Il dominio della mediocrità: come il nostro sistema premia sistematicamente l’attaccamento al potere
Perché nessuno si dimette più volontariamente: quando stipendi milionari sopprimono la decenza
In passato, le dimissioni volontarie dopo un grave errore erano considerate un atto di onore, integrità e responsabilità sociale. Chi falliva ne subiva le conseguenze, spesso senza pressioni esterne. Oggi, invece, prevale il principio dell'”aspettare che passi”: che si tratti di un allenatore della nazionale che si aggrappa ostinatamente al suo incarico dopo sconfitte storiche, di un ministro che nega ogni responsabilità dopo decisioni disastrose costate miliardi, o di un top manager che insiste per la sua buonuscita nonostante risultati finanziari catastrofici, tutti si aggrappano alle loro posizioni finché il pacchetto di buonuscita non è adeguato. Ma questo netto declino della cultura delle dimissioni nella società, nella politica e negli affari non è semplicemente un problema di carattere o morale dei singoli individui. È la logica conseguenza di perversi incentivi sistemici fatali.
Quando le cariche pubbliche sono remunerate con stipendi milionari, ben superiori al reale valore di mercato di chi le ricopre, l’etica classica della responsabilità cede il passo alla pura economia. Un mandato politico o un incarico in un consiglio di amministrazione diventano l’unico mezzo di sopravvivenza praticabile. L’analisi che segue illustra il cambiamento di paradigma storico, dalla cultura antica della vergogna alla cultura moderna dell’autopresentazione. Attraverso esempi concreti, dimostra perché le conseguenze personali siano strutturalmente penalizzate nel nostro sistema attuale e perché sia giunto il momento di creare sistemi in cui la vera responsabilità venga nuovamente premiata.
Analisi del declino della cultura della rassegnazione nella società, nella politica e nel mondo degli affari: da una cultura della colpa a una cultura dell’autopresentazione
Poche cose illustrano il cambiamento di valori nelle società moderne con la stessa precisione della questione di chi si dimette e chi no. In certe culture di epoche passate, la conseguenza era quasi scontata: chi falliva, chi commetteva un errore, chi perdeva la fiducia del popolo, si dimetteva. Volontariamente, senza indugio, a volte persino senza pressioni esterne. Questa norma non era mero formalismo. Era radicata in una profonda comprensione dell’onore, della responsabilità e dell’idea che la carica pubblica rappresenti un obbligo morale superiore all’interesse personale per il potere e il guadagno. Oggi, osserviamo l’esatto opposto: le evidenti mancanze vengono minimizzate, sminuite o semplicemente ignorate. Gli scandali vengono ignorati. Chi ricopre posizioni di responsabilità rimane in carica il più a lungo possibile. Cosa è successo?
La risposta è complessa e sfaccettata, e si snoda attraverso la storia del concetto di onore, l’economia degli incentivi, la psicologia dell’opportunismo e una lucida analisi sociologica degli individui che attualmente ricoprono cariche pubbliche. Questo testo tenta di unire questi fili conduttori, senza cadere in una falsa nostalgia, ma anche senza sottrarsi a conclusioni scomode.
Le fondamenta dell’antichità: la vergogna come forza regolatrice sociale
Per comprendere ciò che è andato perduto, bisogna comprendere ciò che un tempo esisteva. Molto prima dello stato moderno, prima dei controlli e contrappesi parlamentari e dei meccanismi di sanzione legale, esisteva un’altra forma di controllo sociale, più efficace: la vergogna. Nell’antica Grecia, la categoria di aishyne – la vergogna – era considerata una delle forze più potenti della vita sociale. Chi falliva, chi violava il codice della comunità, chi abusava della fiducia, perdeva non solo una carica, ma anche la propria identità sociale.
Nei suoi studi di metà Novecento, l’antropologa culturale Ruth Benedict coniò il termine “cultura della vergogna”, originariamente sviluppato per il Giappone, ma che, in forma modificata, si applica anche a molte società europee premoderne. In una cultura della vergogna, la percezione esterna regola il comportamento: ciò che la comunità vede, ciò che giudica, ciò che considera disonorevole, determina il modo in cui l’individuo agisce. La coscienza interiore non è il fattore determinante primario, bensì lo sguardo degli altri. In questo senso, la rassegnazione non era volontaria nel senso moderno del termine; era socialmente imposta perché la sopravvivenza sociale dipendeva da essa.
Il Giappone feudale radicalizzò quest’idea fino alle sue estreme conseguenze. Il rituale del seppuku, lo smembramento rituale dell’addome, era l’ultimo e più onorevole modo per un samurai di assumersi la responsabilità di una sconfitta o di un fallimento. Era considerato un’espressione di assoluta integrità, la prova che l’onore di una persona era superiore alla mera sopravvivenza. La volontà di autoannientarsi dimostrava che non si anteponeva alcuna carica, alcun privilegio, alcun vantaggio alla propria dignità. Certo, si trattava di un sistema feudale ed estremamente brutale, ma nella sua forma estrema illustra l’importanza di accettare le conseguenze in una cultura dell’onore.
Nel contesto europeo, questa pratica era meno eclatante, ma sostanzialmente simile. I consoli romani responsabili di una sconfitta si ritiravano. I signori medievali che deludevano i loro seguaci perdevano legittimità. Lo schema si ripete nel corso della storia: chi si assume la responsabilità ne subisce anche le conseguenze.
Da una cultura della colpa a una cultura dell’autopresentazione: la rottura storica
Accanto alla sua cultura della vergogna, la civiltà occidentale di influenza cristiana ha sviluppato una cultura del senso di colpa che pone al centro la coscienza individuale. Non lo sguardo altrui, ma la convinzione interiore doveva guidare il comportamento. Questo modello ha i suoi punti di forza: permette di prendere decisioni consapevoli anche contro la volontà della maggioranza della società. Ma ha anche un punto debole: coloro che fanno della coscienza interiore l’unico giudice possono anche manipolarla, distorcerla e metterla a tacere.
Max Weber colse questa tensione nella sua conferenza del 1919 “La politica come vocazione”. Distinse tra l’etica della convinzione, che agisce secondo puro movente lasciando le conseguenze al destino, e l’etica della responsabilità, che ritiene l’agente responsabile delle conseguenze prevedibili delle sue azioni. Weber considerava l’etica della responsabilità il principio necessario per l’azione politica. Secondo Weber, il politico che afferma di aver avuto l’intenzione di fare la cosa giusta e di non poter fare nulla per le conseguenze catastrofiche agisce secondo un’etica della convinzione, ovvero in un modo inadatto alla carica politica. La figura politica veramente responsabile, d’altro canto, non conosce scuse. Si assume la responsabilità di ciò che le sue azioni hanno causato, non solo di ciò che intendeva fare.
Questo ideale weberiano è praticamente scomparso oggi. Al suo posto si può parlare di una cultura dell’autopresentazione: le figure pubbliche non vengono giudicate principalmente in base ai loro risultati, ma in base a come si presentano. La competenza mediatica, la capacità di resistere alle critiche e l’abilità di sorridere nonostante le negatività sono considerate virtù. Chiunque non ceda alla pressione pubblica, chiunque risulti convincente nei talk show, chiunque riesca a gestire con successo gli scandali, ha vinto, a prescindere dalla validità delle critiche. L’atteggiamento di distacco, inteso come tecnica culturale politica, è da tempo diventato socialmente accettabile.
La radio Deutschlandfunk ha descritto con precisione questo meccanismo in un’analisi della cultura dell’errore politico: invece di ammettere gli errori, le figure politiche tendono a negarli, minimizzarli o, con un approccio frammentario, ad ammettere solo ciò che è già dimostrabile. Un’altra tattica collaudata è l’inversione dei ruoli di carnefice e vittima: coloro che vengono criticati si presentano come bersaglio di una campagna, non come individui che hanno commesso degli errori.
Il calcio come sismografo: cosa rivelano sulla società gli stipendi degli allenatori delle nazionali
Nessun ambito illustra il passaggio dall’onore al calcolo economico in modo così vivido come il calcio professionistico, e in particolare la figura del commissario tecnico della nazionale. L’evoluzione salariale di questa posizione è un esempio quasi da manuale dei cambiamenti strutturali che oggi rendono il fallimento un processo diverso rispetto al passato.
Helmut Schön, che ha allenato la nazionale tedesca per 14 anni, vincendo il Campionato Europeo nel 1972 e il Mondiale nel 1974, guadagnava circa 6.000 marchi tedeschi lordi al mese al culmine della sua carriera, in un periodo in cui un allenatore della Bundesliga, il massimo campionato tedesco, ne guadagnava già 9.000. Il suo successore, Jupp Derwall, che ha guidato la Germania al Campionato Europeo nel 1980 e al secondo posto ai Mondiali del 1982, aveva uno stipendio annuo stimato di circa 100.000 euro (ancora significativamente inferiore alle cifre odierne, anche tenendo conto dell’inflazione). Franz Beckenbauer, in qualità di team manager che ha portato la Germania alla vittoria del Mondiale nel 1990, si stima guadagnasse 200.000 euro all’anno.
Poi arrivò la svolta. Jürgen Klinsmann, commissario tecnico della nazionale dal 2004, riceveva già 2,5 milioni di euro all’anno, inclusi i ricavi pubblicitari. Joachim Löw guadagnava tra i 3 e i 3,5 milioni di euro all’anno durante il suo lungo mandato. Hansi Flick, infine, avrebbe guadagnato 6,5 milioni di euro all’anno come commissario tecnico della nazionale, una cifra che lo rendeva il commissario tecnico più pagato al mondo, più del doppio del suo predecessore e campione del mondo Löw. Il suo successore, Julian Nagelsmann, si stima guadagni circa 4,8 milioni di euro.
Il paragone con i compensi previsti in caso di fallimento è illuminante e al tempo stesso sconcertante. Helmut Schön, che si dimise nel 1978 dopo un Mondiale solido ma ormai non più convincente, rinunciò a uno stipendio che, in termini di potere d’acquisto odierno, potrebbe equivalere a quello di un dirigente di medio livello ben pagato. Jupp Derwall si dimise dopo l’eliminazione della Germania nella fase a gironi del Campionato Europeo del 1984 – non senza notevoli pressioni da parte della stampa scandalistica, ma lo fece. Le dimissioni gli costarono relativamente poco in termini materiali all’epoca. La dimensione simbolica, la perdita della posizione, ebbe tuttavia un peso considerevole, perché l’incarico in sé non era gravato da stipendi multimilionari.
Hansi Flick, tuttavia, dopo la sconfitta per 1-4 contro il Giappone – per inciso, il peggior risultato degli ultimi 38 anni – insistette di essere l’allenatore giusto e di non vedere alcun motivo per dimettersi. Solo quando la DFB (Federazione calcistica tedesca) gli tolse il posto e lo esonerò, lasciò l’incarico – diventando il primo commissario tecnico di una nazionale nei 123 anni di storia della DFB ad essere esonerato anziché dimettersi. La domanda ovvia non è se Flick fosse una cattiva persona. La domanda è: quale incentivo avrebbe avuto a rinunciare volontariamente a uno stipendio annuo di 6,5 milioni di euro? Anche se avesse ricoperto l’incarico solo per altri sei mesi, si sarebbe trattato di un guadagno finanziario che non avrebbe mai potuto ottenere come allenatore di calcio o dirigente di club sul mercato libero – almeno non con quel livello di certezza.
Philipp Lahm, ex capitano della nazionale e in seguito presidente del comitato organizzatore di Euro 2024, sottolinea anch’egli questo aspetto strutturale: ha criticato pubblicamente il fatto che lo stipendio di un allenatore della nazionale, pari a 4,8 o 6,5 milioni di euro, sia semplicemente troppo alto e crei incentivi perversi. La richiesta di introdurre un tetto massimo di due milioni di euro può sembrare sentimentale a prima vista, ma tocca un nervo scoperto in termini economici: se lo stipendio è così superiore a qualsiasi guadagno che l’individuo potrebbe ottenere senza l’incarico, allora il semplice mantenimento della posizione stessa diventa l’obiettivo primario.
L’economia del restare: perché i redditi elevati creano incentivi perversi
L’economia comportamentale descrive con precisione questo fenomeno: maggiore è la discrepanza tra il reddito derivante da una determinata posizione e quello che si potrebbe guadagnare al di fuori di essa, più forte è l’incentivo a mantenere la posizione a tutti i costi. Questo vale tanto per gli allenatori di calcio quanto per i politici, i dirigenti e tutti gli altri titolari di cariche pubbliche o semi-pubbliche altamente retribuite.
Nella ricerca economica, questa relazione viene descritta dalla teoria principale-agente. Da questa prospettiva, chi ricopre una carica pubblica è l’agente, che agisce per conto di un principale, che può essere il pubblico, gli azionisti o un’associazione. Il problema sorge quando gli interessi dell’agente divergono da quelli del principale e quest’ultimo non è in grado di controllare completamente le azioni dell’agente. A quel punto, l’agente inizia ad agire nel proprio interesse. L’interesse personale più ovvio è quello di mantenere la carica, soprattutto se questa comporta una remunerazione eccezionale.
Nel caso del sistema politico, questa analisi assume una significativa dimensione aggiuntiva. Un membro del Bundestag guadagna attualmente circa 12.000 euro lordi al mese – e dal 1° luglio 2026 anche un po’ di più, a seguito di un aumento di 497 euro, pari a un incremento del 4,2%, mentre i dipendenti del settore pubblico ricevono solo il 2,8% in più. Lo stipendio lordo medio di un lavoratore a tempo pieno in Germania è di circa 4.208 euro al mese, il che significa che un parlamentare guadagna in quattro o cinque mesi quanto un lavoratore medio guadagna in un intero anno. Inoltre, esistono generosi sistemi pensionistici: nel 2023, la spesa totale per le pensioni dei politici è salita a 221,4 milioni di euro, con un aumento dell’8,5% rispetto a quattro anni prima.
Per molti politici con scarse qualifiche alternative, ciò significa che il loro mandato non è solo un lavoro, ma uno stile di vita. Chi ha lavorato come politico di professione per 15 o 20 anni difficilmente ha sviluppato competenze di mercato che gli consentirebbero di ottenere gli stessi risultati al di fuori del sistema politico. Le dimissioni, quindi, non sarebbero solo un atto simbolico di assunzione di responsabilità, ma anche un declino economico che lo porterebbe a una fascia di reddito significativamente inferiore.
Il problema della mediocrità: chi ricopre le cariche pubbliche?
In questo caso, l’analisi tocca un punto particolarmente scomodo. In un mercato funzionante, le posizioni vengono idealmente ricoperte dagli individui più competenti, perché la concorrenza e la trasparenza impongono la qualità. Nel sistema politico, ma anche in alcuni settori gestionali all’interno di imprese statali e organizzazioni semi-private, questi meccanismi funzionano solo in misura limitata.
Gli economisti definiscono questo fenomeno “selezione avversa”: se le condizioni di un lavoro – sicurezza, prestigio, retribuzione superiore alla media senza una chiara misurazione delle prestazioni – sono particolarmente attraenti per i candidati che non potrebbero ottenere condizioni comparabili in una competizione aperta, allora questi posti tenderanno a essere occupati proprio da questi candidati. Elevati incentivi estrinseci senza una chiara misurazione delle prestazioni attraggono persone che hanno disperatamente bisogno di tali incentivi, non necessariamente quelle che offrirebbero le migliori prestazioni.
Uno studio dell’IZA sugli stipendi dei politici in Germania ha rilevato che i membri del Parlamento possono guadagnare fino al 40% in più rispetto ai dirigenti del settore privato con responsabilità comparabili, tenendo conto anche dei redditi secondari. La differenza è ancora più marcata se confrontata con il reddito medio. Il quadro che ne emerge è ambivalente: da un lato, una retribuzione superiore alla media mira ad attrarre in politica persone competenti dal settore privato; dall’altro, garantisce anche una vita agiata a coloro che non possiedono tali competenze e che non riuscirebbero a raggiungere una posizione analoga in un libero mercato.
Questa osservazione non è dettata da malizia; si tratta di una lucida analisi economica. Coloro che hanno dimostrato le proprie capacità nel libero mercato, che hanno prevalso in una competizione genuina, trovano più facile rinunciare alla carica pubblica. Per loro, la carica è una delle tante opzioni, un contributo alla società, ma non l’unica base della loro esistenza economica. Al contrario, coloro che sanno che svanirebbero nell’insignificanza al di fuori di questa carica, che sospettano di dover lottare duramente nel libero mercato e che anche in quel caso non otterrebbero un risultato paragonabile, si aggrappano ad essa. Parlano. Minimizzano la situazione. Si considerano vittime di una campagna diffamatoria.
La classe politica di molte democrazie occidentali odierne è in larga misura socializzata attraverso la politica professionale. Molti parlamentari non hanno quasi nessuna esperienza professionale al di fuori della politica. Entrano nel Bundestag attraverso le organizzazioni giovanili di partito e il lavoro nei collegi elettorali e vi rimangono finché il sistema lo consente. La loro conoscenza è di natura politica, ovvero conoscenza dei meccanismi politici, delle manovre di coalizione e della rappresentanza mediatica. Ciò che sanno di imprese, processi produttivi, rapporti tecnici o realtà economiche è spesso una conoscenza specialistica acquisita, non una conoscenza fondamentale basata sull’esperienza.
L’economia come specchio: le indennità di fine rapporto milionarie come irresponsabilità istituzionalizzata
Ciò che vale per la politica trova un corrispettivo diretto nel mondo degli affari, a volte persino in forme più drastiche. L’evoluzione degli stipendi dei top manager in Germania e nel mondo è un fenomeno di un’assurdità difficilmente superabile.
Uno studio del 2025 condotto da Oxfam ha calcolato che gli stipendi degli amministratori delegati delle 56 aziende tedesche con il fatturato più elevato erano aumentati del 21% in termini reali nei cinque anni precedenti, mentre il salario reale medio di tutti i dipendenti in Germania era cresciuto solo dello 0,7% nello stesso periodo. Le cifre sono ancora più drastiche se confrontate a livello internazionale: gli stipendi degli amministratori delegati sono aumentati del 50% tra il 2019 e il 2025, raggiungendo una media di 4,3 milioni di dollari. Gli amministratori delegati delle società quotate nel DAX hanno ricevuto in media 6,9 milioni di euro nel 2025, e sette dei massimi dirigenti hanno percepito oltre 10 milioni di euro.
Questo sviluppo ha un impatto diretto sul modo in cui le persone si comportano quando falliscono. Gli amministratori delegati che falliscono spesso lo fanno con un paracadute d’oro. Peter Löscher, ad esempio, ha intascato più di 17 milioni di euro al momento della sua uscita anticipata da Siemens. Klaus Rauscher, ex capo della società energetica Vattenfall Europe, ha perso il suo incarico a causa di una serie di malfunzionamenti nelle centrali nucleari e ha ricevuto 5,5 milioni di euro come buonuscita. Ad Axel Heitmann era stata inizialmente offerta una buonuscita di 9,2 milioni di euro nonostante avesse installato sistemi di sicurezza privati a spese dell’azienda – un pagamento che alla fine ha dovuto rinunciare quando la questione è diventata pubblica. Più di recente, l’amministratore delegato di Vonovia, Rolf Buch, ha fatto notizia quando sono stati accantonati 7,3 milioni di euro per la sua uscita anticipata.
Il sistema delle indennità di fine rapporto ha creato una struttura di incentivi perversa: chi fallisce non subisce conseguenze materiali finché si trova dalla parte giusta del sistema. Il rischio personale di fallimento è stato ridotto quasi a zero, almeno in termini finanziari. La dimensione morale, la consapevolezza di aver fallito e la conseguente conseguenza – le dimissioni volontarie – sono strutturalmente scoraggiate da questo sistema. Perché andarsene volontariamente quando rimanere garantisce ulteriori diritti economici e, nel peggiore dei casi, il licenziamento è attutito da milioni di euro?
Nel contesto americano, questa tendenza è ancora più marcata. Tra il 1978 e il 2022, gli stipendi degli amministratori delegati negli Stati Uniti sono aumentati del 1.209%, mentre i salari dei dipendenti medi sono cresciuti solo del 15,3% nello stesso periodo. Nel 2022, gli amministratori delegati guadagnavano in media 344 volte lo stipendio di un dipendente medio; nel 1965, il rapporto era di 21 volte. Sebbene la Germania non si sia americanizzata a questo livello, la tendenza è la stessa, come giustamente sottolineano i critici.
L’erosione della vergogna: mediatizzazione, disinibizione sociale e fine del silenzio
Oltre agli incentivi economici, esiste un altro fattore, meno discusso: la trasformazione della sfera pubblica stessa. In una società in cui la regolamentazione della vergogna funzionava attraverso la comunità diretta – tramite il quartiere, il villaggio, la corporazione o la classe sociale – il controllo sociale era immediatamente tangibile. L’individuo guardava negli occhi coloro di fronte ai quali provava vergogna. La comunità era reale e presente.
I moderni mass media e i social network hanno trasformato questo contatto diretto in qualcosa di diverso. L’indignazione pubblica oggi è massiccia, rapida e rumorosa, ma è anche anonima, fugace e astratta. Non colpisce la persona in quanto membro della comunità che sente lo sguardo dei propri simili, ma in quanto personaggio mediatico che percepisce l’indignazione come qualcosa di esterno. La reazione naturale a questa forma di umiliazione non è la rassegnazione, ma la sfida e una mentalità da bunker. Il fenomeno dell’inversione carnefice-vittima, così frequentemente osservato negli scandali politici, segue precisamente questa logica.
Al contempo, la mediatizzazione ha alimentato una sorta di cinismo professionale. Consulenti politici, strateghi della comunicazione e agenzie di pubbliche relazioni hanno sviluppato tecniche specifiche per sopravvivere agli scandali: tattiche a piccoli passi, vuoti di memoria selettivi e scuse strategiche senza ammissioni sostanziali. Questa professionalizzazione dell’evitamento della vergogna ha ulteriormente delegittimato le dimissioni volontarie. Dimettersi significa arrendersi, mostrare debolezza: nella logica interna del sistema, questo viene visto come una sconfitta strategica, non come una dimostrazione di forza morale.
A tutto ciò si aggiunge un profondo cambiamento sociale nel modo in cui vengono percepiti l’autorità e lo status. Nei decenni passati, le gerarchie erano più rigide e la perdita di status significava uno sradicamento sociale. Oggi, le dimissioni da una carica pubblica sono spesso accompagnate da un compenso immediato: pubblicazioni di libri, discorsi di apertura, incarichi nei consigli di sorveglianza, consulenze. L’ex cancelliere passa al settore privato. Il ministro caduto in disgrazia tiene conferenze. L’allenatore della nazionale licenziato diventa ambasciatore di un marchio o esperto. La vergogna viene attenuata dal riciclo – e con essa, l’incentivo a un ritiro dignitoso.
Il principio di coerenza: cosa ha contraddistinto i precedenti titolari di cariche pubbliche?
Sarebbe sbagliato idealizzare il passato. Anche nelle epoche precedenti si conoscevano la brama di potere, il clientelismo e il nepotismo. Le dimissioni non erano sempre motivate da nobili intenti, ma spesso avvenivano sotto pressione esterna o perché i costi per continuare a ricoprire una carica diventavano troppo elevati. Ciononostante, esisteva una differenza strutturale che può essere illustrata con esempi concreti.
Sepp Herberger, l’allenatore che vinse la Coppa del Mondo del 1954, si ritirò nel 1964, a un’età in cui, secondo gli standard odierni, avrebbe potuto continuare a ricoprire il ruolo di commissario tecnico della nazionale per molti anni a venire. Helmut Schön, vincitore della Coppa del Mondo del 1974 e campione d’Europa del 1972, concluse la sua carriera con dignità e compostezza dopo i Mondiali del 1978. Jupp Derwall, campione d’Europa del 1980, si dimise dopo la precoce eliminazione della Germania dagli Europei del 1984, sebbene anche le notevoli pressioni esterne abbiano giocato un ruolo importante. Ciò che accomunava questi uomini era la decisione di lasciare l’incarico perché, a loro avviso, la posizione richiedeva qualcuno più qualificato. Un ruolo più impegnativo di loro.
Questa consapevolezza – che l’ufficio sia più importante di me – è, almeno a livello strutturale, pressoché assente oggi. Al contrario, prevale l’opposto: io sono insostituibile, sono l’unico in grado di ricoprire questo incarico. Questo atteggiamento narcisistico non è una caratteristica casuale di alcuni individui; è una conseguenza quasi inevitabile della struttura degli incentivi descritta. Chiunque riceva diversi milioni di euro all’anno per un ufficio, chiunque abbia costruito tutta la propria vita attorno a questo ufficio, chiunque sappia che senza questo ufficio sprofonderebbe nell’insignificanza economica e sociale, tenderà istintivamente a esagerare la propria importanza e la propria indispensabilità.
Qui entra in gioco la distinzione di Max Weber tra etica della convinzione ed etica della responsabilità. Il funzionario pubblico moderno che rimane in carica nonostante un fallimento evidente opera secondo una pervertita etica della convinzione: voleva fare la cosa giusta, aveva buone intenzioni e – secondo la sua logica – non gli si può attribuire alcuna reale responsabilità per le conseguenze negative. L’etica della responsabilità, d’altro canto, direbbe: hai prodotto conseguenze per le quali devi rispondere. E ammettere la responsabilità significa, nel caso più estremo: dimissioni.
La dimensione sistemica: quando le strutture sostituiscono la moralità
Sarebbe troppo semplicistico e, in definitiva, ingiusto considerare la questione delle dimissioni unicamente come un difetto di carattere individuale. Il problema non è personale, ma sistemico. Le strutture esistenti oggi producono sistematicamente il comportamento descritto, a prescindere da chi ricopra le rispettive posizioni.
In ambito politologico, ciò è dimostrato dalle ricerche sulle dimissioni da cariche politiche. Un’analisi pubblicata in una raccolta di saggi sulle dimissioni da incarichi politici mostra che in Germania le dimissioni sono più spesso motivate da ragioni politiche, ovvero da considerazioni strategiche relative agli equilibri di potere, piuttosto che da un’assunzione di responsabilità personale. I politici che sarebbero effettivamente disposti a dimettersi rimangono in carica finché una dimissione comprometterebbe l’equilibrio all’interno della coalizione. Il sistema si protegge così da sé: l’assunzione di responsabilità viene strutturalmente ostacolata se destabilizza le strutture di potere.
La situazione è simile nel mondo degli affari. I consigli di sorveglianza delle grandi aziende, che dovrebbero fungere da meccanismo di controllo, sono spesso strettamente intrecciati con il management. Sebbene le riforme normative abbiano ridotto questa sovrapposizione tra i consigli di sorveglianza nelle aziende tedesche, il principio di mutua protezione rimane strutturalmente radicato. Si conoscono. Fanno parte degli stessi consigli. Si invitano a vicenda alle stesse conferenze. All’interno di questa rete di favoritismi reciproci, qualsiasi richiesta di provvedimenti viene percepita come una violazione della lealtà.
Inoltre, manca una cultura della misurazione coerente per valutare i fallimenti. La questione di come misurare il successo o il fallimento di una decisione politica o di una strategia gestionale è raramente formulata in modo chiaro e ancor più raramente monitorata con coerenza. Senza metriche chiare, il fallimento può sempre essere giustificato: è stata colpa di circostanze esterne, problemi strutturali, predecessori, mercati, UE, opposizione. Questa mancanza di misurabilità rappresenta una protezione sistemica intrinseca per chi fallisce, consentendo loro di non subire conseguenze.
Il valore economico delle dimissioni: cosa perdono le organizzazioni rimanendo
Questa scoperta ha un risvolto economico negativo che spesso viene trascurato. Mantenere in carica dirigenti incompetenti o inadeguati è costoso, in ogni settore. Nel mondo degli affari, un CEO debole che si aggrappa al potere significa ritardi nelle correzioni di rotta, opportunità strategiche perse, calo della motivazione dei dipendenti e, nel peggiore dei casi, danni esistenziali per l’azienda. I costi derivanti dal mantenere in carica un CEO incompetente sono strutturalmente più difficili da quantificare rispetto ai costi di un’indennità di fine rapporto, ma sono reali e spesso considerevolmente più elevati.
In politica, il danno è ancora più difficile da quantificare, ma strutturalmente il principio è lo stesso. Un ministro chiaramente sopraffatto, le cui politiche si sono dimostrate fallimentari, ma che rimane in carica perché il costo politico delle dimissioni sembra troppo elevato, continua a produrre politiche sbagliate. I cittadini ne subiscono le conseguenze, mentre il funzionario intasca lo stipendio. Il caso dei pedaggi del ministro federale dei Trasporti Andreas Scheuer, che ha portato a richieste di risarcimento danni per circa mezzo miliardo di euro, ne è un esempio lampante: Scheuer è rimasto in carica, ha insistito di non aver commesso alcun errore e, a tutt’oggi, si rifiuta di riconoscere qualsiasi responsabilità.
L’economista direbbe: il sistema crea incentivi perversi, e gli incentivi perversi producono risultati subottimali. La soluzione non sta nel fare appello al carattere delle persone coinvolte: i soli appelli al carattere non cambiano nulla a livello strutturale. La soluzione risiede in una diversa architettura degli incentivi. Questa include parametri di valutazione delle prestazioni più chiari, strutture retributive basate maggiormente sul rischio, mandati più brevi e sanzionati in modo più coerente e, forse la cosa più importante, una rivalutazione sociale delle dimissioni volontarie. Chi si dimette volontariamente oggi è spesso percepito come qualcuno che ha ceduto alla pressione. In una cultura politica ed economica più sana, le dimissioni volontarie sarebbero viste come un’espressione di forza e integrità.
L’onore come fattore economico: il capitale sottovalutato
Infine, vale la pena considerare il concetto di onore da una prospettiva diversa: non romantica, ma economica. L’onore, inteso come capitale sociale e affidabilità istituzionale, ha un valore economico misurabile. I sistemi in cui i funzionari pubblici si assumono la responsabilità delle proprie azioni, in cui gli errori hanno delle conseguenze e in cui la responsabilità è garantita a livello istituzionale, funzionano meglio di quelli in cui ciò non accade. Attirano persone più qualificate alle cariche pubbliche. Generano maggiore fiducia. E la fiducia è la valuta più importante di qualsiasi organizzazione sociale.
L’erosione della cultura della rassegnazione non è dunque solo un problema morale. È un problema economico. Segnala che il sistema ha reciso il legame tra responsabilità e conseguenze. E un sistema che separa le conseguenze dalla responsabilità non è stabile nel lungo periodo. Accumula errori, svaluta la competenza di chi si comporta correttamente e premia un atteggiamento che la generazione precedente avrebbe semplicemente e sobriamente definito sfrontatezza.
Che l’impudenza venga oggi descritta come opportunismo, azzardo morale o fallimento sistemico del mercato, la sostanza rimane la stessa. Il risultato è identico: persone in posizioni di massima responsabilità che si rifiutano di assumersi la responsabilità dei propri fallimenti perché il costo di ammetterli è troppo alto e il costo di persistere è troppo basso. La questione non è se vogliamo o dovremmo tornare ai concetti di onore dei secoli passati. La questione è come costruire sistemi in cui la coerenza venga nuovamente premiata e l’irresponsabilità abbia di nuovo un prezzo.
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Konrad Wolfenstein
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