Di questi tempi ne sbuca fuori uno alla settimana. Forse dipende dal fatto che ce ne siamo accorti soltanto adesso e con colpevole ritardo. A Firenze, a Reggio Emilia, a Vimercate. Il profilo è molto simile. Sono giovani, talvolta molto giovani, addirittura minorenni. Sono immigrati di seconda generazione, magari con la cittadinanza italiana. E sono arrabbiati. Non si trovano (prevedibilmente) a loro agio nella modernità occidentale. Passano ore e ore su Internet – emblematico a tale proposito il caso del ventunenne in Brianza – e frequentano gruppi, chat e siti in cui si celebrano la violenza e l’odio per l’Europa, l’Italia, in parte il genere umano nel suo complesso. Compulsano video di attentati e materiale di propaganda di Al Qaeda e Isis. Poi, un bel giorno, cominciano a pensare che un attacco potrebbe dare un senso alla loro esistenza. Cominciano a sognare il martirio, lo interpretano come una sorta di catarsi, ritengono che possa rappresentare lo scopo ultimo e sublime.
Questo, sommariamente, è l’identikit del terrorista di nuova generazione. Un aspirante assassino molto meno consapevole degli attentatori del passato, meno ideologizzato e intruppato e, per questo, probabilmente, ancora più pericoloso. Lo abbiamo visto nel caso di Modena, frettolosamente liquidato come disturbo mentale: un classico, si preferisce dire che a colpire «è stato un pazzo». Così ci si lava la coscienza, si resta politicamente corretti, si evita di puntare il dito sulle storture del multiculturalismo.
Non è (soltanto) un problema religioso. L’islam c’entra, e c’entra soprattutto il cosiddetto background migratorio. Parliamo di giovani sospesi fra due mondi, non integrati, anzi alienati nella quotidianità. La nazione e la cultura di origine diventano una sorta di via di fuga: se il mondo occidentale in cui mi trovo è corrotto e mi respinge, ecco che l’identità di riserva di cui dispongo può trasformarsi in un appiglio, una via di salvezza e redenzione.
Sarebbe sbagliato, tuttavia, fermarsi qui e pensare che il problema riguardi soltanto il radicalismo islamico. Semmai, come molti osservatori hanno notato, tocca fare attenzione a quella che lo studioso francese Olivier Roy chiama «islamizzazione del radicalismo». Assumere questa prospettiva permette di comprendere che la pusione violenta, oggi, esiste anche a prescindere dall’islam. Ed è esiste pure (forse in misura minore) fra i bianchi europei di antica genia. Lo abbiamo visto di recente anche in Italia, ne ha trattato una serie di enorme successo come Adolescence. Ci sono, chiusi nelle loro camerette, ragazzini che sfogano rabbia e frustrazione rifugiandosi nelle chat e nei gruppi Web in cui si celebrano violenze, stupri e disprezzo della donna. Anche in questi casi si assiste a una sorta di radicalizzazione, che può sfociare nell’attacco simil terroristico, magari con i professori come bersagli.
Risulta abbastanza chiaro, insomma, che il problema del terrorismo è oggi legato a doppio filo a quelli posti dalla violenza e dalla alienazione giovanili. Per questo, al fine di approfondire la questione, non basta leggere i pur fondamentali report di questo o quell’analista esperto di sicurezza. Di sicuro c’è da indagare qualcosa di più oscuro e sotterraneo, che ha a che fare con il malessere della nostra società e con le falle della nostra cultura. Addentrarsi in questa foresta oscura è compito della letteratura. Per farla semplice: se vogliamo comprendere il terrore che oggi ci attanaglia dobbiamo leggere Chuck Palahniuk. L’uomo che con Fight club aveva già previsto tutto. Quel romanzo apocalittico e straordinario compie trent’anni, e non potrebbe portarli meglio.
Raccontava di giovani maschi perduti che cercavano nella violenza estrema una via di fuga. Nei pugni e nei calci del club trovavano un modo per sentire ancora il proprio corpo, altrimenti devastato da una vita solo apparentemente comoda e tranquilla. A partire dai Fight club si costituiva un vero e proprio gruppo terroristico: la volontà di devastazione nichilistica era totalmente evidente, mancava forse l’odio viscerale che caratterizza alcuni dei radicalizzati di oggi.
Ma Fight Club non basta a esaurire il tema. Palahniuk lo ha sviluppato anche altrove, in particolare ne Il libro di Talbott e nel recentissimo Shock Induction, appena pubblicato da Mondadori. In quest’ultimo, si esamina una società in cui il pensiero critico sta sostanzialmente scomparendo, in cui ragazze e ragazzi non leggono più, e si rendono molto più vulnerabili alla manipolazione e al controllo. Se da una parte il romanzo è pura satira sociale con tratti di distopia, dall’altro è anche un coinvolgente inno alla lettura e alla bellezza del pensiero che scaturisce dai libri.
Già, i libri possono aiutare. Sono alleati preziosi non solo perché alleviano la solitudine ma perché allenano, tra le altre cose, la capacità critica che è invece totalmente annichilita dal Web e dagli schermi. Si può dire che a questo tipo di critica Palahniuk abbia dedicato la sua intera carriera. «Scrivo fiabe dei fratelli Grimm per adulti», ha detto di sé. «Da bambino adoravo Cappuccetto Rosso e Cenerentola! Vengono tagliate le dita dei piedi. La gente va all’inferno. Ti si rizzano i peli sulla nuca. Se pensate che i miei libri offrano in definitiva una sensazione catartica e lenitiva simile a quella di una visita dal dentista, devo deludervi. Un dentista ripara le cose. Io no. Il dolore rimane».
Si, in effetti Palahniuk non è anestetico. Anzi, mette il dito nella piaga e lo rigira. Ed è esattamente grazie a questa immersione negli incubi occidentali che riesce a mostrare, anzi a scannerizzare, il nostro lato più oscuro. Esaminando il nostro, egli ovviamente mette in scena anche il suo.
«Il mio miglior insegnante di scrittura, Tom Spanbauer, me lo ha inculcato», ha scritto ancora Chuck. «Tom lo chiamava “Scrittura Pericolosa”, e con questo intendeva che uno scrittore doveva esplorare una questione personale irrisolta che non poteva essere risolta. Un lutto, per esempio. Qualcosa che sembrava intimamente pericoloso da affrontare. Così facendo, lo scrittore poteva esagerare, sfogarsi e infine esaurire il dolore o la paura legati alla questione, e quel graduale sollievo lo avrebbe spinto a tornare a lavorare al progetto nonostante la mancanza di una promessa di un contratto editoriale, di denaro o di lettori».
Attenzione però: parlare delle questioni irrisolte e dolorose non significa sostituire la sociologia alla letteratura. Anzi. Il fine principale di Palahniuk è quello di scrivere grandi romanzi, che poi – come effetto collaterale – hanno anche quello di esplorare temi fondamentali per il dibattito pubblico e politico.
«Tutti hanno una madre. La madre di tutti morirà», continua Chuck offrendo una grande lezione di scrittura creativa. «Poche persone vogliono leggere della morte di tua madre, anche se è una star del cinema. Una metafora permette ad altre persone di entrare nella tua storia. Meglio ancora, ti invoglia ad approfondire il dolore più di quanto faresti altrimenti. Dimentichi di cosa stai effettivamente scrivendo, ma non lo fai. Inoltre, con una metafora non affronti il dolore frontalmente. Secondo Michel Foucault, andare in diretta opposizione a un problema non fa altro che dargli più potere. Peggiora il dolore. Ma affrontarlo da un’angolazione, con umorismo o una metafora, funziona. Quanto a me, le persone mi invitano sempre a prendere un caffè o a pranzo. Offrono loro. Riesco sempre a capire cosa sta per succedere. “Ho un’idea fantastica per un libro”, dicono. “Ho già tutto pianificato in testa”, dicono. “Dovresti scriverlo e divideremo i profitti”. Queste persone non hanno idea di quanto possa essere spiacevole l’atto di scrivere. Per tornare a Tom Spanbauer, Tom definisce la scrittura di una prima bozza “cagare fuori un pezzo di carbone”. Il che significa che è lento e doloroso. Anche usando la migliore metafora del mondo, la scrittura pericolosa richiede lunghi periodi di isolamento. L’isolamento è il minimo dei problemi. Ma almeno quando la bozza è finita si prova sollievo. È la tua merda. Visto che siamo in argomento, la merda di ognuno ha un buon odore perché è l’odore del sollievo. La prova che il dolore è passato. D’altra parte, la merda di qualcun altro ha semplicemente un cattivo odore. Seduto a questi pranzi, penso sempre: perché dovrei voler prendere i tuoi escrementi? Ecco perché le cosiddette Grandi Idee raramente vengono scritte. Non c’è niente di personale, niente di pericoloso in gioco. E se vengono scritte, il risultato è mediocre. Formulato. Proprio come il tipo di schema e presentazione che possono essere scambiati davanti a caffè e panini».
Nei romanzi di Chuck, invece, quasi tutto è pericoloso. Ma avere il coraggio di affrontarlo, questo pericolo, potrebbe metterci in salvo. Da noi stessi prima di tutto.
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Francesco Borgonovo
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