di Filippo Boretti (architetto)
Il caso Acca non può finire con lo sgombero. Anzi, proprio lo sgombero dimostra che serve finalmente un tavolo vero: non un tavolo di apparenza, non un tavolo convocato quando la tensione è già fuori controllo, non un tavolo utile soltanto a prendere tempo mentre ciascuno prepara la propria prossima mossa.
Lo sgombero forzato del presidio Sudd Cobas, avvenuto questa mattina davanti alla Acca di Seano, segna un passaggio molto serio. Non perché lo Stato non debba far rispettare provvedimenti, proprietà, accessi, ordine pubblico e decisioni dell’autorità giudiziaria. Lo Stato di diritto esiste anche per questo. Ma proprio per questo il punto politico è ancora più grave.
Se dopo giorni di tensione, scontri, feriti, denunce, lavoratori a rischio licenziamento, imprenditori in allarme, merce bloccata e un tavolo istituzionale appena avviato, la svolta arriva con uno sgombero in forze e con i furgoni pronti a recuperare i pacchi, allora qualcosa non ha funzionato. E ciò che non ha funzionato ha un nome: la politica. Ovvero, la mediazione annunciata, promossa, comunicata.
Non ha funzionato quel tavolo che, a questo punto, sembra più un tavolino: minimo, tardivo, stretto dentro l’urgenza e incapace di affrontare la vera dimensione della vicenda. Ripetiamolo: Acca non è solo una ditta, non è e non può essere solo un presidio sindacale. Non è neppure solo la merce dei pronto moda da consegnare in Europa. E ancor di più: non è affatto un problema di Carmignano, ma di Prato. Infine, non è nemmeno soltanto una questione di ordine pubblico.
Acca è il punto in cui esplodono, tutti insieme, lavoro, logistica, pronto moda, diritti sindacali, proprietà della merce, interessi economici, legalità, filiere opache, rapporti con l’imprenditoria cinese, ruolo delle istituzioni e governo reale del territorio.
E quando una vicenda così perfetta – come un caso studio – viene trattata soprattutto come un conflitto tra chi blocca la merce e chi deve recuperarla, il rischio non è più soltanto vedere una parte della realtà. È scegliere la parte che, a seconda del punto di vista, fa più comodo.
Da una parte, certo, ci sono proprietari che rivendicano la restituzione delle merci. Ma dalla parte cardine della questione ci sono lavoratori che rischiano il posto, che denunciano lo spostamento dell’attività altrove e che vedono cancellati anni di battaglie per contratti, salario e dignità. In mezzo ci sono le forze dell’ordine, ovvero il tanto invocato Stato, chiamate ancora una volta a gestire con i caschi ciò che la politica non ha saputo governare prima. Non anzitempo, ma alla fine. A valle di tutto ciò che non si è saputo, o voluto, vedere.
Ed è qui che il paradosso diventa evidente. Lo Stato interviene per liberare la merce. Ma chi libera il territorio dal sistema che ha prodotto questa crisi?
Perché se il problema viene ridotto alla legittima restituzione dei pacchi, allora i temi veri restano sotto il tappeto: il futuro dei lavoratori, la continuità occupazionale, il destino della logistica, la tracciabilità delle merci, la responsabilità delle aziende, il ruolo dei pronto moda, gli appalti, le subforniture, la fiscalità, i capannoni, gli affitti, le società che aprono e chiudono, le pressioni economiche e il rapporto, sempre più urgente, con la dimensione cinese del distretto.
La legalità non può essere solo il diritto di riprendere la merce.
Legalità deve significare prima di tutto – non solo anche – diritto al lavoro dignitoso, contratti rispettati, imprese trasparenti, filiere verificabili, capannoni controllati, responsabilità chiare e istituzioni presenti prima che la polveriera esploda. La base certa e solida dello Stato di diritto, nel rispetto costituzionale del lavoro, si fonda anche su questo. Non solo su altri diritti, per quanto importanti e riconosciuti.
Ora serve una cabina di regia pubblica, permanente, verbalizzata, con compiti, tempi e responsabilità. E Prato deve esserne il perno. Non perché Seano non conti. Né perché Carmignano non abbia responsabilità. Ma perché il sistema che esplode a Seano ha il suo baricentro a Prato. Il pronto moda è pratese. La logistica è pratese. La rendita dei capannoni è pratese. Una parte delle intermediazioni è pratese. Una parte dei servizi è pratese. E la rappresentazione pubblica che per anni ha minimizzato il distretto parallelo è pratese.
Dunque un tavolo vero dovrebbe mettere insieme Comune di Prato, Comune di Carmignano, Montemurlo, Provincia, Regione, Prefettura, forze dell’ordine, Guardia di Finanza, Ispettorato del lavoro, Asl, associazioni economiche, sindacati, rappresentanze dell’imprenditoria cinese, autorità consolari cinesi e, per quanto di competenza, gli uffici giudiziari. Non per fare l’ennesima fotografia del problema. Ma per decidere chi fa cosa.
- Primo: tutelare i 95 lavoratori e impedire che il costo della legalità ricada solo su chi ha conquistato diritti;
- Secondo: verificare dove va il lavoro, dove si sposta la merce, quali magazzini subentrano e con quali contratti;
- Terzo: controllare la filiera del pronto moda, non solo il cancello della Acca;
- Quarto: distinguere le imprese sane da quelle che vivono di opacità, sfruttamento e concorrenza sleale;
- Quinto: chiamare Prato alla propria responsabilità politica, economica e istituzionale.
Perché oggi il rischio è chiarissimo. Si sgombera il presidio. Si recupera la merce. Si abbassa per qualche ora la tensione davanti al cancello. Ma il sistema resta intatto. E se il sistema resta intatto, la prossima Acca è già scritta.
La sconfitta di stamani non è dei lavoratori soltanto. Né tanto meno dei Sudd Cobas soltanto. Non è nemmeno delle forze dell’ordine, che eseguono ordini e provvedimenti dentro una situazione ormai degenerata. È una sconfitta della politica.
Perché il punto non è scegliere tra merce e lavoratori. Il punto è governare finalmente il sistema che li mette uno contro l’altro. Da Prato, prima di tutto.
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Redazione La Firenze Che Vorrei
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