Cayard: “Mi alleno per difendere il titolo iridato, ma a volte mi chiedo che senso abbia”


Paul Cayard è in una forma invidiabile. “Mi alleno tutti i giorni, almeno un’ora di nuoto. Talvolta mi chiedo però che senso abbia”. L’ex tattico del Moro di Venezia, una sfilza di titoli, due Olimpiadi, sette America’s Cup, due girii del mondo e altro ancora, è appena sceso da My Song, la barca di Pier Luigi “Pigi” Loro Piana, con cui ha navigato nelle prove costiere della Giraglia a Saint-Tropez.

Cerchiamo una postazione all’ombra, fa molto caldo sotto il sole. Ci sediamo e cominciamo a parlare. Sarà una lunga chiacchierata, nel corso della quale spazieremo dall’America’s Cup ai figli e ai nipoti. Ma soprattutto, ci soffermeremo sulla sua vita di uomo e di velista tra i più famosi del mondo. E sul significato di molte cose. Anche di prepararsi a difendere il titolo mondiale della classe Star a 67 anni.

Cayard, lei va ancora molto in barca?

«Sì, abbastanza. A trent’anni ci andavo di più, ma ultimamente, direi negli ultimi cinque anni, vado su più barche diverse che non allora».


Paul Cayard sul tetto del mondo della classe Star

 

La sua vela

Si è concentrato sulla Star, con cui ha vinto il titolo mondiale nel 2025, bissando quello del 1988. Una classe di cui è anche diventato presidente.

«In realtà, ho appena vinto a San Diego il Mondiale degli Etchells (una barca a chiglia di 6 metri di lunghezza, nda)».

Complimenti.

«Grazie. Be’, è stato bello vincere quel titolo perché non è una barca che frequento molto. Anzi, era la prima volta che ero sceso in campo con questa classe, che è molto competitiva e che richiama anche molti staristi. Tra chi ha vinto un Mondiale c’è ad esempio Dennis Conner (quattro volte vincitore dell’America’s Cup, nda)».

E poi?

«E poi farò questa stagione di regate con Leonardo Ferragamo sul suo Swan 50. Ho fatto la Giraglia, nel frattempo, e farò anche altre regate».

Incluso quelle della Star, giusto?

«Regaterò ancora in questa classe sul lago di Garda e poi mi fermerò sino al Mondiale, in programma a novembre”.

Rifarà il Mondiale, dunque.

«Ma certo, devo ben difendere il titolo».

Si diverte ancora in barca?

«Sì, mi diverto. Mi piace la competizione. Le barche mi piacciono, però è l’adrenalina, sono le decisioni, i rischi di una regata che mi appagano. E poi, mi piace lavorare in squadra: su My Song alla Giraglia eravamo in diciannove a bordo… In verità, sono fortunato perché lo sport è la mia passione e anche il mio lavoro».

Ha cambiato il modo di andare in barca rispetto a quando era più giovane?

«Sì. All’epoca ero molto, come dire, intenso. Lo sono ancora, ma in modo un po’ più moderato. E forse per questo sto andando anche bene, perché la vela è un sport dove devi stare calmo, devi avere pazienza. Non sempre a un’azione corrisponde subito una reazione positiva o il risultato».

Non bisogna essere sempre aggressivi?

“No, non direi. Per esempio, quando ero giovane giocavo a football americano: uno sport molto bello dove se ti incavoli o sei frustrato vai in campo, dai una botta a qualcuno e ti scarichi. Nella vela non è così».

Perché è tornato sulla Star? Doveva dimostrare qualcosa?

«No. La Star è semplicemente la mia barca preferita. L’anno prossimo saranno cinquant’anni che corro con questa barca. Credo che l’abbia nel sangue questa classe e penso che sia anche la barca che mette di più alla prova la capacità dei velisti. La più completa».

Può spiegare?

«C’è la parte tecnica, con l’albero, le vele e tutto quello che ci vuole per navigare veloce. Poi, c’è la parte fisica, perché devi stare fuori alle cinghie. E c’è la parte mentale: avendo cento barche sulla linea di partenza, come l’anno scorso in Croazia, anche psicologicamente devi essere molto preparato, concentrato».


Cayard alla Whitbread 1977/8 con EF Language (J. Nash/PPL)

 

L’età

Dedica molto tempo all’allenamento fisico?

«Oggi non come una volta, ma anche in questo periodo dedico all’attività fisica almeno un’ora al giorno di allenamento fisico. Il mio nuovo sport è il nuoto…».

Nuota?

«Sì. Per la parte aerobica vado in palestra ogni tanto. Ultimamente ci sono andato più spesso perché volevo prendere cinque chili per il mondiale di Etchells. Però normalmente vado a nuotare un miglio ogni giorno in piscina».

Che tipo di allenamento fa in piscina?

«Seguo un piano di allenamento che prevede diversi blocchi. I cento, i duecento metri…».

Lei è uno di quei fortunati che non devono tenersi e possono anche non fare attività fisica perché hanno i geni dalla loro parte?

«Non lo so, a dire il vero. Non ho mai mollato con l’attività fisica, non mi sono quasi mai fermato. Non c’è stato un anno di seguito nella mia vita in cui non ho fatto niente. Magari ci sono stati periodi. L’anno scorso ad esempio ho avuto la polmonite e mi sono dovuto fermare e recuperare. Però, l’attività fisica fa parte di me. Anche se non avessi fatto la vela o comunque sport, credo che mi sarei mantenuto in buona salute. Significa fare attività fisica, ma anche stare attento all’alimentazione, tentare di dormire in modo sufficiente. L’obiettivo è quello di ridurre la velocità con la quale diventiamo tutti un po’ anziani».

A proposito, lei come vive il trascorrere del tempo?

«Mah, in un certo senso lo vivo molto bene perché mi sento più giovane di quello che c’è scritto sulla carta d’identità. Sono orgoglioso di competere con ragazzi che hanno 20 anni meno di me. Non so se sia ego, ma diciamo che è una misura di come stia lottando contro l’età. Però, sono anche cosciente che ho 67 anni e gli anni passano e ci sono altre delle cose nella vita che meritano attenzione».

Tipo?

«Adesso ne dedico molta ai miei nipoti perché per ora hanno cinque e sette, ma in un battibaleno ne avranno 17 e 15. E se voglio essere parte della loro vita, devo esserci».


Paul Cayard con il figlio Daniel

 

La famiglia

E’ presente con i suoi nipoti tanto quanto lo è stato con i suoi figli (Daniel “Danny” e Alessandra, nda) ?

«Sono più presente con i nipoti. Lo sono stato meno con i miei figli, perché quando loro avevano cinque e sette anni, io ne avevo 35. Ero con il Moro di Venezia, ero focalizzato sul mio lavoro, sul guadagnare il mio posto, sull’avanzare… Ho fatto belle cose con loro, ma non ero così presente. O meglio: facevo finta di essere presente, ma non lo ero al 100% come lo sono oggi con i miei nipoti».

È bello questo, no?

«Sì, ed è anche un privilegio. Però mi non mi sento in colpa per il passato».

Non si sente un padre troppo assente, dice?

«No, credo fosse naturale. Nella vita quando uno corre dietro al suo mestiere lo fa al 100%. E i figli penso capiscano, apprezzino. Anche oggi che ho vinto il Mondiale, l’ho fatto con mio figlio (velista anche lui sulla Star, nda) che correva nella stessa flotta e credo che lui sia orgoglioso di suo padre».

Ha un buon rapporto con i suoi figli?

«Molto buono».


Cayard sul Moro di Venezia

 

La vita

Ancora una domanda personale. Se dovesse guardarsi indietro che cosa cambierebbe? E in che percentuale? Oppure, rifarebbe tutto uguale?

«Non ho mai fatto questo calcolo, non mi viene in mente qualcosa di specifico. Ovvio che abbia dei rimpianti o che forse potrei cambiare qualcosa. Ma in linea di massima sono contentissimo della mia vita e mi considero anche fortunato. Ho avuto fortuna ad esempio nell’incontrare un uomo come Raul Gardin, che aveva fiducia in me e che ha investito in un progetto puntando su di me. Questo è stato un gran colpo di fortuna e spero di averlo meritato».

Lei che ne pensa?

«Tutto sommato credo che alla fine abbiamo fatto abbastanza bene. Anche Dennis Conner, per altro, si era fidato di me sulla sua barca nel 1995».

E Tom Blackaller?

«Blackaller l’ho incontrato quando avevo 18. Mi ha aiutato molto. Ho fatto due America’s Cup con lui».

E l’ha portata sulla Star.

«Sì, a 18 anni».

Blackaller, Gardini: che cosa le hanno insegnato?

«Tom mi ha insegnato di più su come regatare. Raul un po’ più sulle cose della vita. La cultura, il vivere e lavorare in Europa… Hanno avuto una grande influenza su di me».


Il Moro di Venezia

 

Il Moro di Venezia

Torniamo al Moro di Venezia nell’edizione del 1992 a San Diego. Vincete la Louis Vuitton Cup, arrivate all’America’s Cup e perdete con America Cube. Gardini disse qualcosa alla fine che in Italia era stato tradotto con un “Torneremo”. Lei pensa che se non fosse morto avrebbe rifatto l’America’s Cup?

«Sì, lui la voleva rifare. Ma nello stesso tempo i rapporti con Montedison si erano chiusi, quindi avremmo dovuto trovare sponsor per farla a modo suo, perché lui non era il tipo di fare le cose con metà budget, a metà strada. Lui era per fare le cose fatte bene e quindi non so se avremmo trovato il budget necessario».

Quale è stato il segreto del Moro di Venezia e di Raul Gardini? Oltre al budget quello di trovare le persone migliori, tra cui lei?

«È sempre importante in ogni progetto avere le persone giuste. I più bravi, sì. Ma soprattutto una squadra. E un gruppo di All Stars non vuol dire che fa squadra. Quindi bisogna avere il giusto equilibrio e persone che sono lì per un buon motivo, essenzialmente per la passione. Funziona se nella squadra si condivide la passione per la missione. E’ fondamentale».


Il Moro di Venezia vince la Louis Vuitton Cup nel 1992

 

Il valore del team

Lei di squadre ne ha conosciute molte.

«Ho fatto squadra per Larry Ellison dopo la Coppa del Duemila con America One, quando perdemmo contro Prada. Larry aveva comprato le dotazioni di America One e ci aveva assunto a lavorare per lui. Ma Larry non aveva messo abbastanza di sé in Oracle Racing come aveva fatto Raul con il Moro. Raul era il Moro di Venezia, mentre Larry era un po’ lontano dal team, probabilmente perché stava gestendo Oracle. Noi siamo stati suoi dipendenti, abbiamo formato il team con otto persone di America One, otto di Team New Zealand, otto di One World, ma in fondo eravamo rimasti un insieme di gruppi diversi invece di una squadra. Eravamo lì perché pagava ottimamente. E alla fine non abbiamo fatto bene. Non c’era quello che inglese si dice “the common denominator”, il comune denominatore che serve per avere una squadra vincente. E questo è un aspetto che vale per lo sport, ma anche per una azienda».

Lei trova che team vincenti come Team New Zealand lo abbiano?

«Sì. Loro hanno sempre il budget più piccolo, non sono i più pagati e a volte si cucinano il pranzo a casa e lo portano giù in banchina perché nella loro base non c’è il ristorante come ad esempio hanno altri team. Loro sono lì perché ognuno ha la passione per vincere. Adesso a dire il vero non so se l’hanno ancora, perché magari stanno cambiando dopo tre vittorie di seguito della Coppa. Ma nel 1995, 2000, 2003, avevano più fame di vittorie di altri».

Che ne pensa del caso Peter Burling? Voleva più soldi e la libertà di gareggiare con altre classi, se n’è dovuto andare da Team New Zealand e oggi è con Luna Rossa.

«Arrivano le opportunità e ognuno fa la sua scelta».

Ma i Kiwi non gli hanno detto resta e ti diamo più soldi…

«Magari non potevano, non lo so. Ma sicuramente non potevano dargliene tanti quanto Luna Rossa».

Matteo de Nora, il team principal, ha detto che non potevano permettersi di avere una star più pagata degli altri velisti.

«Già, non è nella loro cultura. Invece in Italia o anche in America si può. Si può avere un Michael Jordan e tutti accettano che deve prendere tre volte le altre. In Nuova Zelanda dicono ‘The Tall Poppy Syndrome”. Poppy è il papavero e loro non vogliono un poppy che è più alto degli altri. Questa è la loro cultura. Anche quando c’era Dean Barker, tutti restavano bassi di profilo».


Un celebre scatto di Carlo Borlenghi: il ritratto di Paul Cayard con il Moro

 

L’America’s Cup

A proposito di America’s Cup. Lei ha dei rimpianti? Poteva fare di più e se sì, con quale team?

«Intende dire che non sono riuscito a vincerla?».

Anche. Col Moro c’è andato vicino. E anche con America One…

«Relativamente con America One. Team New Zealand era molto veloce anche quella volta, tanto che Luna Rossa ha subito un 5 a zero. Quindi non eravamo veramente vicino…».

Avreste perso anche voi con Team New Zealand?

«Sì».

Dunque, nessun rimpianto?

«Non ne ho. L’America’s Cup è molto complessa, è un qualcosa di più grande di una persona. Vince quasi sempre la barca più veloce. Quindi, sono in tanti coinvolti nel fare la barca più veloce. I progettisti, ma c’è anche il lavoro che fanno i velisti, il lavoro che tutti fanno insieme. Io non ho vinto la Coppa, però sono arrivato al vertice di questo sport così complesso, sono stato in finale due volte, che è molto di più di quanto hanno fatto molti altri velisti della mia…».

Generazione?

«Sì. Diciamo che sono riuscito a provare se sono bravo. Fortunatamente ho vinto nove titoli mondiali in otto classi diverse di barche, il giro al mondo. Credo di aver dimostrato la mia capacità come velista. E anche per il mio piccolo ruolo in grossi progetti credo di aver fatto bene. Non posso controllare tutto e dunque, tornando alla domanda, devo accettare che le cose nell’America’s Cup siano andate così. Non ho rimpianti».

L’America’s Cup arriva in Italia, a Napoli nel 2027: pensa sia un qualcosa di positivo?

«Sicuro. Perché l’Italia è il paese con il popolo più grande di appassionati della Coppa. E lo è sempre stata. Certo, anche in Nuova Zelanda sono appassionati, ma sono 8 milioni. In Italia siete 60 milioni e almeno 15, 20, 25 sono appassionati. E quindi è una grande cosa per la Coppa America arrivare in Italia e specialmente a Napoli, che per la sua conformazione e per il suo calore è uno stadio».

Lei lo conosce bene, ci ha regatato mille volte.

«Io lo conosco, certo. E’ per questo che quando ho sentito Napoli ho detto: “Ah, questo è molto bello per la Coppa e per gli Italiani”».

E che ne pensa della rivoluzione della governance? Il Detentore del trofeo non decide più tutto, ma lo fa un board dove siedono i team, Defender incluso, in modo paritetico. Lei è legato alla tradizione dell’America’s Cup, ma è anche vero che lo sport e la sua audience stanno cambiando. LIberty Media nella F1 insegna.

«Sì, questo è tutto vero. Soprattutto il SailGP funziona così, no? Private equity, investitori…».

Però la Coppa è la Coppa.

«Allora, in un certo senso credo che quello che possono fare per rendere una squadra finanziariamente più solida non è male. Intendo dire commercialmente sostenibile. Perché fino adesso ha funzionato che se non hai un miliardario dietro di te che è pronto a mettere i soldi no vai molto lontano… Se il budget è 150 milioni, sei molto fortunato se riesci a mettere insieme 40 milioni di sponsorship, ma poi ci deve essere qualcuno che deve mettere gli altri 110 milioni. Ma questa è la storia della Coppa, quella dei Lipton, Vanderbilt… Però, per assicurarsi i concorrenti, sarebbe meglio se le finanze dei team diventassero un po’ più commercialmente sostenibili».

E’ stato messo un budget cap per i team a 75 milioni di euro.

«Sì, ma in questo caso si aprono altre questioni. Chi va a controllare che questo tetto venga rispettato? Come lo controlli?. E poi…».

E poi?

«E poi c’è la tradizione. E la tradizione dice che anche se sono solo in due a contendersela, è comunque l’America Cup. È stato sempre così. Il Challenger ha il potere di lanciare la sfida, il Defender deve rispondere. Tutto questo è la storia. Ed è protetto da un documento che si chiama Deed of Gift. Quello che hanno fatto attualmente per tentare di creare struttura che dura magari due o tre cicli non credo sia legale. So che qualcuno sta facendo un causa contro questa interpretazione, in America. Si chiama John Sweeney…”.

Lei segue i dettagli?

«No. Quando qualcuno mi chiede che cosa penso della Coppa oggi, dico semplicemente che sono molto contento di averla fatta quando l’ho fatto. Non giudico. Ma l’America’s Cup che ho fatto io si svolgeva con belle lotte strategiche, dove le 16 persone a bordo avevano un ruolo. Con le strambate, le issate, le ammainate, le virate, era una sorta di bella danza. E le barche erano alla velocità simile, quindi la tattica, la strategia, contavano molto per il risultato. E tutto questo mi era piaciuto da matti».

Mentre oggi?

«Mi sembra più una dimostrazione del lavoro che ha fatto la squadra tecnica, compreso i velisti. Velisti che devono provare la barca, ma che lo fanno soprattutto sul simulatore. E’ probabilmente simile alla Formula 1. Il giorno stesso della gara, il pilota deve guidare la barca e il trimmer deve regolare le vele. Però la barca che è stata messa in acqua è il prodotto di un lavoro fatta a terra».

E’ anche sempre un problema di costi.

«Come ho detto prima, i team possono avere il sostegno necessario al giorno d’oggi per mettere insieme il budget necessario. La domanda è: riusciranno a coprire i costi? E ancora: c’è un valore commerciale pari alla spesa?».

Il pareggio, intende?

«Sì. Un qualcosa che finora non c’è stato. Quindi, da un lato, penso che se riescono a creare un evento a cui le squadre possano partecipare e generare un valore commerciale sufficiente a far sì che la sponsorizzazione copra i costi, mi sembra una buona cosa. Allora l’evento dovrebbe risultare anche redditizio. Ma…».

Ma?

«C’è una domanda a cui non sono capace di rispondere. Ed è legata alla storia della Coppa. Da un lato c’è un sistema finanziario che genera entrate ai team, dall’altro ci sono i grandi nomi che hanno fatto diventare grande la Coppa: Larry Ellison contro Ernesto Bertarelli, prima ancora Thomas Lipton contro Vanderbilt. E poi Gardini contro Bill Koch, e ancora Patrizio Bertelli, Maurizio Gucci… Io con Gucci ho fatto il Mondiale dei 12 Metri S.I. del 1986 a Fremantle. Con me c’erano Flavio Scala, Mike Toppa, Rod Davis… C’è un fascino che viene da questi personaggi, no? E nell’equazione del valore della Coppa quanto influisce questo termine?».

Lo diciamo in altre parole: se non ci saranno più questi grandi miliardari, tycoon, personaggi, ma anonimi fondi di private equity, il fascino della Coppa resterà intatto?

«Ecco».

L’America’s Cup attuale è però anche velocità. L’entusiasmo vedere gli Ac75, i monoscafi volanti con cui si corre la Coppa, superare i 50 nodi?

«E’ impressionante, incredibile. Succede anche nel SailGP. La barca va molto più veloce, ma mi chiedo: cosa rende alla competizione? Ai tempi di Mike Tyson la boxe non era così interessante perché in 30 secondi era finito il match: Tyson lo chiudeva mettendo a k.o l’avversario. È molto più bella un partita di Alcaraz-Sinner che va al quinto set, no? Questo è l’entertainment che tutti apprezzano. Adesso si fanno 50 nodi e se qualcuno va il 2% in più vince…».

E se vince la partenza ha ipotecato all’80% la vittoria.

«La barca più veloce passa. Poi arriva al boundary, vira, poi va così (Cayard muove le mani, così da figurare il corso della regata, nda), e poi con il prossimo bordo è là, ed è finita…».

Non sembra proprio che sia la sua America’s Cup…

«Ripeto. Sono contento di aver fatto la Coppa quando l’ho fatta».

Le donne

Cosa ne pensa invece dell’ingresso delle donne in Coppa?

«Delle donne a bordo?».

Sì.

«Be’, spero che aiuti le donne. L’idea è che dando loro l’opportunità potranno dimostrare quanto valgono e andare avanti. Devono insomma fare parte del gioco. Ora, se tutto questo è vero, io sono d’accordo».

Diversamente?

«Mah, magari in qualche ruolo una donna può starci. Non quanta forza fisica richieda fare il trimmer sugli Ac75. Una donna timoniere probabilmente non c’è problema. Certo, è interessante questo aspetto dello sport. Nella vela abbiamo lavorato tanto alle Olimpiadi per creare le classi femminili come il 470, il 49er FX. Durante la mia prima Olimpiade di Los Angeles non c’erano classi femminili. C’era solo una donna nel 470, che correva per l’Inghilterra. Perché era una classe open. Da lì abbiamo lavorato per venti, trent’anni per creare le competizioni solo per donne, per dare loro l’opportunità…. Ora, non basta più. Adesso si è presentato anche la questione degli atleti trans. Io non ho nulla contro i trans, ma penso che abbiano preso ai vertici dello sport olimpico l’unica decisione ragionevole, non facendoli gareggiare insieme con le donne”.

Tornando all’America’s Cup?

«Lo sport ha anche un aspetto fisico, no? Quindi che senso ha bruciare tutto il lavoro che abbiamo fatto nelle Olimpiadi per creare le donne che corrono i cento metri o le donne che nuotano i 50 metri? Sarebbe poco intelligente. Dunque, tornando alla Coppa, spero che le donne possano avere un ruolo di valore, che possano guadagnarsi il loro posto».


Cayard è stato Direttore sportivo dell’Us Olympic Sailing

 

La vela negli Usa

Parliamo degli Stati Uniti. Non pare che la vela viva nel suo Paese il momento migliore. Lo sfidante Usa in Coppa è entrato in gioco con i soldi di un miliardario ceco, Karel Komarek. Quanto alla squadra olimpica, lei stesso come Direttore esecutivo dalla US Olympic Sailing. Che sta succedendo?

«Eh, bella domanda. Sotto il profilo olimpico, penso che altri Paesi abbiano sviluppato dei programmi più robusti, specialmente Inghilterra, Australia, Nuova Zelanda. New Zealand non con soldi, ma sempre con la loro passione, volontà di lavorare duro su qualsiasi progetto. L’Inghilterra invece ha speso molto, anche sui velisti, che sono praticamente professionisti. Finalmente in America anche noi adesso possiamo farlo: vedremo se questa possibilità cambierà un po’ le cose, la distribuzione delle medaglie. Per quanto riguarda la Coppa America, invece, non lo so: è un po’ che ho perso dal mio radar la Coppa in America».

Non interessa?

«Credo che la vela non sia uno sport così conosciuto in America e la mancanza di un team vincente, la mancanza della tv incide molto. Oggi c’è una generazione che non è cosciente di ciò che significa l’America’s Cup così come lo ero io quando ero giovane. Allora l’America’s Cup era la cosa più grande».

Però c’è stato Oracle Racing che ha vinto nel 2010 e nel 2013.

«Sì, ma Oracle non ha lasciato molto».

Perché le tv negli Usa non seguono la vela?

«Perché i numeri non ci sono. Credo che anche per il SailGP l’America sia uno dei paesi più difficili. La vela non è popolare».


Russell Coutts e Paul Cayard al lancio della WSL del 2007

 

Il progetto con Coutts

Scusi, una domanda che ricorre. Si ricorda il progetto che fece anni fa con Russell Coutts? Si chiamava World Sailing League: era di fatto il SailGP attuale?

«Lo è. Il problema nostro è che non avevamo una persone che ci metteva in soldi».

Non c’era ancora Larry Ellison.

«No. Quindi noi andavamo dalle persone facoltose a chiedere di costruire la barca. La nostra idea era che se avessimo trovato otto armatori per costruire altrettante barche, avremmo avuto un circuito che avremmo gestito vendendo le venues, lo sponsorship, i diritti tv. Ma alla fine era stato difficile trovare persone pronte a correre il rischio di costruire una barca di 70 piedi. Probabilmente era anche troppo grossa».

È stato fortunato Russell a trovare poi Larry Ellison. All’inizio i soldi ce li ha messi lui. Adesso dicono che i team si vendono.

«I team si vendono, questo è vero, ma non lo so, nessuno sa esattamente se il SailGP come società sta guadagnando o no, ma certamente stanno vendendo dei team».


Cayard tattico di My Song alla Loro Piana Giraglia (Loro Piana/Borlenghi)

 

All’orizzonte

Cayard, solo un’ultima domanda: adesso che cosa si aspetta? A cosa guarda davanti a sè?

«E’ una buona domanda. In verità non me lo chiedo molto. Fino all’anno scorso, a otto mesi fa, sapevo che ero a caccia del Mondiale Star, volevo vincere la Bacardi Cup, mentre l’Etchells non era sul mio radar ed è venuto così. E in tutto questo probabilmente ho trovato il progetto di essere al top del nostro sport come lo ero 35 o 40 anni fa. Però non so se tutto questo ha una fine. Se continuerò ad essere così motivato a seguire questo piano anche a 70 anni. E poi, perché? Per dimostrare che posso vincere un altro Mondiale Star? Non lo so. Quando ero giovane dimostrare che potevo vincere il Mondiale Star mi ha fatto guadagnare un lavoro, ma a questo punto della vita non ne ho più bisogno. Forse appaga il mio ego. Ma già con quello che ho fatto negli ultimi otto mesi penso l’abbia soddisfatto. In inglese di dice “cherry on top”».

La ciliegina sulla torta.

«La verità è che voglio essere ancora abbastanza presente, anche se forse non vincerò ancora un Mondiale nella mia vita. È più probabile che non vincerò e che lo vinca un altro. Ma c’era poca probabilità anche di vincere tre Mondiali (oltre al campionato iridato Star e quello della classe Etchells, anche lo Star Vintage e la Bacardi Cup, nda) in otto mesi. Quindi, mi dico che devo godere questo momento, apprezzarlo, così come le ore che spendo in piscina a nuotare e tutto il resto».

Non molla, insomma.

«Delle volte sono in piscina, sto nuotando, e mi domando: ‘Ma che cavolo sto facendo a 67 anni, non ho bisogno di…’ E poi guardo il tempo che sto facendo. Controllo quanti minuti impiego a fare i 100 metri. Mi misuro ogni giorno. Ecco, sono fatto così».

Ed è soddisfatto del cronometro?

«No, se faccio un po’ di più, dico: “Cavolo, devo devo andare più forte”. Ma poi mi dico anche…».

Sì?

«Che voglio essere più presente con i nipoti: ne ho due adesso, figli di Alessandra e Danny ne farà altri. Che voglio essere più presente con Karen, la mia compagna. Perché la vita corre, no? E poi apprezzo molto l’essere in buona salute. Ho degli amici malati, che non possono più andare in barca. Quindi ogni mese che sono ancora qui, su questa Terra, in questa forma, mi dico che è un regalo».


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 Fabio Pozzo

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