifiuti, è una scelta anacronistica, opposta a quella vicina all’ambiente e alla salute, fatta di riciclo, riuso, massima raccolta differenziata, studio anziché “rifugiarsi in soluzione che sono solo redditizie solo per chi le gestisce. Tra l’altro un impianto per essere redditizio deve bruciare al massimo della sua capacità, quindi se per caso la città di Roma riducesse al massimo la sua quantità di rifiuti, dovrebbe importarne da qualche parte per dare da mangiare al suo inceneritore”, la previsione della mamma fiorentina.
Dal canto suo, la pediatra Mazzoli da mamma nel difficile rapporto tra cittadini, salute pubblica e grandi opere, ha detto: “Noi abbiamo ancora tanta strada da fare e accettiamo tutti i consigli, ma ce la stiamo mettendo veramente tutta, al di là del coinvolgimento della gente che vive nella vicinanza dell’impianto è necessario il coinvolgimento dei romani che sono tranquillizzati dalla distanza che li fa sentire al sicuro del pericolo anche grazie alla narrazione fatta e non si rendono conto che, se ci arriva la sabbia del Sahara, quanto ci metteranno la povere, il particolato e i gas che escono dal camino dell’inceneritore a raggiungere Roma?”.
Per chi ancora non lo sappia, ha precisato che il Lazio è la quinta regione più inquinata d’Italia. Nel Lazio, l’ultimo report sulla qualità dell’aria ha visto il passaggio di alcuni paesi, come Marino, vicinissimo a Roma, in classe 1. Non è un titolo di merito perché è la classe con il maggiore inquinamento: erano 31, adesso sono 62.
Rompere il silenzio, la propaganda, la scatola chiusa
Tra i suggerimenti dati al neonato gruppo da Fiammetta Battaglia, c’è quello di non restare chiusi nella periferia ma di coinvolgere il più possibile la Capitale, anche perché l’inceneritore non è un problema che riguarda chi sta a tre chilometri di distanza dall’impianto, ma casomai chi sta a 20 chilometri, quindi soprattutto i romani. È anche importante crederci, credere che un gruppo di persone impegnate con un lavoro quotidiano, faticoso, possa imporre un cambiamento globale, mediatico e a livello della popolazione con tante strategie diverse, grazie a una organizzazione orizzontale in cui ognuno metta a frutto le proprie capacità e competenze.
E poi, è necessario “rompere il silenzio, rompere la propaganda, rompere la scatola che contiene le famose documentazioni, quale quadro delle emissioni, analisi di impatto ambientale, scatola aperta e mostrata in modo che le persone le possono vedere, sono pubbliche e tutti le devono vedere”. Ma poi anche rompere le scatole in tutti i modi possibili alle amministrazioni locali, esserci chiedere accesso agli atti, “azione legale ma da sola non basta bisogna che la popolazione si mobiliti”.
Firenze oggi è al 70% della differenziata, “ma si può fare molto di più”.
Di certo c’è che, dopo un inizio di lavori sul terreno dove doveva essere costruito,il cantiere dell’inceneritore fiorentino non è mai partito. Il rivolgimento è stato radicale, anche politico: dal modello dei cassonetti, si è arrivati al porta a porta. L’organizzazione al femminile ha fatto la differenza, la mobilitazione è diventata radicale, “Dal 2015 al 2024 quando si è detto addio per sempre all’inceneritore di Firenze”. Alla fine i comuni Campi Bisenzio e Sesto Fiorentino hanno fatto ricorso al Tar. Per anni il mostro è stato pensiero quasi unico nelle menti di tanti e tante fiorentini come ora lo è ai Castelli dove la strada è ancora lunga.
Ricorsi al Tar, lotte legali e bisogno di energie nuove
Marco Alteri ha auspicato che il neo gruppo dia avvio ad azioni autonome e originali e ha fatto il punto sulla situazione legale. “Abbiamo fatto diversi ricorsi al Tar, a cominciare dall’ordinanza che ha individuato nel 2022 Santa Palomba come sede dell’inceneritore. Da subito partito da zero, abbiamo fatto ricerche su sentenze favorevoli per chi ha fatto questa lotta e tra le mani ci è capitata quella di Firenze e quindi da lì abbiamo trovato il nome di Claudio Tamburini che è l’avvocato che ha vinto a Firenze e segue i nostri ricorsi anche attuali”. Ce ne sono tre in corso, patrocinati da un pool di avvocati tra cui anche un importante studio legale romano. “Però è fondamentale un passaggio: questi ricorsi vanno supportati per creare un ambiente favorevole a una sentenza che sia contraria a un potere enorme o rischiamo di essere sacrificati sul tavolo di altre alleanze”. Il 7 ottobre è fissata l’udienza al Tar. Uno di questi ricorsi è firmato dai cittadini perché il comune di Albano era commissariato. “Adesso c’è un nuovo sindaco e gli chiediamo di subentrare. I comuni di Castel Gandolfo e Genzano sono già inclusi, Pomezia e Ardea hanno presentato ricorsi autonomamente. È importante che le amministrazioni locali difendano questa terra e che subentri anche Albano”. Di fronte all’ “ultimo disastro ambientale annunciato”, occorre aumentare il livello di mobilitazione e presenza.
Tra i ricorsi aperti, anche uno sulla falda sacrificata alle logiche incenitoriste. “Abbiamo avviato procedimenti in sede europea, alla Procura della Repubblica per la compravendita del terreno, lunedì depositeremo il Quinto Ricorso al tar ma per portare avanti questo impegno abbiamo bisogno di energie nuove”.
Facciamo in modo di diventare moltitudine
“La riunione è proprio per costituirci, partiamo da qui ma facciamo in modo di diventare moltitudine, come diceva Carlo Petrini di Slow Food per riuscire a travolgere le montagne”, le parole di Marcella Costagliola.
L’attivista ha precisato che, sulla scia dell’esempio fiorentino, il gruppo di mamme No Inc dei Castelli Romani è apolitico e non si riconosce in un’associazione particolare: “Uno dei grandi problemi del territorio è che ci sono tanti gruppi che non riescono a collaborare insieme, vediamo se come mamme e come donne riusciamo a fare movimento, fare un salto ulteriore, questa battaglia si vince solo se la facciamo tutti insieme, diventando tanti e coesi”. Il lavoro delle donne fiorentine vale come esempio straordinario di organizzazione e comunicazione a cui ispirarsi e da cui imparare: “Non ci viene richiesto di fare barricate ma abbiamo un’etica, una coscienza che ci impone di non stare in silenzio, anche come testimonianza rispetto alle nuove generazioni. Siamo chiamati a fare la nostra parte, arrivare con energie nuove, idee nuove, forze nuove, supportare e rilanciare l’impegno sul territorio”. La raccomandazione-avvertimento finale della ‘sorella maggiore’ fiorentina è di “essere e restare sempre trasversali, non accettare mai il corteggiamento di partiti e correnti politiche”. Non si fa questa lotta per suscitare consensi, vincere elezioni ma in quanto cittadine e cittadini eticamente responsabili.
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Piera Lombardi
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