Un bollino etico per il vino: “Così possiamo rendere la filiera delle Langhe un modello certificato”



Una mano che raccoglie un grappolo d’uva. «Un gesto antico, tradizionale, che oggi assume anche nuovi significati: la centralità delle persone tra i filari e il rispetto dei diritti dei lavoratori». Seduto alla sua scrivania ingombra di faldoni, documenti e appunti scritti a mano, il prefetto di Cuneo Mariano Savastano ci illustra il logo che accompagnerà la nuova Qualificazione etico-legale nel settore vitivinicolo, vera novità del Protocollo Langhe per la prevenzione di situazioni di sfruttamento lavorativo nei vigneti di Langhe e Roero che verrà sottoscritto nei prossimi giorni.

Un’iniziativa lanciata dal prefetto a gennaio e che, dopo un’attenta fase di studio da parte di un gruppo di lavoro che ha riunito Camera di commercio, carabinieri (in rappresentanza delle forze di polizia), Ispettorato del lavoro, Nil, Consorzio di tutela Barolo e Barbaresco e Fondazione Industriali, a cui si è aggiunta la società in house delle camere di commercio italiane Dintec, si è arricchito di un disciplinare operativo che è stato trasmesso a tutti i sottoscrittori del protocollo d’intesa e soprattutto al ministero dell’Interno per le necessarie valutazioni da parte degli organi centrali, con l’obiettivo di arrivare all’adesione prima della vendemmia.

Prefetto Savastano, ci spiega di cosa si tratta?
«Parto da una premessa: il comparto agricolo cuneese è caratterizzato da due grandi distretti, quello della frutta e quello del vino. Per gestire l’accoglienza degli stagionali della frutta è ormai in vigore da anni un protocollo che funziona: a Saluzzo nel 2025 sono stati sottoscritti più di 15 mila contratti di lavoro coinvolgendo circa 11 mila persone e si è creata una rete di accoglienza diffusa. L’attenzione per le problematiche legate alla filiera del vino nelle Langhe, invece, è più recente e il primo Protocollo d’intesa è stato firmato solo due anni fa. Ci siamo resi conto che era necessario dare gambe e contenuto a questa convenzione, renderla operativa per evitare che si limitasse ad essere una dichiarazione piena di buoni intenti, ma poco efficace. Così è nata l’iniziativa».

Qual è la sostanza del nuovo disciplinare e quale obiettivo si pone?
«Vorrei spiegare questa iniziativa seguendo la regola delle cinque W del giornalismo anglosassone: what, why, who, where e when. Forse servirebbe anche una sesta domanda, l’how, cioè il “come”. È il modo più chiaro per raccontare ciò che stiamo costruendo».


Partiamo allora dal «what»: di cosa stiamo parlando?
«Parliamo di un sistema di qualificazione e certificazione etico-legale per l’intera filiera vitivinicola. Un’iniziativa ad adesione volontaria, non imposta per legge, che punta a promuovere una filiera trasparente, capace di garantire legalità, lavoro dignitoso, abitazioni adeguate e trasporti sicuri per i lavoratori stagionali. L’obiettivo è accompagnare il settore verso un modello di sviluppo sostenibile e valorizzare il “lavoro buono”, quello svolto correttamente dalla grande maggioranza delle aziende. Ci vogliamo rivolgere sia alle aziende contoterziste virtuose, ossia quelle in grado di garantire condizioni di lavoro eque e regolari, condizioni abitative dignitose, adeguati mezzi di trasporto, nonché percorsi di formazione e aggiornamento, sia a tutte le imprese vitivinicole a cui chiediamo di impegnarsi – attraverso la sottoscrizione del protocollo da parte dei due Consorzi del Barolo e del Roero – ad avvalersi per le attività connesse alla vendemmia delle suddette imprese contoterziste».

Perché nasce questa iniziativa?
«Negli ultimi anni le Langhe hanno vissuto una trasformazione economica rapidissima e il ricorso al contoterzismo è diventato strutturale. Non è una scelta ideologica, ma una necessità concreta. Una piccola impresa agricola non può facilmente gestire assunzioni, formazione, accoglienza, trasporto e logistica di decine di lavoratori in poche settimane. Per questo il ricorso a intermediari e contoterzisti è diventato indispensabile».

Il problema, però, è evitare le degenerazioni del sistema.
«Esattamente. Esiste un contoterzismo pienamente lecito e necessario. Ma possono verificarsi distorsioni, forme di intermediazione illecita e sfruttamento della manodopera. Il nostro obiettivo è prevenire questi fenomeni senza trasformare tutto in una operazione repressiva, di polizia. Non vogliamo costruire un modello basato soltanto sui controlli o sulle sanzioni. Questa è prima di tutto una sfida culturale: vogliamo rendere il contoterzismo un modello etico, trasparente e virtuoso. I controlli esistono e continueranno a esserci, ma l’obiettivo principale è valorizzare le imprese corrette, che sono la maggioranza, e far emergere il cosiddetto lavoro buono».

Chi saranno i protagonisti del progetto?
«Ho voluto che il ruolo centrale fosse affidato alla Camera di commercio, perché stiamo parlando di una vera certificazione. La Prefettura promuove l’iniziativa, ma il progetto è condiviso da tutti i sottoscrittori del protocollo: istituzioni, consorzi, associazioni datoriali, organizzazioni sindacali e forze dell’ordine. Non voglio che questi protocolli restino documenti formali firmati solo per principio. Chi aderisce deve assumersi un impegno operativo concreto. È una responsabilità collettiva. L’obiettivo è renderlo operativo già per la prossima vendemmia».

Come funzionerà concretamente?
«L’idea è semplice: chiediamo alle imprese se vogliono aderire a un percorso di legalità, cioè se vogliono partecipare alla costruzione di un sistema che valorizza il lavoro corretto, trasparente e rispettoso delle regole. Chi aderisce accetta di sottoporsi a uno screening non soltanto giuridico, ma anche etico. Per ottenere la certificazione le aziende dovranno dimostrare di avere tutti i requisiti giuridici e di operare nella piena legalità. Ma questo è solo il punto di partenza. Servirà anche garantire condizioni di lavoro eque e regolari, alloggi dignitosi, trasporti adeguati e percorsi di formazione e aggiornamento per i lavoratori, i cosiddetti requisiti qualificanti».


Ci sarà quindi una sorta di marchio di qualità?
«Esattamente. L’idea è quella di riconoscere alle imprese virtuose un bollino etico di qualità, una vera e propria certificazione rilasciata dalla Camera di commercio. Oggi il mercato chiede sempre più spesso certificazioni di questo tipo. Le imprese vitivinicole che aderiranno si impegneranno a rivolgersi, quando avranno bisogno di manodopera esterna, soltanto a contoterzisti certificati all’interno di questo sistema. È qui che si crea il meccanismo virtuoso: il mercato premia chi opera correttamente e progressivamente isola chi non garantisce trasparenza e legalità».

Come avverrà la procedura di adesione?
«Le imprese presenteranno domanda alla Camera di commercio attraverso un modulo specifico, accompagnato da autocertificazioni e da una dichiarazione di impegno sul rispetto dei requisiti etici e qualificanti. La Camera di commercio verificherà la documentazione e trasmetterà la parte relativa ai requisiti giuridici alla Prefettura, che si avvarrà di forze dell’ordine, Ispettorato del lavoro, Nil e Inps. Ci saranno anche controlli sul territorio, ma con uno spirito diverso rispetto a una semplice operazione repressiva. La Camera di commercio verificherà invece la sussistenza dei requisiti qualificanti avvalendosi della collaborazione e della competenza in materia dei Comuni, delle Asl e degli altri sottoscrittori del Protocollo».

In definitiva, qual è il messaggio che vuole lanciare?
«Questa non è una campagna punitiva. Non siamo alla ricerca di irregolarità da colpire a tutti i costi. Vogliamo costruire un modello territoriale basato sulla trasparenza, sulla responsabilità condivisa e sulla valorizzazione del lavoro regolare. Per questo continuo a definirla una sfida culturale. Se tutti faranno la propria parte — istituzioni, imprese, consorzi, sindacati e territori — potremo davvero costruire un modello sostenibile per le Langhe e per il settore vitivinicolo. In definitiva, accanto alla necessità di prevenire e contrastare ogni forma di abuso e di sfruttamento del lavoro, la vera finalità dell’iniziativa risiede nell’offrire uno strumento di supporto e di ausilio alle imprese vitivinicole che hanno la necessità di ricorrere al contoterzismo sia per garantire i picchi di lavoro in alcuni periodi dell’anno, come in quello vendemmiale, sia a causa della mancanza di manodopera locale».


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 Roberto Fiori

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