Quella del bipolarismo in Italia non è stata certo una storia di successi. L’o di qua o di là ha paradossalmente cronicizzato l’immobilismo politico e, anziché favorire la convergenza al centro, che i manuali di politologia trent’anni fa promettevano, ha tribalizzato lo scontro elettorale su posizioni tanto estremistiche quanto inconcludenti.
È un fenomeno non solo nazionale, come vediamo da quel che succede negli Stati Uniti, nel Regno Unito o in Francia, dove modelli bipolari ben più solidi e sperimentati di quello italiano sono stati terremotati da una polarizzazione politica, che replica, sul piano democratico, lo schema di una vera e propria guerra civile. Il bipolarismo in Italia è stato però soprattutto la formula che ha consentito di proseguire l’inerzia del non governo, non dietro lo schermo di una tenace conservazione, ma di sempre annunciate e futuribili rivoluzioni.
Insomma, il bipolarismo è stato il trasformismo della Seconda Repubblica, il modo di cambiare tutto perché nulla cambiasse sul piano della spesa pubblica, della tassazione, delle politiche per lo sviluppo, l’istruzione e il welfare, dell’efficienza della PA, degli incentivi al lavoro, all’innovazione e agli investimenti, dell’autonomia energetica e della sicurezza strategica (e si potrebbe continuare con gli esempi).
La democrazia italiana è rimasta, anche nella stagione bipolare, un mercato di benefici e di rendite particolaristiche di tipo sociale o territoriale (al grido di: “non si tocca questo e non si tocca quello”) e le sue istituzioni politiche sono rimaste, come alla fine della Prima Repubblica, essenzialmente estrattive e non inclusive. Questo porta naturalmente – come hanno insegnato Daron Acemoğlu e James A. Robinson – prima alla decadenza e poi al fallimento.
Quasi tutte le riforme degne di questo nome sono state fatte nell’ultimo trentennio da governi tecnici o di media e grande coalizione – su cui si è in seguito abbattuto il marchio d’infamia di esecutivi non democratici – che hanno almeno parzialmente disinnescato i meccanismi elusivi e paralizzanti dello scontro bipolare tra schieramenti sì contrapposti, ma ugualmente interessati a spostare fuori dal campo nazionale e dal raggio delle proprie responsabilità le cause della conclamata crisi civile, sociale ed economica dell’Italia.
Infatti, se c’è una cosa che ha stabilmente legato le destre e le sinistre del bipolarismo italiano in una sorta di unità nazionale bipopulista è stato il costante addebito all’Unione europea delle colpe per i travagli dell’Italia e la ricorrente richiesta di margini di flessibilità – cioè di maggior deficit e debito – per farvi fronte.
Questa lunga premessa serve per spiegare che c’è una ragione politica oggettiva se oggi una proposta riformatrice, liberale ed europeista, in difesa della società aperta, non può che nascere e svilupparsi fuori dalla gabbia della democrazia bipolare o contro quella dinamica che condanna entrambi i poli a un’identica irresolutezza e l’Italia a un incontrastato declino.
È, a ben guardare, la stessa ragione per cui ai veri o sedicenti riformisti ed europeisti, che accettano di restare in uno dei due poli come figli di un dio minore, è riservata al massimo una sgarbata tolleranza, purché rimangano al loro posto, senza disturbare il manovratore e senza pretendere di cambiare la direzione delle gioiose macchine da guerra, che accettano di tenerli a bordo per un mero calcolo di reciproca utilità elettorale.
I passati tentativi di costruzione di una forza riformatrice, liberal-democratica ed europeista vasta e inclusiva sono falliti anche dopo importanti risultati elettorali (Scelta Civica e Fermare il Declino nel 2013 presero in due circa l’undici per cento, il Terzo Polo nel 2022 circa l’otto per cento). Non ha molto senso oggi interrogarsi e continuare a dividersi sulle ragioni, in parte interne e in parte esterne, di quei fallimenti; è invece utile tenere presente che in Italia esiste e le elezioni hanno già registrato un elettorato certamente minoritario, ma tutt’altro che irrilevante, disposto a sostenere una proposta politica, che non solo sta fuori da questi due poli, ma che si muove sul piano del metodo e dei contenuti fuori dalle amicizie e inimicizie obbligate della logica bipolare e coll’obiettivo di sabotarne l’asserita ineluttabilità.
Oggi, peraltro, non si parte da zero ed è utile ricordare che la partecipazione a questa impresa implica un previo impegno di resistenza: né con questa destra-centro né con questa sinistra-centro.
Si riuscirà a mettere insieme questi gruppi o, come qualcuno teme e altri si augurano, questa volta la forza di una proposta credibile liberaldemocratica, pragmatica, europeista e consapevole dei tempi in cui viviamo, si sfascerà prima ancora di vedere la luce? È una responsabilità che ovviamente pesa sulle spalle di tutti e di ciascuno. Quello che ci si può augurare è che, per coordinarsi in vista delle elezioni politiche, tutti si muovano con lo stesso spirito con cui dichiarano di volere che si muova l’Unione europea. Non si fa funzionare nessun progetto federale con il diritto di veto e con la logica dell’unanimità di tutti su tutto. Occorre il contributo di ciascuno per raccogliere un successo che altrimenti non arriverà singolarmente per nessuno, vista anche la scontata pressione polarizzante sul voto (a prescindere dal sistema elettorale con cui si voterà).
La vera sfida, oggi, è che gli adulti nella stanza della politica si dimostrino altrettanto adulti nelle stanze domestiche dei rispettivi partiti, gruppi e associazioni e nella capacità di affrontare e dirimere i problemi legati alla difficoltà di mettere insieme tanti gruppi e personalità diverse, unite comunque da un’obiettiva convergenza politica.
I potenziali elettori di una proposta liberale, riformatrice ed europeista non chiedono guerre di leadership e tantomeno di replicare le formule a cui ci si affida, a destra come a sinistra (in particolare a sinistra), per decidere chi deve sedere a capotavola. Chiedono serietà, credibilità e capacità di affrontare i problemi reali, con senso della misura e della realtà. Ogni litigio tra forze affini allontana gli elettori che cercano una rappresentanza pragmatica e rafforza l’idea che fuori dallo schema bipolare sia impossibile trasformare idee di governo efficaci in un progetto politico stabile.
Per questo serve un passo avanti: costruire una proposta liberaldemocratica larga e attraente che metta al centro contenuti e competenze. Meno frammentazione, più costruzione, con un obiettivo chiaro: rappresentare l’Italia che studia, si impegna, lavora, produce, investe e crea ricchezza e futuro, non l’Italia del “si salvi chi può”.
L’Italia che non si arrende al divorzio irrimediabile tra il successo elettorale e il fallimento di governo, che ha segnato tutte le stagioni dell’Italia bipolare. L’Italia del Pil, dei professionisti che non campano di rendite, delle imprese che non si rifugiano nei mercati protetti, dei giovani che non vogliono studiare per emigrare ed emigrare per guadagnare decentemente, dei lavoratori che accettano la sfida della produttività come un’opportunità, non come una forma di sfruttamento. L’Italia del ceto medio utilizzato come bancomat fiscale e addirittura disprezzato dal populismo miserabilista, che ha ormai fissato a 50.000 euro lordi di reddito annuo la soglia della ricchezza e dell’invidia sociale.
L’Italia che guarda all’Ucraina con ammirazione per il suo coraggio e riconoscenza per il suo servizio irrinunciabile alla causa della difesa europea e non con fastidio per il costo (peraltro risibile: 0,03 per cento del Pil cumulato nel quadriennio 2022-2025) che il bilancio nazionale ha sostenuto per finanziare la sua resistenza all’aggressione russa.
L’Italia che è consapevole che la rendita di sicurezza garantita dall’alleato americano è finita, anche a prescindere da Trump, e che l’alternativa che gli Stati europei hanno dinanzi è quella tra il vassallaggio nazionale ai potenti del mondo e la costruzione di una vera potenza europea, anche sul piano militare.
È in quest’Italia senza rappresentanza tra i partiti dell’o di qua o di là che si concentra una domanda politica potenzialmente molto più vasta di quella registrata dai sondaggi e a cui è possibile, anzi doveroso offrire un’alternativa all’astensione e alla frustrazione.
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Antonluca Cuoco
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