Un saper leggero (Einaudi) è un libriccino che, in 182 pagine, affronta un argomento da tomo enciclopedico: l’eccesso di informazione. L’autore è Xavier Nueno, spagnolo passato da Parigi e Harvard, che insegna una varietà di materie, fra cui Estetica e Teoria dei media, all’Università di Losanna. Per informazione non si intendono soltanto le notizie (o le notifiche) che ci sommergono ma, più in generale e più pervasivamente, i dati che accumuliamo nella nuvola, il cloud sempre più ingombrante. “In base ad alcune stime pare che nei soli ultimi due anni sia stato prodotto il 90 per cento dell’informazione generatasi nel corso dell’intera storia dell’umanità”. Come si fa allora a tracciare una “Breve storia” di questa alluvione che ogni giorno ci sommerge, senza alimentarla? Secondo Nueno, con l’arma di un “saper leggero” e di una prospettiva peculiare: la storia dell’idea culturale di biblioteca in Occidente.
Xavier Nueno, come è nato questo libro?
“È nato nel 2012, quando si cominciava a discutere di big data e di come le aziende fossero interessate a conservare e sfruttare i dati per conoscere i nostri comportamenti, le nostre preferenze e i nostri modelli di consumo. E così, interrogandomi sull’eccesso di informazione, ho notato una costante: l’ansia, che ricorre nella nostra relazione nei confronti della scrittura e della conservazione del sapere”.
In che cosa si traduce?
“Pensiamo al libro e alla biblioteca come a strumenti di civilizzazione; eppure, fin dall’antichità esistono voci che suggeriscono come essi possano avere effetti negativi su di noi. È celebre l’argomentazione di Platone contro la scrittura, Aristotele considerava l’intellettuale malinconico e Seneca festeggiò quando la Biblioteca di Alessandria andò a fuoco, poiché riteneva quell’accumulo di libri pura erudizione, una conoscenza non integrata con l’esperienza. È stato quando ho incontrato questo lato b dell’idea più convenzionale di biblioteca e di scrittura che è nato il libro, all’incrocio fra il dibattito contemporaneo sui dati e l’impulso a rivolgermi al passato per cercare delle risposte sulla storia di questa ossessione”.
Le sue origini?
“Io credo che, fin dall’invenzione della scrittura, il mondo abbia iniziato a sentirsi stracolmo di parole. Oggi la relazione con la biblioteca è filtrata dall’esperienza degli strumenti di Ia generativa e proviamo un senso di esaurimento: ci sembra che tutto sia già stato calcolato e previsto e che l’Ia ci tolga la possibilità di dire qualcosa di veramente nuovo. Ebbene, già tremila anni fa, uno scriba egizio si lamentava dello sforzo di trovare parole nuove, diverse da quelle usate dai suoi predecessori…”.
Nel libro delinea un’opposizione fra l’ansia di fronte alla marea di informazioni e conoscenze e, al contrario, l’impulso a liberarsi di questo fardello, a distruggere tutto e ricominciare.
“Sì. Immaginare una biblioteca che brucia mi ferisce come una perdita terribile; però, se penso che lo stesso accada a un data center, provo sollievo, perché percepisco il potere che esercita su di me evaporare nell’aria… Forse era un sentimento simile a quello di chi, nel passato, sentiva di riguadagnare la propria libertà, come Seneca o come i rivoluzionari francesi, che volevano recidere ogni legame con l’Ancien Régime”.
L’accumulo diventa veramente ossessivo nel Rinascimento?
“Nel Rinascimento e con l’invenzione della stampa. A quel punto vediamo apparire le stesse espressioni che usiamo oggi: siamo sommersi, anneghiamo sotto il peso dei libri, siamo sovraccarichi. Anche se il significato non è il medesimo: allora le lamentele riguardavano l’ansia delle élite che volevano preservare la propria autorità sulla cultura, divenuta accessibile a tutti; oggi, al contrario, la nostra ansia ha a che fare con il sorgere di monopoli che detengono quelle informazioni e le centralizzano”.
Che cos’è il mito della biblioteca infinita?
“Vede, all’inizio ero preoccupato: esistono già fin troppi libri, perché scriverne un altro? Ebbene, credo che una delle ragioni per scrivere un libro sia proprio che ce ne sono troppi. Il desiderio di liberarsi di tutto quello che è già stato detto e scritto e che si ripete, e allo stesso tempo di non perderlo, di conservarne la memoria, è strettamente connesso all’atto di scrivere. Quando il fuoco avrà divorato ogni libro presente nella biblioteca, allora essa sarà più presente che mai, poiché è proprio il libro che scriviamo, a impedire alla biblioteca di espandersi fino alle dimensioni del mondo…”.
È un po’ l’operazione compiuta dagli Illuministi con l’Enciclopedia?
“L’Enciclopedia è un progetto di sintesi di tutto ciò che si ritiene abbia valore e debba essere conosciuto e conservato, in caso di catastrofe: una pratica di riduzione e di selezione, non tanto diversa dagli estratti. È una modalità possibile di gestire l’eccesso”.
Un’altra?
“Cercare di accumulare tutto: è quella con cui abbiamo più familiarità. E poi ce n’è una terza, secondo me affascinante: la biblioteca dell’amatore, che ha origine nell’approccio alla lettura e al sapere con cui Montaigne cerca una alternativa all’erudizione, aprendo uno spazio culturale pubblico ai non esperti. Direi che è un tipo di biblioteca felice di convivere con l’eccesso, minimizzandone però l’importanza, e inseguendo fortemente la propria libertà rispetto a esso”.
E com’è la nostra relazione di oggi con quella biblioteca immane che sono i data center?
“C’è un senso di frustrazione, credo, insieme a molti aspetti affascinanti, come il fatto che i Large language model siano addestrati sui libri e, allo stesso tempo, ne conservino delle copie, proprio come una biblioteca, e ne combinino i contenuti in modi sorprendenti, anche se non sempre legali… E che possono darci la sensazione che tutto sia stato detto. Ma l’idea della biblioteca è proprio che essa, come il linguaggio, sia inesauribile.
Dobbiamo resistere alla logica del minimo sforzo e non lasciare alle macchine il compito di sostituire la nostra capacità di pensare, che è quella di trasformare la realtà e i pensieri in parole. Il minimo sforzo si traduce in un peso enorme, alla fine. Invece il saper leggero richiede un grosso sforzo”.
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redazione@ilgiornale-web.it (Eleonora Barbieri)
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