Nella Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro, presso il Senato della Repubblica, si è svolto mercoledì 1° luglio 2026 il convegno “Emergenza salari e attacco al diritto di sciopero: sfruttamento senza fine”, promosso su iniziativa dei senatori Tino Magni, di Alleanza Verdi e Sinistra, e Mario Turco, del Movimento 5 Stelle. Sono intervenuti i referenti nazionali della Confederazione Unitaria di Base, portando all’attenzione dei presenti un’analisi che lega due questioni di rilievo costituzionale: l’andamento dei salari e l’effettivo esercizio del diritto di sciopero.
La ricostruzione parte da un processo iniziato tra gli anni Ottanta e Novanta, quando la progressiva compressione delle retribuzioni si è accompagnata alla riduzione degli strumenti a disposizione dei lavoratori per difenderle. Lo smantellamento della scala mobile, avviato nel 1984 e culminato nella politica dei redditi del 1993, ha aperto una lunga fase di arretramento del potere d’acquisto. Nello stesso periodo, la legge 146 del 1990 — ulteriormente irrigidita nel 2000 — ha introdotto vincoli sempre più stringenti all’esercizio dello sciopero. A questo si è aggiunto l’esito del referendum del 1995 sull’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori, che ha limitato il riconoscimento delle rappresentanze sindacali aziendali alle organizzazioni firmatarie degli accordi applicati nei luoghi di lavoro: secondo la denuncia sindacale, ciò ha consentito alle controparti datoriali di selezionare i sindacati con cui trattare, indebolendo la libertà di scelta di lavoratrici e lavoratori. Il punto politico centrale emerso dagli interventi è netto: la perdita salariale, la limitazione dello sciopero e l’assenza di una rappresentanza realmente democratica non sono fenomeni separati, ma parti dello stesso processo di indebolimento del lavoro.
I dati richiamati durante il convegno restituiscono un quadro allarmante. Nel 2025 circa due milioni di lavoratori regolari hanno percepito una retribuzione inferiore a nove euro lordi l’ora; includendo il lavoro nero e irregolare, la quota sale a circa il 18% degli occupati. A marzo 2026 le retribuzioni avevano perso oltre l’8,5% del potere d’acquisto rispetto a gennaio 2021, con punte del 10% nei servizi, mentre il costo del carrello della spesa è aumentato del 24%. La crescita dei prezzi ha colpito soprattutto i redditi più bassi, che destinano una parte maggiore delle proprie risorse ai beni essenziali, all’alimentazione e all’abitazione, e gli aumenti contrattuali degli ultimi anni non sono stati sufficienti a recuperare quanto perso durante la fase di maggiore inflazione. La conseguenza è la diffusione del lavoro povero: il Rapporto statistico Caritas citato negli interventi mostra che il 24% delle persone assistite nel 2025 aveva un’occupazione regolare ma un reddito insufficiente per sostenere il costo della vita, e tra gli operai e i lavoratori assimilati la povertà assoluta raggiunge il 15,6% — una famiglia operaia su sei vive sotto la soglia di sussistenza. Contratti a termine, false partite IVA, lavoro irregolare e part-time involontario rendono la precarietà una condizione strutturale: per milioni di persone avere un’occupazione non significa più essere protette dalla povertà.
La crisi salariale non produce gli stessi effetti su tutti. Le donne rappresentano quasi il 60% dei lavoratori a basso salario, nonostante costituiscano una quota sensibilmente inferiore dell’occupazione complessiva, e il ricorso al part-time, spesso involontario, grava in particolare sull’occupazione femminile. Il divario salariale tra lavoratori italiani e migranti supera il 32%, e la condizione più penalizzante riguarda le donne migranti, soprattutto extraeuropee, i cui salari medi risultano inferiori del 42,6% rispetto a quelli degli uomini italiani: la loro forte concentrazione nei lavori di assistenza e cura della persona, caratterizzati da basse retribuzioni, part-time e lavoro sommerso, aggrava ulteriormente questa disparità.
Ampio spazio negli interventi è stato dedicato al progressivo restringimento del diritto di sciopero. Preavvisi obbligatori, servizi minimi, limiti di durata, intervalli tra le mobilitazioni, precettazioni e sanzioni hanno reso l’esercizio di questo diritto costituzionale sempre più complesso e meno efficace. La denuncia sindacale riguarda in particolare la trasformazione della Commissione di Garanzia da organismo di vigilanza a soggetto che interviene direttamente nella definizione delle regole del conflitto sindacale, ampliando nel tempo l’ambito di applicazione della legge 146/90. Particolare rilievo è stato dato alla delibera di orientamento n. 26/88, con la quale nel 2026 sono stati estesi alla logistica vincoli previsti per i servizi essenziali: un’estensione che la CUB giudica priva di adeguato fondamento giuridico, destinata a ostacolare le mobilitazioni in uno dei settori maggiormente segnati da appalti, sfruttamento e precarietà.
Su questo sistema è intervenuto anche il Comitato Europeo dei Diritti Sociali, che ha accertato la violazione dell’articolo 6, paragrafo 4, della Carta Sociale Europea. La pronuncia contesta l’eccessiva ampiezza della nozione di servizio essenziale, la rigidità delle restrizioni sui tempi e sulle modalità degli scioperi e il peso degli obblighi burocratici imposti alle organizzazioni sindacali. Secondo la CUB, anziché avviare una revisione delle norme e delle prassi censurate, la Commissione di Garanzia ha proseguito nella propria direzione, arrivando all’estensione dei vincoli al settore della logistica.
Gli interventi al convegno non si sono fermati alla denuncia. È stata illustrata una piattaforma rivendicativa articolata in nove punti, che collegano la questione salariale alla protezione sociale, alla lotta contro la precarietà, alla democrazia sindacale, agli investimenti pubblici, alla giustizia fiscale, al superamento delle discriminazioni, alla formazione professionale e al pieno esercizio del diritto di sciopero: tra le richieste avanzate, un salario minimo non inferiore a 12 euro l’ora, il ripristino del Reddito di Cittadinanza, una legge sulla rappresentanza sindacale realmente democratica e l’abrogazione della legge 146/90 e della legge 83/00.
“È urgente cambiare passo e direzione: altrimenti si ipoteca il futuro dei lavoratori e delle masse popolari, dell’intero Paese e delle future generazioni. Serve coraggio e determinazione. Servono scelte di campo”.
L’analisi completa, i dati e le nove proposte formulate dalla Confederazione Unitaria di Base sono disponibili nel documento presentato in occasione del convegno.
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Editor Contenuti CUB
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