Prosegue con questo articolo Fisco e Futuro, la rubrica dedicata ai grandi cambiamenti del sistema tributario. Le recenti vicende internazionali offrono un’ulteriore conferma delle riflessioni emerse nel Tax Brainstorm di Fortune Italia: il fisco è ormai molto più di uno strumento di finanziamento della spesa pubblica. È diventato una leva di politica industriale, sicurezza economica e competizione geopolitica.
Nei giorni scorsi Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti potrebbero applicare dazi fino al 100% nei confronti dei Paesi che introducano imposte sui servizi digitali a carico delle grandi piattaforme americane, arrivando a sostenere che tali misure potrebbero prevalere anche su accordi commerciali già conclusi.
Al di là dei toni, spesso volutamente provocatori, il dato davvero interessante è un altro. Quelle dichiarazioni confermano che la fiscalità è ormai uscita dal perimetro delle sole politiche di bilancio per entrare stabilmente tra gli strumenti della competizione geopolitica.
In questo contesto si inserisce anche il dibattito internazionale sul cosiddetto Pillar One dell’accordo OCSE/G20, volto a riallocare una quota dei profitti delle grandi multinazionali digitali verso i Paesi di mercato. Si tratta di uno dei tentativi più ambiziosi di adattare le regole fiscali alla nuova economia globale, ma il suo percorso negoziale ha incontrato forti difficoltà e oggi versa in una fase di sostanziale stallo, anche per la mancata adesione definitiva degli Stati Uniti. Un elemento che rende ancora più comprensibile la scelta americana di contrastare iniziative unilaterali come le Digital Services Tax, ossia le imposte con cui alcuni Paesi intendono tassare una parte dei ricavi realizzati dalle grandi piattaforme digitali nei propri mercati, considerate funzionali alla tutela della base imponibile delle proprie imprese tecnologiche.
Per comprendere questa evoluzione occorre partire da un dato: le Big Tech non sono più soltanto grandi multinazionali, sono infrastrutture economiche globali che controllano dati, cloud, proprietà intellettuale, piattaforme digitali e, sempre più, i principali modelli di intelligenza artificiale. Difenderne la redditività significa difendere uno degli asset più strategici della leadership economica americana.
In questa prospettiva cambia anche il significato delle Digital Services Tax. Non vengono percepite come semplici misure tributarie, ma come interventi capaci di incidere su uno dei principali vantaggi competitivi degli Stati Uniti. Non sorprende, quindi, che Washington utilizzi la leva commerciale per contrastarle, collegando in modo sempre più stretto commercio internazionale, tecnologia e fiscalità.
È una trasformazione destinata a incidere profondamente sugli equilibri economici globali. Per decenni la competizione tra Stati si è concentrata sul commercio dei beni, sull’energia, sulla finanza e sulla moneta. Oggi la vera partita si gioca anche sulla localizzazione della proprietà intellettuale, dei dati e delle piattaforme digitali e, soprattutto, dei redditi che da essi derivano.
Questa evoluzione è resa ancora più evidente dalle caratteristiche dell’economia digitale. A differenza dei grandi settori industriali tradizionali, nei quali la crescita richiedeva decenni di investimenti in impianti e infrastrutture fisiche, oggi un’impresa tecnologica può raggiungere in pochi anni dimensioni globali facendo leva soprattutto su capitale umano, dati, proprietà intellettuale e algoritmi. I costi marginali di diffusione del software sono estremamente ridotti e gli effetti di rete, ossia il fenomeno per cui il valore di una piattaforma aumenta con il crescere dei suoi utenti, consentono alle imprese digitali di espandersi con una velocità senza precedenti. È anche per questo che la competizione fiscale non riguarda più soltanto dove tassare il valore, ma soprattutto dove creare le condizioni affinché quel valore possa nascere.
L’Europa, in questo scenario, continua a muoversi con una strategia incompleta. Da un lato cerca legittimamente di recuperare gettito attraverso la tassazione dell’economia digitale. Dall’altro non ha ancora costruito una politica fiscale realmente orientata allo sviluppo di un ecosistema europeo del digitale e dell’intelligenza artificiale.
Anche il caso Irlanda rappresenta un esempio delle contraddizioni ancora presenti all’interno dell’Unione. Per anni il Paese ha costituito il punto di ingresso europeo di strutture fiscali internazionali che consentivano di riallocare parte dei flussi economici verso gli Stati Uniti attraverso royalties, licenze e altri pagamenti infragruppo. In diversi casi si sono così determinate asimmetrie nelle quali costi deducibili in Europa si accompagnavano a una tassazione ridotta, differita o comunque più favorevole negli Stati Uniti.
Non è una questione tecnica che riguarda soltanto la concorrenza fiscale tra Stati membri. Riguarda soprattutto l’assenza di una strategia europea coerente rispetto agli asset destinati a determinare la crescita economica dei prossimi decenni.
Per questo l’Europa dovrebbe iniziare a discutere di una vera Bretton Woods della fiscalità europea.
Così come Bretton Woods ridisegnò l’ordine monetario internazionale del dopoguerra, oggi occorre ripensare l’architettura fiscale europea attorno agli asset strategici del XXI secolo, tra i quali dati, proprietà intellettuale, cloud, intelligenza artificiale e tecnologie digitali rivestono un ruolo centrale. Non significa uniformare tutti i sistemi tributari nazionali, obiettivo probabilmente irrealistico. Significa definire una politica fiscale europea coerente e organica rispetto a obiettivi condivisi: ridurre le asimmetrie che indeboliscono il mercato unico, attrarre investimenti e capitale umano, incentivare ricerca e innovazione e favorire la nascita di campioni europei nei settori tecnologici più avanzati.
Per troppo tempo il dibattito europeo si è concentrato quasi esclusivamente su come tassare il valore prodotto altrove. È un tema certamente centrale, ma la sfida è anche creare le condizioni affinché quel valore venga prodotto, sviluppato e trattenuto in Europa.
Nel XXI secolo la sovranità fiscale non si misurerà più soltanto dalla capacità di tassare la ricchezza. Si misurerà dalla capacità di creare un ecosistema favorevole agli investimenti, all’innovazione e alla crescita delle imprese, nel quale la ricchezza possa nascere, svilupparsi e restare. La funzione redistributiva e sociale del sistema tributario resta un pilastro imprescindibile di ogni ordinamento moderno. Ma, accanto ad essa, la fiscalità è chiamata a svolgere sempre più anche una funzione di incentivo, orientando investimenti, ricerca, capitale umano e sviluppo tecnologico verso gli asset strategici del futuro. È anche in questa evoluzione che il fisco si trasforma da semplice strumento di prelievo a leva di politica industriale, competitività e autonomia strategica. È su questo terreno che si misureranno la capacità dell’Europa di generare i propri campioni dell’innovazione e, con essa, una parte rilevante della sua competitività e della sua sovranità economica.
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Pasquale Formica
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