Sabato 27 giugno 2026 dalle ore 18:30 nella sede della Fondazione SoutHeritage in via San Potito a Matera la Fondazione SoutHeritage con un rinnovato impegno verso l’arte contemporanea e nel quadro di “Matera Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo 2026” presenta il progetto espositivo: “Ferdinandea: portolano mediterraneo”, una mostra che pone l’arte contemporanea al centro di una riflessione sul Mediterraneo, inteso non soltanto come spazio geografico, ma anche come ambito simbolico, storico e culturale.
La mostra resterà aperta fino al 5 settembre 2026 dal martedì al sabato, dalle 17 alle 20. Ingresso gratuito.
info + 39 0835 231767 – info@southeritage.it – www.southeritage.it
Nel 2026 Matera in Italia e Tètouan in Marocco sono designate Capitali Mediterranee della Cultura e del Dialogo, riconosciute come città-simbolo di scambio, cooperazione e confronto interculturale nel bacino del Mediterraneo. In questo quadro, Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea quale istituzione animata dalla volontà di contribuire allo sviluppo culturale per produrre sapere espanso e consolidare le espressioni artistiche nella società rendendole visibili, rilevanti e significative, promuove il progetto espositivo “FERDINANDEA: portolano mediterraneo”.
Questa seconda iniziativa del calendario 2026 della Fondazione SoutHeritage, dedicato al programma “Matera Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo 2026”, nasce con l’intento di porre l’arte contemporanea al centro di una riflessione critica sul Mediterraneo, inteso non soltanto come spazio geografico, ma anche come ambito simbolico, storico e culturale, attraversato da relazioni, conflitti, scambi e forme di coabitazione, crocevia costante eppure mutevole di popoli e lingue e quindi terreno fertile per una crescita della consapevolezza sociale e culturale.
Cuore simbolico del progetto, in relazione al tema del dossier di Matera Capitale intitolato “Terre Immerse”, è l’immagine dell’Isola Ferdinandea: un’isola vulcanica emersa nel 1831 nel Canale di Sicilia e destinata a scomparire sotto la superficie del Mediterraneo nel giro di pochi mesi; prima di inabissarsi, fu rivendicata e contesa da diverse potenze europee, quali Italia, Francia e Inghilterra (anche sul piano onomastico: Ferdinandea per gli italiani, Graham Island per gli inglesi e Île Julia per i francesi). Assumendo quindi l’Isola Ferdinandea come apparizione geografica, costruzione politica e figura critico-simbolica di appropriazione culturale e instabilità, la mostra, concepita come un portolano (cioè una mappa di orientamento e attraversamento di un territorio), delinea – tramite i lavori degli artisti Latifa Echakhch, Philippe Favier, Marco Godinho, Bouchra Khalili, Runo Lagomarsino, Andrea Nolè, Edi Rama – una visione del Mediterraneo contemporaneo non come spazio stabile o identità condivisa, ma come territorio costantemente negoziato che, lontano dalla semplice visione geografica, si configura come un dispositivo culturale e politico attraversato da fratture coloniali e postcoloniali, economiche e ecologiche, che non cessano di ridefinirne i confini e i significati. Così come l’isola da cui prende il titolo l’esposizione, anche il Mediterraneo è qui inteso come un luogo di emersioni e immersioni in cui alcune storie o temi affiorano con forza, altri restano sommersi o vengono attivamente rimossi. Le opere in mostra si situano, dunque, in questa tensione presentandosi come forme temporanee di visibilità e isole di senso che questionano vari aspetti del Mediterraneo (dalla politica all’economia, dalle migrazioni alla multiculturalità). Gli artisti e le artiste coinvolti, provenienti da contesti diversi ma legati al Mediterraneo, non costruiscono dunque un racconto unitario, ma un campo polifonico di prospettive le cui pratiche mettono in discussione ogni idea di centro, proponendo invece una geografia mobile, fatta di attraversamenti, dislocazioni e appartenenze multiple. In questo quadro, Ferdinandea, non rappresenta, dunque, solo un riferimento storico-simbolico, bensì un metodo: una modalità di pensare il territorio come qualcosa che appare e scompare, che sfugge alla fissazione e resiste a definizioni univoche. Anche il percorso espositivo vuole riflette questa condizione evitando linearità e gerarchie per privilegiare relazioni fluide, accostamenti instabili e possibilità di slittamento di senso fra le opere esposte. Infatti, la Fondazione, nell’ambito della sue pratiche espositive volte a superare i formati ostensivi tradizionali per promuovere esposizioni come organizzazioni di contesti di esperienza per il pubblico, ha concepito la mostra come un dispositivo di relazione che ha comportato l’allestimento di tutte le opere a un’altezza di visione volutamente fuori scala, fissata a 6 metri al di sotto della volta dello spazio espositivo. Tale misura, calcolata inferiormente rispetto alla linea di colmo del soffitto e non in elevazione da terra, rimanda all’attuale quota batimetrica (-6 m. dalla superficie del Mediterraneo) dell’isola Ferdinandea evocata nel titolo della mostra. Tale quota istituisce una linea invisibile, ma al tempo stesso operativa, configurandosi come un dispositivo di orientamento percettivo che attraversa lo spazio espositivo e lo riconfigura come ambiente immersivo. Più che un semplice riferimento simbolico, la linea a -6 metri agisce, infatti, come una “quota sommersa” che disloca il regime abituale della visione, sovvertendo le coordinate antropometriche convenzionali. In questo modo, il visitatore viene posto in una condizione di coincidenza tra il proprio asse visivo e la profondità dell’isola, atta a esperire una forma di identificazione incarnata in cui il corpo diviene misura e, al contempo, strumento di attraversamento simbolico. Se l’Isola Ferdinandea è esistita solo per un breve momento, nella mostra la sua immagine continua a persistere come traccia e come ipotesi rivelando e simboleggiando un Mediterraneo non come semplice area geografica, ma come costruzione in atto, un campo aperto in cui le opere agiscono come segnali intermittenti, capaci di rendere visibili alcune tensioni che lo attraversano.
La fondazione inoltre, nel perseguire uno degli obiettivi alla base del suo mandato e cioè quello di mettere in primo piano l’accesso alla cultura grazie a nuovi modelli di diffusione pubblica considerando la mostra e la storia dell’arte pretesti per aprire un dialogo sull’ “osservazione partecipante”, nell’ambito del suo programma di mediazione denominato “Le (d)istanze del pubblico”, prevede, in alternativa al flusso di informazioni verticale sulle opere in mostra, l’organizzazione di un programma di mediazione (non guida) che in chiave performativa cerca di adattare modi e dialoghi sull’esposizione interpretando i diversi interessi e tensioni del pubblico; a completamento del percorso espositivo un apparato di didascalie ragionate (provviste di hashtag e mention) e fogli di sala, arricchiscono e accompagnano il visitatore nell’offerta informativa.
In contemporanea alla mostra, rimane anche fruibile il progetto “MICHELANGELO PISTOLETTO – arte come documento di dialogo”. Un progetto espositivo multilocato promosso in collaborazione con Fondazione Pistoletto, INBA – Institut National des Beaux-Arts / Tètouan e la rete diffusa di Istituti Italiani di Cultura nell’area mediterranea, avente come fulcro la “”Dichiarazione di Fondazione del Parlamento Culturale Mediterraneo”, presentata per la prima volta dall’artista nel 2008 a Strasburgo e oggi riletta alla luce delle urgenze del presente. In questo contesto, il progetto si articola in una dimensione transnazionale presentando la dichiarazione simultaneamente in più sedi: a Matera, presso la Fondazione SoutHeritage sotto forma di banner fruibile dal contesto urbano 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per l’intero arco dell’anno di Matera Capitale Europea del Mediterraneo; a Tétouan, presso l’INBA – Institut National des Beaux-Arts e all’interno degli Istituti Italiani di Cultura di Tirana, Tripoli e Algeri, sotto forma di poster rilegati in risme collate per facilitarne la circolazione e la fruizione diretta. Attraverso questa dimensione espositiva diffusa che annulla simbolicamente le gerarchie tra centro e periferia, tra nord e sud, tra una sponda e l’altra del Mediterraneo, ogni luogo coinvolto diventa nodo attivo di una rete culturale condivisa, in cui la fruizione della dichiarazione restituisce al Mediterraneo la sua vocazione originaria di spazio che unisce più che dividere.
ARTISTI
Latifa Echakhch (El Khnansa_MA, 1974. Vive e lavora a Martigny_CH)
Artista visiva contemporanea franco-marocchina che con svariate tecniche crea interventi site-specific, che dialogano e si relazionano armonicamente con la struttura e la storia del luogo che li accoglie. Creatrice di installazioni tra surrealismo e concettualismo che interrogano con economia e precisione l’importanza dei simboli, della fragilità del modernismo, dello sradicamento e del senso di estraneità rispetto agli usi e ai costumi delle nazioni, nel 2011 ha partecipato alla Biennale di Venezia e nel 2013 ha vinto il Premio Marcel-Duchamp. Sue opere sono state esposte presso: Tate Modern, Londra (2008), Fridericianum, Kassel_CH (2008), Swiss Institute Contemporary Art New York, New York (2009), Portikus, Frankfurt (2012), Hammer Museum, Los Angeles(2013), The Power Plant, Toronto (2016), Istanbul Biennial, Istanbul (2017), New National Museum of Monaco (2018), Kunsthalle Mainz, Mainz (2019).
Philippe Favier (Saint-Etienne_F, 1957 – 2026)
Diplomato all’École des Beaux-Arts di Saint-Étienne nel 1984, appare sulla scena artistica distinguendosi dalle correnti pittoriche dominanti (Graffitismo e Transavanguardia) per la sua verve narrativa, la delicatezza e l’ umorismo che lo ha portato a sviluppare una delle ricerche più originali e autentiche della sua generazione. Imbevuto di un immaginario legato alla fotografia, al cinema e alla poesia, l’universo sviluppato dall’artista attinge tanto alle scene ordinarie del quotidiano quanto al vasto repertorio della storia dell’arte, riuscendo a immaginare “nuovi mondi” servendosi di cartografie, cataloghi e fotografie. La sua ricerca è stata esposta in numerose istituzioni e musei come: Musée de Grenoble (2025), Center of Contemporary Art La Halle, Vienna (2022), Musée de Rouen (2021), Maison Européenne de la Photographie, Parigi (2013), Musée d’art moderne et d’Art contemporain, Nizza (2009), Musée d’art contemporain, Lyon (2005), Musée d’Art moderne de Saint-Étienne (1996), Museum of Modern Art, Ankara (1992), Musée des Beaux-Arts, Mulhouse (1991), Biennale di Lyon, (1991), Manifesta (2024), Beijing International Art Biennale (2005), Kiasma, Museum of Contemporary Art, Helsinki (2003), De Appel Arts Centre, Amsterdam (1992), Biennale di Venezia (1988), Istanbul Biennial (1987).
Marco Godinho (Salvaterra de Magos_PT, 1978. Vive e lavora in Lussemburgo)
Formatosi accademicamente presso l’ École Nationale Supérieure d’Art de Nancy (Fr), presso l’École d’Arts de Lausanne (CH) e presso la Kunst Akademie di Düsseldorf (D), nella sua pratica di stampo concettuale, Godinho riflette sull’esperienza soggettiva di tempo e spazio, affrontando i temi dell’esilio, della memoria e della geografia, ispirato dalla sua stessa esperienza di vita nomade a cavallo fra culture, lingue e luoghi. Ha esposto con mostre personali in varie istituzioni come Casino Luxembourg, Lussemburgo (2019), MAMAC, Nizza (2016), MNAC, Lisbona (2015), Museo universitario di Medellin, Colombia (2013), Centre d’art contemporain, Metz (2013). Ha partecipato a mostre collettive presso Villa Empain, Bruxelles (2020), Frac Occitane, Tolosa (2019), Magasin des Horizons, Grenoble (2018). Ha partecipato come artista del padiglione del Lussemburgo alla 58° Biennale d’Arte di Venezia (2019), alla Biennale di Dakar (2018) e alla Biennale di Lione (2017).
Bouchra Khalili (1975, Casablanca_MA. Vive e lavora a Vienna_A)
Artista e studiosa franco-marocchina la cui pratica multidisciplinare sviluppa strategie collaborative di narrazione insieme alle comunità escluse da appartenenza o cittadinanza. Cresciuta tra la Francia e il Marocco, ha studiato cinema all’Università Sorbonne Nouvelle ed è diplomata all’École Nationale Supérieure d’Arts de Paris-Cergy. La sua ricerca, tra film, video, installazioni, fotografia e serigrafia, esplora il linguaggio, l’oralità, la soggettività e le geografie, ed è stata esposta presso istituzioni come: Biennale di Venezia (2013 e 2024), Museo Jeu de Paume, Parigi (2018); Documenta 14, Athens/Kassel (2017), MoMA, New York (2016), Palais de Tokyo, Parigi (2015), MACBA, Barcellona (2015), New Museum, New York (2014), Biennale di Sydney (2012), Biennale di Sharjah (2011).
Runo Lagomarsino (Lund_SE, 1977. Vive e lavora a Malmö_SE)
Artista visivo formatosi all’Accademia di Belle Arti di Gothenburg e Malmo. Nella sua pratica artistica rivisita temi quali la lingua, la storiografia e la geografia, utilizzando vari materiali e medium. Consapevole delle implicazioni concettuali dei materiali e dei media, l’artista si muove senza soluzione di continuità tra collage, disegno, installazione, performance e video. Suoi lavori sono stati presentati presso: la Marabou Parken Konsthall, Stoccolma (2024), la Lunds Konsthall (2021), il Moderna Museet, Stoccolma (2019), il Dallas Museum of Art, Dallas (2018), la Daad Galerie Berlin (2019), PAC, Milano (2018), LACMA, Los Angeles, (2017), Fondazione Trussardi, Milano (2017), Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, Madrid (2014), Guggenheim Museum, New York (2014). Ha inoltre partecipato alla Triennale di Guangzhou e alla Biennale di Gwangju (entrambe del 2008), alla Biennale di Venezia (2011 e 2015), alla Biennale di Istanbul (2011), alla Biennale d’arte di San Paolo (2012), a Prospect New Orleans (2017), alla Biennale di Göteborg (2015 e 2021) e alla Biennale degli Urali (2021) e alla Biennale di Gwangju (2024).
Andrea Nolè (Potenza_I 1985. Vive e lavora a Matera e Potenza)
Artista la cui ricerca si muove fra Graffitismo, Arte Pubblica e installazioni, dando vita a progetti in situ in cui l’attenzione è fortemente rivolta al contesto sociale, all’architettura, all’utilizzo della parola, ma anche alla messa in discussione delle pratiche tradizionali della Street Art. Numerosi sono i suoi interventi indipendenti realizzati tra spazi pubblici e periferie in città come: Roma, Torino, Potenza, Milano, Madrid, Bilbao, Dusseldorf e Buenos Aires. Il suo lavoro è stato presentato in contesti internazionali presso istituzioni come: il Museo Reina Sofia di Madrid e l’ESADMM – L’école supérieure d’art et de design Marseille-Méditerranée di Marsiglia.
Edi Rama (Tirana_AL, 1964. Vive e lavora a Tirana)
Uomo politico, artista e saggista. Docente di Pittura e Lettere presso l’Accademia delle Belle Arti di Tirana, ha intrapreso la carriera politica nel Partito Socialista, di cui dal 2005 è presidente, ha ricoperto la carica di Ministro della Cultura, della Gioventù e dello Sport tra il 1998 e il 2000; dal 2000 al 2011 è stato anche sindaco di Tirana realizzando importanti interventi di riqualificazione urbana, come ad esempio l’ampliamento delle aree destinate al verde pubblico e la connotazione delle facciate dei palazzi con vivaci policromie, contribuendo così ad una nuova percezione e fruizione degli spazi collettivi da parte dei cittadini. Dal 2014 è Primo Ministro dell’Albania. Come artista ha partecipato alla Biennale di San Paolo in Brasile nel 1994 e alla Biennale di Venezia nel 1999, 2003 e 2017. Ha tenuto diverse mostre personali: presso la National Art Gallery of Albania, Tirana (1992), al Palais Jalta di Francoforte, Germania (1997), presso la Galleria Alfonso Artiaco di Napoli, Italia (2016, 2020) e la Marian Goodman Gallery di Parigi, Francia (2024).
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