Il caso Anthropic: l’unica Big Tech che non lusinga Trump


Venerdì, OpenAI ha annunciato che avrebbe rinviato la diffusione su larga scala del suo ultimo modello di intelligenza artificiale, GPT-5.6, su richiesta del governo degli Stati Uniti. Nello stesso giorno, il Dipartimento del Commercio statunitense ha comunicato ad Anthropic che i controlli alle esportazioni imposti sul suo potente modello di AI Mythos sarebbero stati allentati, dopo un periodo di due settimane durante il quale il divieto di esportazione aveva costretto l’azienda a disabilitare il modello per tutti gli utenti.

A prima vista potrebbe sembrare che i due principali laboratori di AI si trovino in una posizione simile nella Washington del presidente Donald Trump. Ma la realtà è ben diversa. Anthropic ha attraversato un periodo molto più difficile nell’amministrazione Trump rispetto a OpenAI, o praticamente a qualsiasi altra azienda tecnologica.

Per ben due volte l’amministrazione ha adottato misure senza precedenti che rappresentano un rischio potenzialmente esistenziale per la startup, valutata 965 miliardi di dollari e che ha già presentato la documentazione per una quotazione in Borsa prevista nei prossimi mesi. La prima volta è avvenuta ad aprile, quando il Pentagono ha classificato Anthropic come un “rischio per la catena di approvvigionamento” dopo che la società aveva rifiutato di accettare alcune clausole contrattuali imposte dal Dipartimento della Difesa. Due settimane fa è poi arrivato il secondo colpo: i controlli alle esportazioni hanno riguardato sia Mythos sia Fable, una versione dello stesso modello destinata a una distribuzione commerciale più ampia, dopo la scoperta di un jailbreak di Fable che avrebbe potuto consentire agli utenti di aggirare le protezioni progettate per impedire l’accesso alle piene capacità informatiche di Mythos.

Esponenti dell’amministrazione Trump hanno ripetutamente lanciato attacchi molto duri contro l’azienda e il suo amministratore delegato, Dario Amodei. Lo stesso Trump ha scritto sui social che la società era composta da “estremisti di sinistra” che stavano cercando di “mettere sotto pressione il Dipartimento della Guerra” – il Pentagono, recentemente ribattezzato così da Trump – quando l’amministrazione ha deciso di etichettare Anthropic come un “rischio per la catena di approvvigionamento”. Durante la stessa controversia, Emil Michael, sottosegretario alla Difesa per la ricerca e l’ingegneria, ha scritto su X che “è un peccato che Dario Amodei sia un bugiardo e abbia un complesso di Dio”. Il suo superiore, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, durante un’audizione al Congresso nell’aprile scorso, ha definito Amodei “un fanatico ideologico”. Nel frattempo, David Sacks, ex responsabile dell’IA e delle criptovalute nell’amministrazione Trump, che continua a ricoprire incarichi in diversi comitati consultivi governativi sulla tecnologia, ha accusato più volte Anthropic di portare avanti una “sofisticata strategia di cattura regolatoria” fondata sull’allarmismo riguardo ai pericoli dell’intelligenza artificiale. Ha inoltre sostenuto che l’azienda persegua un’”agenda per introdurre di nascosto una IA woke e ulteriori regolamentazioni sull’IA”, sostenendo le leggi statali in materia.


Durante la recente disputa sui controlli alle esportazioni, alti funzionari statunitensi rimasti anonimi hanno cercato ripetutamente di dipingere Amodei come arrogante e distante, sostenendo che si fosse rifiutato di rendersi disponibile quando la Casa Bianca lo aveva contattato. Anthropic ha contestato questa ricostruzione, affermando che Amodei era al telefono con l’amministrazione entro un’ora e quindici minuti dalla chiamata della Casa Bianca. Nessun’altra azienda tecnologica è stata oggetto di attacchi di questo tipo da parte di funzionari dell’amministrazione Trump.

Alla base dello scontro c’è una scelta deliberata compiuta da Anthropic: a differenza di quasi tutte le altre grandi aziende tecnologiche, ha rifiutato di adulare o compiacere la Casa Bianca. Negli ambienti politici di Washington questa decisione viene considerata ingenua dal punto di vista politico. Tra i dipendenti, i candidati e parte dei clienti dell’azienda, invece, viene vista come un punto di forza. Gli investitori, però, potrebbero pensarla diversamente. Il protrarsi dell’ostilità tra l’amministrazione Trump e Anthropic potrebbe, quanto meno, rendere più difficile convincere gli investitori dei mercati pubblici a sostenere la quotazione del titolo. Nel peggiore dei casi, potrebbe compromettere seriamente la capacità dell’azienda di continuare a sviluppare modelli di IA avanzati e mettere a rischio l’ampia diffusione che i suoi modelli hanno già raggiunto tra le imprese. È la storia di un’azienda che ha scommesso la propria sopravvivenza politica sul fatto di avere ragione dal punto di vista tecnico in una città che funziona soprattutto sulla base della fedeltà.

Esiste un copione standard nell’era Trump. Anthropic ha scelto di non seguirlo

Quando Trump è stato eletto per un secondo mandato nel 2024, diversi importanti amministratori delegati del settore tecnologico avevano validi motivi per preoccuparsi. Tra questi c’era soprattutto Mark Zuckerberg, CEO di Meta. Era stato lui a decidere di sospendere Trump dalle piattaforme social di Meta dopo l’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti del 6 gennaio 2021. In risposta, Trump aveva definito Facebook “un nemico del popolo” e Zuckerberg “un criminale”, arrivando perfino a minacciare il carcere a vita se avesse ritenuto che il CEO stesse cercando di influenzare le elezioni del 2024 contro di lui. Inoltre, Zuckerberg aveva tutto da guadagnare da un riavvicinamento con Trump. Meta stava infatti affrontando uno storico procedimento antitrust federale che Trump, se convinto, avrebbe potuto spingere il Dipartimento di Giustizia ad archiviare o a chiudere con un accordo.

Per questo Zuckerberg si è impegnato in tutti i modi per avvicinarsi a Trump. Ha nominato il suo alleato Dana White nel consiglio di amministrazione di Meta, ha eliminato il sistema di moderazione dei contenuti sostituendolo con un modello basato sulle “community notes” e ha promosso il repubblicano Joel Kaplan alla guida degli affari globali dell’azienda. Zuckerberg ha inoltre donato personalmente un milione di dollari al fondo per l’insediamento di Trump e Meta è stata tra le aziende che hanno contribuito alla costruzione della nuova sala da ballo dell’ala est della Casa Bianca, un progetto da 300 milioni di dollari. La società ha infine assunto Dina Powell McCormick, ex vice consigliera per la sicurezza nazionale durante la prima amministrazione Trump e figura con profondi legami con la famiglia Trump, per contribuire alla definizione della strategia di Meta nel campo dell’intelligenza artificiale.



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 Jeremy Kahn

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