Il paradosso dei fondi stanziati ma non assegnati
Nel Comparto Difesa si sta consumando una vicenda che rischia di assumere i contorni di un caso nazionale. Al centro c’è il FESI 2025, il Fondo per l’Efficienza dei Servizi Istituzionali, atteso da migliaia di militari e dalle loro famiglie. Una partita economica delicata, perché riguarda somme dovute per il servizio prestato, ma anche una questione politica e amministrativa: 16,67 milioni di euro aggiuntivi, già previsti dalla Legge di Bilancio 2025 e discendenti dal D.P.R. 52/2025, non sarebbero ancora arrivati alla Difesa.
Il punto è proprio questo: non si parla di risorse ipotetiche, né di fondi da reperire in extremis. Si tratta di somme certe, stanziate, quantificate e destinate. Eppure, ad oggi, quei 16,67 milioni risultano ancora fermi al MEF, bloccati in un fondo che, secondo quanto denunciato dalle associazioni, nulla avrebbe a che vedere con la finalità originaria delle risorse.
Nel frattempo, la richiesta della Difesa per il Decreto del Ministero del Tesoro, il cosiddetto DMT, sarebbe ferma da oltre tre mesi presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze. Una permanenza amministrativa che rischia di produrre effetti concreti e immediati sulle buste paga del personale militare.
Luglio 2026 diventa il mese decisivo
La conseguenza più pesante è il possibile slittamento non tanto del pagamento in sé, quanto della sua integralità. Senza l’assegnazione dei 16,67 milioni di euro, il FESI 2025 non potrebbe essere erogato interamente nel mese di luglio 2026, come previsto. Il personale rischierebbe quindi di ricevere soltanto una quota percentuale, in attesa che la macchina amministrativa completi lo sblocco delle risorse.
È un passaggio che alimenta forte preoccupazione tra le APCSM, le Associazioni Professionali a Carattere Sindacale tra Militari. Il ritardo non viene letto soltanto come un problema tecnico-contabile, ma come un segnale politico e gestionale molto più ampio. Da un lato, colpisce direttamente migliaia di lavoratrici e lavoratori militari; dall’altro, rischia di incidere sul clima della futura contrattazione 2025-2027, minandone la credibilità e la stabilità.
Il messaggio che arriva dal fronte sindacale è netto: non è accettabile che risorse già previste dalla legge restino ferme nei cassetti della burocrazia, mentre il personale attende somme che gli spettano.
SIM Marina e SIAM chiedono lo sblocco immediato
A chiedere un intervento urgente sono SIM Marina e SIAM, che sollecitano direttamente il Ministro della Difesa e il Ministro dell’Economia e delle Finanze. L’obiettivo è chiaro: ottenere l’assegnazione immediata dei 16,67 milioni di euro alla Difesa, così da garantire il pagamento integrale del FESI 2025 nel mese di luglio 2026.
La richiesta assume un peso particolare perché arriva in un momento in cui il personale militare è già attraversato da forte insoddisfazione per le tempistiche di erogazione del Fondo. La questione dei fondi bloccati al MEF si innesta infatti su un quadro più ampio, fatto di ritardi, procedure disomogenee e difficoltà organizzative che da tempo accompagnano il pagamento del F.E.S.I. nelle Forze Armate.
Il caso Esercito: il pagamento non arriva a giugno
A rendere ancora più teso il quadro è quanto denunciato da SIAMO Esercito. In una nota diffusa da Roma il 12 giugno 2026, l’associazione ha chiarito che, nonostante le rassicurazioni e le informazioni informali circolate nelle settimane precedenti, il pagamento del F.E.S.I. non sarebbe avvenuto con il cedolino di giugno, ma con quello di luglio 2026.
Una notizia che il sindacato non accoglie con soddisfazione, a differenza di altre associazioni sindacali. Per SIAMO Esercito, il rinvio impone una riflessione sulle criticità ormai strutturali del sistema. L’associazione ricorda di aver firmato l’accordo il 18 marzo, con largo anticipo, proprio per consentire all’Amministrazione di completare tempestivamente tutti gli adempimenti necessari e provare a garantire l’erogazione già nel mese di giugno.
Secondo il Direttivo Nazionale di S.I.A.M.O. Esercito, però, i ritardi burocratici e organizzativi finiscono ancora una volta per ricadere direttamente sul personale militare e sulle rispettive famiglie. È qui che la questione economica diventa anche una questione di rispetto istituzionale.
Procedure frammentate e tecnologie ferme al passato
Nella ricostruzione di SIAMO Esercito, il problema non sarebbe episodico, ma cronico. La prima criticità riguarda la frammentazione del sistema. Tra le diverse Forze Armate mancherebbe una procedura uniforme per la gestione del F.E.S.I.: ciascuna utilizzerebbe applicativi e percorsi differenti, con ricadute evidenti in termini di efficienza, tempi e possibili disparità.
A questo si aggiunge quello che il sindacato definisce un vero anacronismo tecnologico. In un contesto ormai completamente digitalizzato, appare incomprensibile che ogni singolo Ente debba ancora procedere alla verifica e alla validazione manuale delle giornate di presenza di ciascun militare. Una modalità che richiede un enorme impiego di risorse umane e produce tempi difficilmente compatibili con una Pubblica Amministrazione moderna.
Il risultato è un sistema appesantito, dove l’adempimento amministrativo diventa una corsa a ostacoli e dove anche una firma ministeriale rischia di arrivare troppo tardi per incidere davvero sui tempi di pagamento.
Il nodo NoiPA e la firma del decreto del 9 giugno
Un altro punto critico indicato da SIAMO Esercito riguarda NoiPA, la piattaforma utilizzata per la gestione stipendiale. Secondo l’associazione, l’attuale sistema mostrerebbe una scarsa efficacia applicata al Comparto Difesa.
Il caso citato è emblematico: il Ministro della Difesa ha firmato il decreto il 9 giugno, ma le tempistiche tecniche imposte dalla piattaforma avrebbero comunque impedito l’accredito nel mese corrente. In altre parole, la firma ministeriale, pur arrivata, sarebbe risultata nei fatti tardiva rispetto alle finestre operative necessarie per inserire il pagamento nel cedolino di giugno.
È una dinamica che alimenta la percezione di un sistema poco flessibile, incapace di adattarsi alle esigenze di un comparto caratterizzato da specificità operative e amministrative molto particolari.
Il confronto con i Carabinieri accende la protesta
La denuncia diventa ancora più forte nel confronto con l’Arma dei Carabinieri. Secondo quanto evidenziato da SIAMO Esercito, le APCSM dei Carabinieri avrebbero sottoscritto l’accordo F.E.S.I. settimane dopo rispetto alle rappresentanze delle altre Forze Armate. Eppure, il personale dell’Arma percepirà il Fondo già con il cedolino di giugno 2026.
La differenza, secondo il sindacato, sarebbe legata a un sistema di rilevazione delle presenze automatizzato, quindi più efficiente e tempestivo. Questo avrebbe consentito di chiudere rapidamente l’iter istruttorio necessario a determinare la spesa effettiva e l’impegno di bilancio, permettendo anche la firma anticipata del decreto ministeriale.
A ciò si aggiungerebbe una maggiore autonomia operativa nella gestione delle procedure con NoiPA, capace di garantire all’Arma margini temporali più favorevoli. Da qui la domanda politica e organizzativa sollevata da SIAMO Esercito: se l’Arma riesce a farlo, perché l’Esercito deve restare indietro?
Una partita che pesa sulla fiducia del personale
La vicenda del FESI 2025 non riguarda solo un pagamento. Riguarda la capacità dell’Amministrazione di garantire puntualità, trasparenza e coerenza nei confronti del personale. Per le associazioni sindacali militari, non è tollerabile chiedere senso di responsabilità alle rappresentanze, ottenere firme tempestive sugli accordi e poi non riuscire a garantire la corresponsione puntuale delle somme dovute.
Il rischio, ora, è duplice. Da una parte, il personale della Difesa potrebbe arrivare a luglio 2026 con un pagamento solo parziale del FESI 2025, se i 16,67 milioni di euro non verranno rapidamente trasferiti alla Difesa. Dall’altra, il protrarsi di queste inefficienze potrebbe compromettere il clima della futura contrattazione 2025-2027, trasformando un ritardo amministrativo in un problema di fiducia istituzionale.
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Andrea Valenti
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