Quei giorni d’estate a Termoli, quando bastava poco per fare festa


TERMOLI. Ormai siamo pienamente entrati nell’estate 2026, quella stagione che più di ogni altra contraddistingue la nostra città in chiave turistica e che ormai viene identificata come “Estate Termolese”. Un cartellone di eventi quasi quotidiani per circa tre mesi e mezzo, giunto quest’anno alla sua 68ª edizione. In sostanza, la prima volta che andò in scena, chi vi scrive aveva appena quattro anni.

Per la verità, nei primi anni non era denominata “Estate Termolese”, ma più semplicemente “Agosto Termolese”. Il motivo era semplice: non esistevano i mezzi di promozione di oggi e soprattutto non c’era una disponibilità economica così ampia. Tutto quello che si riusciva a programmare erano eventi essenziali per ravvivare l’estate cittadina, concentrati soprattutto nel mese di agosto, periodo nel quale tornavano in vacanza anche quei termolesi che abitualmente non risiedevano più in città.

Oggi, invece, abbiamo un programma sempre più ricco, con eventi che iniziano a giugno e proseguono quasi quotidianamente fino a metà settembre e, in alcuni casi, anche oltre.

Negli anni Cinquanta e Sessanta gli appuntamenti principali dell’Agosto Termolese erano concentrati soprattutto il 3 e il 4 agosto. Il 3 agosto era la vigilia di San Basso, Patrono della città: la Messa mattutina e poi la processione a mare con la statua del Santo sulla barca sorteggiata, seguita da tutta la flottiglia dei motopescherecci.


Il giorno successivo, il 4 agosto, la Messa all’alba davanti al mercato ittico, dove le pie donne avevano vegliato per tutta la notte il Santo Patrono. Dopo la celebrazione iniziava la processione di ritorno verso la Cattedrale; nel pomeriggio il pontificale e poi la processione per le vie della città.

Dopo il rientro in Cattedrale, Don Rocco Sciarretta, parroco del Borgo, offriva a tutti noi chierichetti che avevamo partecipato alla processione un gelato Mottarello. Per noi era una grande festa.

A mezzanotte, dopo il concerto bandistico in piazza Duomo, arrivavano i fuochi d’artificio.

Un’altra grande festa era quella di Ferragosto, il cui momento più atteso era l’incendio del Castello. Un appuntamento arricchito anche dalla sagra dei tortellini ideata dalla fabbrica dei pastai Fusco di Termoli, che aveva i propri locali sulla salita di via Mario Milano.

In quegli anni, però, non c’erano ancora le folle da centomila presenze: arrivavano i termolesi residenti, quelli rientrati per le vacanze e qualche visitatore dai paesi vicini.


Ma la festa più attesa era quella che praticamente chiudeva l’Agosto Termolese e le vacanze estive: l’ultima domenica di agosto con “‘A Sagre du Pesce”. Una sagra che, soprattutto noi ragazzini di allora, aspettavamo come la manna dal cielo.

Aspettavamo che iniziassero a costruire quelle solide basi di mattoni che poi diventavano i forni, dove sopra venivano sistemate due enormi pentole con un manico lunghissimo: le famose “sartagne”.

Lì dentro, con tanto olio bollente, veniva fritto il pesce della sagra. Aspettavamo anche che mettessero la “triglia” delle luminarie sopra le torrette belvedere all’ingresso del Borgo.

Per la sagra c’erano riti precisi prima di arrivare al momento più bello: scegliere, o meglio “recapè”, il pesce, pulirlo, infarinarlo e poi aspettare il momento della frittura.

I gammarille (gamberetti), i trèije (triglie), i calamere (calamari), le seccetelle (seppioline) finivano dentro le sartagne per diventare quella frittura che ancora oggi porta alla mente profumi e ricordi.


C’erano file interminabili di persone: prima bisognava ritirare i biglietti e poi, a prezzi davvero modici, arrivava la tanto desiderata vaschetta piena di pesce fritto. Noi ragazzi, naturalmente, i soldi per comprarla spesso non li avevamo. Così avevamo escogitato un piccolo stratagemma: ci infilavamo sotto i tavoli che separavano chi friggeva dal pubblico in attesa.

A volte chi ritirava i biglietti si dimenticava di strapparne un lembo come prova dell’avvenuta consegna e quei pezzetti finivano a terra. Noi aspettavamo proprio quello: recuperavamo il biglietto, ci mettevamo in fila e riuscivamo a prendere la nostra vaschetta senza aver speso una lira.

La furbizia, a volte, aguzza l’ingegno.

Ma aspettavamo la fine della sagra anche per un altro motivo: prenderci le luminarie, quelle forme di carta colorata a forma di animali con dentro una lampadina che creavano effetti di luce bellissimi.

Ci divertivamo davvero con poco. Pensate che noi, per imitare i grandi che giocavano alla passatella — un tempo con il vino, poi adattandosi anche alla birra — non avendo disponibilità economica, la facevamo con l’acqua minerale.


La passatella vera, invece, era una cosa seria.

Si giocava con le carte napoletane, un gioco che per tanti anni è stato il protagonista assoluto delle nostre vecchie osterie, prima che le nuove generazioni iniziassero a frequentare pub e locali moderni. ‘A Passatelle era soprattutto un momento di socializzazione, un modo per trascorrere qualche ora in compagnia degli amici davanti a una damigiana di vino da condividere insieme.

Prima però di iniziare il gioco vero e proprio bisognava stabilire chi avrebbe avuto il comando. E quale sistema poteva esserci se non quello di smazzolare le carte napoletane?

Ogni partecipante riceveva le proprie carte e la sorte decideva chi avrebbe ottenuto il punteggio più alto.

Quello che aveva totalizzato più punti diventava “‘U Padrone” da passatella, colui che aveva il compito di gestire il gioco e decidere come distribuire le bevute. Il secondo classificato diventava invece “‘U Sotto”, una sorta di collaboratore del padrone: poteva confermare le decisioni del capo oppure scegliere di bere al posto degli altri.


Lo scopo del gioco era semplice: stare insieme, ridere, scherzare e condividere un momento di allegria.

Ma dentro quel gioco c’erano anche dinamiche fatte di amicizia, rispetto, sfottò e qualche piccola presa in giro tra compagni. Il modo per dimostrare rispetto verso gli amici era proprio quello di farli bere, coinvolgendoli nel gioco. Al contrario, il gesto di non concedere la bevuta diventava una forma di scherzo, una piccola “punizione” goliardica.

‘A Passatelle era questo: non soltanto un gioco, ma uno spaccato di vita delle nostre comunità, delle vecchie osterie, delle serate passate insieme e di un modo di stare in compagnia che oggi appartiene ormai ai ricordi di molti.

E spesso diventava quasi un gioco al massacro, tra vino e, più recentemente, birra.

C’erano i personaggi. E capitava che qualcuno venisse dichiarato “‘Ulme”, cioè a secco, con la gola arsa dalla sete. Oggi, a pensarci, può far sorridere. Ma allora era così: la passatella era una legge non scritta, una cosa seria. Nessuno osava andare contro il volere du’ Padrone, giudice assoluto di vita e di sete. Alcune partite di passatella duravano giornate e serate intere. Cosa si faceva allora per un bicchiere di birra fresca, soprattutto con l’arsura dell’estate? Si faceva di tutto.


Era anche questa una parte dell’identità termolese.

A volte capitava che si rompessero amicizie longeve per una mancata bevuta, altre volte invece ne nascevano di nuove. Era così. Magari un’identità particolare, fatta di piccoli riti, giochi, furbizie e tradizioni. Ma pur sempre identità termolese.

Michele Trombetta




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