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Ancora incertezze sul settore della difesa europea in vista del meeting della Nato della prossima settimana. KNDS, colosso franco-tedesco dei carri armati di stanza ad Amsterdam, ha deciso di posticipare la quotazione da 12-15 miliardi di euro che aveva programmato per questa settimana citando la recente volatilità del suo settore.
Il colosso dei tank Leopard 2 e dei semoventi Caesar ha le sue ragioni: lo STOXX Europe Targeted Defence aveva superato i 6.800 punti a gennaio e ora fatica a recuperare i 6.000 punti, quindi incorpora un calo di almeno il 12% in pochi mesi.
La tedesca Rheinmetall dai massimi di gennaio ha perso addirittura il 45%, passando da oltre 1.966 euro a neanche 1.100 e accusando violentemente la decisione del ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius di rinunciare alla maxi fregata 126 che prometteva in 10 anni appalti per 10-12 miliardi di euro per Rheinmetall con un apporto annuo al fatturato di circa 1-1,2 mld. Ritardi e rincari avevano contribuito alla decisione di Berlino, ma il governo aveva deciso di ripiegare sull’alternativa di 8 Meko-A-200, delle fregate molto più piccole la cui costruzione sarebbe affidata alla tedesca TKMS, che quel 24 giugno ha fatto un balzo del 16% a Francoforte. Sì, TKMS è l’acronimo della thyssenkrupp Marine Systems che Fincantieri avrebbe tanto voluto comprare, ma il dossier sembra chiuso ed è ormai un’altra storia.
Difesa UE, i casi di KNDS e Quantum Systems
Il caso di oggi resta quella del rinvio dell’IPO di KNDS, un bye bye alla Borsa da parte di un colosso da 11 mila dipendenti, 4,4 miliardi di euro di fatturato nel 2025, 33,1 miliardi di backlog.
L’IPO era stata confermata appena lo scorso 24 giugno e l’operazione prevedeva il collocamento di un flottante di circa il 20% della società dei tank e il riassetto della compagine azionaria in un 40% in mano a GIAT Industries (Stato francese) e il resto a KfW, la CDP tedesca che per l’occasione avrebbe comprato le quote della famiglia Bode rimasta socia del gruppo KNDS alla sua nascita dalla fusione tra la vecchia Krauss-Maffei Wegmann (KMW) e la francese Nexter.
Ma ci sono anche notizie positive, quando il gruppo tedesco di droni Quantum Systems ha annunciato la raccolta di 1,2 miliardi di dollari e una valutazione post-money di 8 miliardi di dollari. I CEO Florian Seibel e Sven Kruck hanno giustamente rivendicato un’operazione di respiro internazionale guidata da big come Blackstone, Airbus e Advent, ma hanno anche confermato che la guerra in Ucraina (e più di recente anche quella in Iran) ha cambiato il quadro generale creando spazi di crescita per droni sempre meno cari al posto di missili tradizionalmente molto più dispendiosi.
Anche per questo la prospettiva resta fondamentale nel settore difesa.
Un anno fa sembrava chiaro che Rheinmetall avrebbe impiegato alcuni impianti di Volkswagen per realizzare dei carri armati, alleggerendo le pressioni sulla sua catena produttiva domestica, ma oggi quello scenario è molto meno solido e la situazione del sito Osnabrueck da 2.300 lavoratori si fa più delicata. Per Volkswagen emerge il rischio che il piano lacrime e sangue di chiusura di 4 siti in Europa (Hanover, Zwickau, Emden e Neckarsulm) e di ben 100 mila licenziamenti (su 650 mila posizioni totali) possa non bastare.
La difesa UE resta insomma un settore strategico, ma lo stock picking prende sempre più il posto di acquisti generici che hanno nel recente passato catapultato i multipli di alcune società su livelli insostenibili.
Lo STOXX Europe Targeted Defence quota già a 30,4 volte gli utili degli ultimi 12 mesi (P/E trailing) e a 27,8 volte gli utili attesi (P/E Forward). Questo indice settoriale a 6,6 volte il book (Price/book), 2,8 le vendite (Price/sales) e 31,3 volte il cash flow (price/cash flow).
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Difesa UE, resta indispensabile la prospettiva
La prospettiva generale resta indispensabile. La stessa BCE ha ripetuto spesso che gli investimenti UE nel settore della difesa sono un fattore di stabilizzazione economica. In uno studio recente ha concluso che, nonostante una fase di riflessione sugli investimenti, si stimano vantaggi per la crescita reale del Pil e un modesto effetto sull’inflazione.
L’apripista è sempre la Germania: la sua capienza fiscale e l’urgenza di rilanciare l’intero modello economico impongono la destinazione di grandi risorse anche agli armamenti.
L’ultimo budget di Berlino si focalizza su questi capitoli di spesa e, secondo recenti calcoli di Reuters, dovrebbe prevedere solo per la spesa in difesa ben 82,7 miliardi di euro nel 2026 e 105,8 miliardi nel 2027, che potrebbero salire a € 144,9 mld, se si considerassero anche i denari inviati all’Ucraina. Tutto è partito con un fondo speciale tedesco da 100 miliardi di euro del giugno del 2022 dalla Bundestag sotto l’allora governo di Olaf Scholz in scia allo scoppio della guerra in Ucraina, ma da allora i dossier si sono rafforzati, differenziati e intrecciati con le politiche europee in materia.
Anche il cancelliere Friedrich Merz sostiene l’obiettivo di una spesa tedesca in difesa al 5% del Pil entro il 2035, ma non mancano le difficoltà e anzi si moltiplicano, complicando, in questi giorni, il già difficile percorso verso il prossimo meeting della NATO in Turchia (l’appuntamento ad Ankara è per il 7 e 8 luglio). Berlino si presente un po’ meglio degli altri: quei quasi 145 miliardi di spesa in difesa nel 2027 coprirebbero il 3,1% del Pil e la allineerebbero all’obiettivo intermedio di una spesa al 3,7% del Pil nel 2030.
Naturalmente il presidente Usa Donald Trump non ha risparmiato delle sferzate: in un post di qualche ora fa ha sottolineato che gli States investono in difesa quasi 1 trilione di dollari contro i 90,5 mld UK, i 66,5 mld della Francia, i 48,98 mld dell’Italia o i 44,3 miliardi della Polonia. Mancano sia la Germania, che un quadro complessivo delle spese UE (€ 381 mld nel 2024 poi cresciuti nel 2025), inoltre i 999 miliardi USA sono il dato cumulato tra 2014 e 2025 e non solo per la Nato, ma anche per Indo Pacifico, difesa interna e modernizzazione nucleare. Insomma il fact-checking ridimensiona non poco gli squilibri, ma l’enorme fragilità della Nato, soprattutto dopo la crisi iraniana, non è un fatto trascurabile per nessuno.
E per Roma, già in crisi relazionale con Washington, il dossier difesa potrebbe rivelarsi spinoso. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha sostanzialmente rinviato di qualche settimana o mese la decisione (“al massimo entro settembre”) di accedere o meno al programma di finanziamento UE della difesa SAFE in base al quale Roma potrebbe chiedere circa 6 miliardi di euro.
Sono risorse comunque da ripagare, il governo deve valutare l’eventuale convenienza del finanziamento europeo rispetto ad altre formule e a settembre potrebbero liberarsi importanti spazi di bilancio nel caso in cui l’Italia riuscisse a uscire davvero dalla procedura di eccesso di deficit.
Come per la difesa, insomma, le variabili da tenere a fianco sono numerose e questo rende la visione d’insieme indispensabile.
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