La poesia ascolta la voce della Terra. Ne è il linguaggio eletto, da sempre e la storia della letteratura ce lo ricorda costantemente, che si stia leggendo Esiodo o i romantici ottocenteschi, i trovatori provenzali o i crepuscolari, i petrarchisti o i metafisici.
Colei che è stata definita la “poetessa del Rock”, perciò (e a buon diritto, poiché ha esordito con una splendida trilogia di raccolte poetiche prima dello storico disco Horses), in questi mesi impegnata per alcune date nel nostro paese, non poteva esimersi dal detenere un rapporto privilegiato, viscerale, con l’ambiente.
E col suo grido d’aiuto.
Devota alla natura
Patti Smith non ha mai disgiunto l’urgenza della vena lirica dalla vibrazione tellurica del pianeta che la ospita, maturando nel tempo una devozione sempre apertamente mistica nei confronti del creato, celebrata in tracce quali Constantine’s Dream, Fuji-san, Peaceable Kingdom e nel progetto sperimentale Correspondences, in cui arriva a recitare – nell’installazione audiovisiva Mass Extinction – un elenco straziante di specie animali estintesi a causa dell’uomo dal 1946, suo anno di nascita, a oggi. Si potrebbe inoltre rileggere in questa chiave anche uno dei suoi brani fondamentali, Dancing Barefoot, dove, pensando a Jeanne Hébuterne, invita a “danzare a piedi nudi” fino a ritrovare “la linea della vita, il ramo di un albero”.
Ascolta “Dancing Barefoot”
Un imperativo morale nutrito di versi
Per l’artista di Chicago, l’ecologia non si configura semplicemente come un programma politico o come un’adesione estemporanea alle tendenze contemporanee: essa rappresenta, al contrario, un imperativo morale che affonda le proprie radici nella grande letteratura romantica e nel trascendentalismo americano, nella teologia visionaria di Blake, nel panteismo vitalistico di Whitman, nella disperata chiaroveggenza di Rimbaud. A una voce in particolare, tuttavia, la cantautrice ha legato la propria vocazione ecologista: quella di Emily Dickinson e di un suo specifico componimento, ‘Nature’ is what we see (“Natura è ciò che vediamo”).
Con Emily Dickinson, per il Clima
Promuovendo l’iniziativa Pathway to Paris, un’organizzazione fondata dalla figlia dell’artista, Jesse Paris Smith (insieme alla violoncellista e attivista Rebecca Foon), con l’ambizioso intento di trasformare le promesse teoriche degli Accordi di Parigi sul clima in risposte concrete e immediate, la cantautrice – per l’occasione riuscita a radunare artisti del calibro di Thom Yorke, Michael Stipe degli REM e Flea dei Red Hot Chili Peppers, tra gli altri – è salita sul palco interpretando su un etereo tappeto sonoro proprio i versi immortali composti da Dickinson attorno al 1863. Vale senza dubbio la pena di rileggerli e, soprattutto, riascoltarli (trad. mia):
“Natura” è ciò che vediamo –
La Collina – il Pomeriggio –
Scoiattolo – Eclisse – Calabrone –
No – Natura è Paradiso –
Natura è ciò che sentiamo –
La Doliconice – Il Mare –
Tuono – Grillo.
No – Natura è Armonia –
Natura è ciò che sappiamo –
ma non abbiamo facoltà di dire –
Così impotente è la Nostra Sapienza
a cospetto della sua Semplicità.
Una Terra che sente (e soffre)
Come avrebbe detto un altro dei suoi numi tutelari, Pier Paolo Pasolini, la Terra “riappare poeticamente” non già come un mero serbatoio di risorse da depredare, bensì come un organismo senziente e ferito, la cui sofferenza biologica risuona nell’anima profonda di chi è in grado di ascoltarla. Questa sensibilità non si esaurisce mai nella sterile contemplazione lirica o nel lamento elegiaco, ma si traduce in un perentorio grido d’allarme contro l’indifferenza di una civiltà iper-tecnologica che ha smarrito il cordone ombelicale con i ritmi naturali, dimenticando che la salute dell’ambiente coincide con la stessa sopravvivenza dello spirito umano.
Il riconoscimento dei giovani ambientalisti
Un altro perno fondamentale del coinvolgimento ambientalista di Patti Smith risiede nella sua straordinaria capacità di tessere alleanze intergenerazionali, riconoscendo nei movimenti giovanili contemporanei i veri custodi del futuro planetario.
In un’epoca drammaticamente segnata dal cinismo e dalla frammentazione sociale, la poetessa ha scorto in Greta Thunberg e negli attivisti di Fridays for Future la medesima purezza d’intenti, l’intransigenza etica e la determinazione radicale che animavano le avanguardie artistiche e politiche della New York degli anni Settanta.
Gli auguri poetici a Greta
In occasione del diciassettesimo compleanno della militante svedese, Patti Smith le ha dedicato un componimento poetico di rara e struggente intensità, dal sapore quasi gramsciano, affidato alle pagine del proprio profilo Instagram (uno dei modi più nobili e lungimiranti, forse, di utilizzare i social). In questi versi, la Terra viene presentata come un’entità consapevole che riconosce i propri simili:
“Questa è Greta Thunberg, che compie oggi diciassette anni, senza chiedere riconoscimenti, o regali, se non quello di non essere indifferenti. La Terra conosce la sua gentilezza, proprio come tutte le divinità, come gli animali e la primavera guaritrice. Buon compleanno a Greta, che si è imposta oggi, come ogni venerdì, rifiutando di essere indifferente”.
Una nuova vita per un inno storico
Questo tributo evidenzia come, per l’artista, la crisi climatica sia una questione assolutamente non partitica, un’emergenza ecumenica che travalica le ideologie tradizionali poiché colpisce indistintamente ogni fanciullo e ogni forma di vita. Viene così a compiersi la suggestiva metamorfosi semantica del suo brano più celebre e iconico, People Have the Power, composto nel 1988 insieme al rimpianto marito Fred “Sonic” Smith. Concepita originariamente come un inno alla partecipazione democratica e alla rivendicazione dei diritti civili, nei suoi ultimi concerti la canzone è progressivamente divenuta parte della colonna sonora universale dei grandi cortei per la giustizia climatica e ambientale.
Ascolta “People Have the Power”
L’artista e la coscienza
Il concerto abdica così alla sua dimensione esclusivamente edonistica per farsi rito collettivo di consapevolezza, senza moralismi di facciata, consegnandoci una preziosa testimonianza su quale possa essere il ruolo di un poeta, di un musicista, di un intellettuale nell’Antropocene.
Come anche i versi di Dickinson ricordano, questo mondo fragile e meraviglioso merita ancora – merita sempre – una poesia.
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Giulio Carlo Pantalei
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