Una città che negli ultimi anni ha imparato a farsi conoscere oltre i propri confini, ma che deve ancora completare il percorso di costruzione della propria identità. Una realtà che può puntare sulla blue economy, sulla tecnologia, sull’università e sulla capacità di raccontare le proprie eccellenze, senza però dimenticare ciò che nel tempo ha perduto: il tessuto artigianale, un commercio selezionato e, più in generale, un’ anima propria e distintiva.
È attorno a questo equilibrio tra crescita e conservazione delle radici che si è sviluppata la seconda serata di “Tabula Rasa, laboratorio di futuro”, il format ideato da Milo Campagni e dedicato a immaginare la Spezia del 2050. Al SunSpace di via Sapri, la giornalista Chiara Piotto ha guidato un confronto tra tre imprenditori spezzini che hanno costruito il proprio percorso professionale oltre i confini cittadini, mantenendo però un legame profondo con il territorio: Franco Costa, proprietario di Costa Group, Barbara Ricci, amministratrice delegata e presidente di SportWide Group, e Danilo Vivarelli, amministratore delegato di Technesy Holding.
Le loro sono storie diverse, accomunate dall’essere partite dalla Spezia per arrivare in contesti nazionali e internazionali. “Sono nato a Riccò, già arrivare alla Spezia quando ero ragazzo per me era una conquista”, ha raccontato Costa, ricordando i primi passi di un’azienda nata quarant’anni fa e oggi punto di riferimento mondiale nel settore del food di lusso, con il 60% della produzione destinato all’estero. Un percorso costruito partendo da un territorio che, secondo l’imprenditore, non ha sempre favorito lo sviluppo industriale: “Fare impresa alla Spezia è difficilissimo perché manca un vero indotto, anche se il turismo ha portato un grande flusso di persone. La città merita molto di più e spesso non ci rendiamo conto di quanto valga”.
Un tema, quello della percezione della città, ripreso anche da Barbara Ricci, che ha sottolineato il cambiamento avvenuto negli ultimi decenni. “Trent’anni fa dire di essere spezzini richiedeva quasi una spiegazione su dove fosse la Spezia. Oggi è cambiato tutto”. Un’evoluzione che, secondo la manager, passa soprattutto dalla capacità di costruire un racconto del territorio. “Per anni la Spezia non ha raccontato la propria storia e ha faticato a trovare una propria identità. In realtà ha molti contenuti: non si tratta di inventare qualcosa, ma di valorizzarla e narrarla diversamente”.
In questo senso, anche il turismo ha avuto un ruolo di acceleratore. Un fenomeno che ha portato nuove energie e una maggiore vivibilità della città, pur accompagnandosi a una crescente discussione sul modello di sviluppo da perseguire. Ricci ne ha evidenziato il valore nella riscoperta del territorio, ricordando come anche elementi storici come il Festival Internazionale del Jazz, il più antico d’Italia, possano diventare strumenti di promozione e riconoscibilità. “Nel mio lavoro non si vende fumo, si possono solo aggiungere bellezza e narrazione. La Spezia ha contenuti, si tratta di raccontarli diversamente”, ha spiegato.
Una visione solo in parte condivisa da Costa, che ha invece posto l’accento sulle contraddizioni di un turismo spesso di passaggio. “Il turismo ha fatto il suo percorso, la città ancora no. Non abbiamo alberghi all’altezza, non abbiamo ristoranti con stelle Michelin e ospitiamo e il turismo che si è affermato arriva e se ne va, proprio quello che le grandi città cercano di evitare”. Per l’imprenditore il rischio è quello di perdere il patrimonio identitario che ha caratterizzato per decenni la Spezia: “Era una città di artigiani, di pittori, di incisori. Oggi gran parte di quel mondo è scomparso e il centro storico rischia di perdere la propria anima. Passare in via Veneto e non vedere più gli artigiani non mi piace: è una visione personale, ma credo che la città abbia perso una parte della propria identità”.
Accanto al tema dell’identità e del turismo, il dibattito si è concentrato anche sulle opportunità economiche della Spezia del futuro. Per Danilo Vivarelli il punto di partenza è il mare, un settore nel quale la città ha saputo costruire un ecosistema articolato, capace di coinvolgere grandi industrie e numerosi anelli della filiera. Ma le prospettive guardano anche al digitale: “Le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale richiederanno infrastrutture sempre più potenti. La Spezia, grazie alla propria posizione e alle opportunità legate ai cavi sottomarini e al traffico dati, potrebbe ritagliarsi un ruolo anche come hub tecnologico”.
Una prospettiva che si lega direttamente a un altro grande tema emerso durante l’incontro: l’università e il problema demografico. Ricci ha ricordato come la città debba fare i conti con l’invecchiamento della popolazione e il calo delle nascite, una tendenza che rischia di incidere anche sul valore economico del territorio. In questo quadro l’università rappresenta “l’unico vero bilanciamento alla denatalità”, grazie alla capacità di attrarre giovani qualificati. La visione per il 2050 è quella di un polo universitario più forte, non più considerato una realtà secondaria rispetto a Genova, ma specializzato nelle politiche del mare, nella blue economy e nei settori legati alla difesa.
Anche il tema dell’integrazione e della trasformazione sociale della città è entrato nel confronto. Costa ha evidenziato come la presenza di cittadini stranieri sia ormai un elemento strutturale dell’economia locale: “Nella mia azienda convivono tante nazionalità diverse. È una risorsa che va gestita con intelligenza. Alla Spezia, salvo casi isolati, l’integrazione funziona e molti lavoratori stranieri sono oggi fondamentali anche in settori come la ristorazione: se si ferma un treno d’estate, alle Cinque Terre non si mangia visto che i cuochi sono quasi tutti stranieri”.
A chiudere il dibattito è stato l’invito all’ottimismo di Vivarelli, legato alla convinzione che la città abbia ancora importanti margini di crescita. “L’ottimismo è gratis”, ha osservato l’imprenditore. “Un rilancio della Spezia porterebbe benefici a tutto il territorio circostante e l’università può avere un ruolo fondamentale in questo percorso”.
Una Spezia più aperta, più internazionale e più capace di valorizzare ciò che già potenzialmente possiede: tra il recupero della propria identità e la sfida dell’innovazione passa la strada verso il 2050 immaginata dai tre imprenditori, tornati a guardare la propria città con uno sguardo maturato nel mondo.
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Niccolò Pasta
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