Lo Zar resta senza benzina e cereali. I blitz sulle raffinerie lasciano il segno


Nella battaglia per la benzina martedì scorso è stata registrata la prima vittima: un pensionato di Petrozavodsk, in Carelia, che dopo aver fatto ore di coda al distributore, pagato il pieno e infilato la pistola nel serbatoio, è stato stroncato da un infarto. Le ore di attesa nel caldo sono ormai la normalità in molte zone della Russia, e un neonato sito, benzokolonka.com, monitora in tempo reale la disponibilità, i prezzi e il tempo dell’eventuale attesa prima del rifornimento. In molte regioni i distributori sono chiusi per mancanza di carburante oppure – come succede da giorni in Crimea – erogano soltanto alle ambulanze, alle auto della polizia e dei servizi comunali. Più di 40 regioni russe hanno introdotto misure di razionamento del carburante e i russi più giovani scoprono con stupore il funzionamento del mercato nero, un fenomeno dimenticato insieme all’Urss.

Ufficialmente si tratta di una «crisi logistica», ha comunicato il vicepremier responsabile per l’energia Aleksandr Novak. Eufemismo che in fondo corrisponde alla verità: la benzina è sparita dopo che i droni ucraini hanno metodicamente colpito le raffinerie russe. Il Cremlino è stato costretto a ricorrere ad acquisti urgenti all’estero, in particolare in Belarus e in India: paradossalmente si tratta di benzina prodotta dal petrolio russo. Ma probabilmente non riuscirà comunque a tamponare la crisi: la deputata della Duma comunista Nina Ostanina ha dichiarato ieri che un terzo delle raffinerie russe sono fuori uso dopo gli attacchi ucraini, e che il governo sta nascondendo la verità per non generare panico.

E così, mentre il governo russo autorizza il ritorno alla produzione di benzina e gasolio di bassa qualità, e le autorità di Krasnodar e di Irkutsk mandano ai distributori la polizia per evitare disordini, il politologo Abbas Gallyamov paragona la «crisi della benzina» alle code per il pane a Pietrogrado che nel 1917 avevano innescato la rivoluzione contro lo zar. Un pronostico per ora prematuro, anche se ad ascoltare i russi – sia gli oppositori in esilio, sia i sostenitori dell’invasione dell’Ucraina, sia la «maggioranza silenziosa» – colpisce una improvvisa unanimità: tutti parlano di «disastro» e di «crisi».

I 40 giorni concessi da Volodymyr Zelensky ai suoi militari per «persuadere la Russia a trattare» non sono ancora finiti, ma i sondaggi registrano già un numero record di russi scontenti del loro tenore di vita: il 56%, il massimo in 20 anni di rilevazioni.

Ovviamente questo scontento ha un nome e un volto, quello di un Vladimir Putin insolitamente esitante, che dai teleschermi rassicura che la benzina tornerà presto, e tenta di consolare i russi snocciolando nomi (sbagliati) dei villaggi ucraini che il suo esercito starebbe conquistando. Il presidente russo appare al centro di una tempesta perfetta: la sparizione della benzina si è sovrapposta alla crisi dei conti dello Stato, e gli attacchi degli ucraini nel profondo della Russia hanno mandato in frantumi la percezione della potenza russa.


«L’aviazione senza pilota ucraina controlla il cielo russo come minimo fino agli Urali», constata lo storico Nikolay Mitrokhin, e in Crimea la stagione delle vacanze è finita prima di iniziare. Perfino tra i propagandisti più agguerriti la probabilità di doversi ritirare dalla penisola occupata viene considerata reale, e il politologo Vladimir Pastukhov parla di «vergogna crimeana», sostenendo che i russi avevano elevato Putin a una «figura sacrale» proprio per l’annessione del 2014. Come Lord Voldemort con i Horcrux, il dittatore russo ha trasformato la Crimea nel cuore del suo mito, che ora diventa «la sua vulnerabilità maggiore».

A giudicare dalla retorica con la quale Putin ha dato il via, domenica scorsa, alla campagna elettorale di Russia Unita, ha tutta l’intenzione di rilanciare, come ha già fatto diverse volte durante gli ultimi quattro anni e mezzo. I mezzi per una nuova escalation però sono molto scarsi: manca la benzina, mancano gli uomini – soltanto ieri la polizia ha arrestato a Penza un altro attivista che aveva denunciato le torture inflitte ai soldati di leva per costringerli ad arruolarsi al fronte – e i soldi.

L’economia russa è diventata «una spugna secca», come la definisce l’economista moscovita Inna Andronova, che parla in un report dell’università Rudn di spese militari salite al 7,3% del Pil, con le entrate da petrolio e gas al minimo ventennale e una «base demografica in contrazione irreversibile». Ma soprattutto manca il consenso: i russi potevano aver applaudito una guerra che sembrava facile vincere, ma oggi il presidente della maggior banca russa Sberbank, German Gref, osa dire in pubblico: «Non penso che esista una sola persona in Russia che pensi a qualcosa che non sia la conclusione, al più presto, dei combattimenti». I sondaggi e i social gli danno ragione, e per la prima volta in 27 anni al Cremlino il leader russo si trova in contrasto con la maggioranza dei suoi sudditi. Resta da capire chi dei due sarà costretto a cambiare idea.


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 Anna Zafesova

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