13.21 – domenica 5 luglio 2026
(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
////
La web tax italiana vola e batte le previsioni per il terzo anno consecutivo, mentre la Global Minimum Tax — il grande progetto OCSE per tassare i profitti delle multinazionali al 15% — esordisce con un clamoroso buco da 335 milioni. L’imposta sui servizi digitali ha reso 637 milioni nel 2025, contro i 455 milioni del 2024: un incremento di 182 milioni pari al +40,1%. La crescita biennale supera il 62%: nel 2023 il gettito si fermava a 391 milioni. Ogni anno il consuntivo ha sistematicamente superato le previsioni del MEF — nel 2023 del 31%, nel 2024 del 16%, nel 2025 del 7,8% — segnale che i modelli previsionali non catturano la velocità con cui i ricavi digitali dei grandi gruppi internazionali crescono in Italia. La legge di bilancio 2025 ha ampliato la base imponibile eliminando la soglia minima di ricavi domestici da 5,5 milioni, estendendo il prelievo del 3% a tutti i ricavi da servizi digitali realizzati in Italia da gruppi con fatturato globale superiore a 750 milioni. È quanto emerge da un’analisi del Centro Studi Unimpresa, secondo cui è andata in direzione opposta la parabola della Global Minimum Tax, introdotta in attuazione della direttiva europea 2022/2523 e applicata per la prima volta all’esercizio fiscale 2024.
Le previsioni di gettito erano fissate a 381 milioni; il consuntivo si è fermato a 46,3 milioni accertati e 40,8 milioni versati, con un rendimento del 12,2% rispetto alle attese. «La web tax italiana dimostra che tassare la presenza digitale è possibile e redditizio. Ma la Global Minimum Tax ci ricorda che costruire un’imposta globale sui profitti delle multinazionali è enormemente più complesso di quanto i modelli OCSE avessero stimato. Raccogliere 46 milioni su 381 previsti non è uno scarto tecnico: è il segnale che la complessità degli adempimenti e le salvaguardie transitorie rischiano di svuotare uno strumento che sulla carta avrebbe dovuto valere miliardi per i bilanci europei. Servono semplificazione e certezza dei tempi, nell’interesse anche delle imprese italiane che operano sui mercati esteri e sostengono costi di compliance rilevanti senza che il sistema produca i risultati annunciati» commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha rielaborato dati della Corte dei conti, l’imposta sui servizi digitali — comunemente nota come web tax — è applicata in Italia dal 2020 ai ricavi generati in Italia da grandi gruppi tecnologici con fatturato globale superiore a 750 milioni di euro. L’aliquota è fissata al 3% sui ricavi derivanti da tre tipologie di servizi: veicolazione di pubblicità mirata su interfacce digitali, messa a disposizione di piattaforme di intermediazione multilaterale e trasmissione di dati degli utenti. Non si applica all’e-commerce di beni né ai servizi ai consumatori finali: è un’imposta business-to-business sulla presenza digitale in Italia delle grandi tech company. Il consuntivo 2025 certifica un gettito accertato di 637.072.986 euro, con versamenti effettivi per 637.025.017 euro — sostanziale coincidenza tra accertato e riscosso, indice di un’imposta con bassissimo contenzioso e adempimento quasi integrale. Rispetto ai 454.703.194 euro del 2024, l’incremento è di 182.370.000 euro, pari al +40,1%.
Rispetto ai 391.344.381 euro del 2023, la crescita biennale supera il 62,8%. Il dato più significativo è il sistematico superamento delle previsioni. Ogni anno il MEF fissa le stime sul consuntivo dell’anno precedente — un approccio cautelativo — e ogni anno il gettito effettivo le supera con abbondante margine. Nel 2025, le previsioni iniziali erano ferme a 586,9 milioni e quelle definitive a 590,9 milioni: il consuntivo le ha superate di 46,1 milioni (+7,8%). Nel 2023, le previsioni iniziali erano 303 milioni contro un consuntivo di 391 milioni (+29%). Nel 2024, 391 milioni previsti contro 455 milioni incassati (+16,2%). La web tax italiana è diventata un’imposta strutturalmente sottostimata: i modelli previsionali non catturano la velocità di crescita dei ricavi digitali realizzati in Italia dai grandi operatori internazionali.
Perché cresce così tanto: la riforma del 2025 La crescita del 2025 è amplificata da un intervento normativo strutturale introdotto dalla legge di bilancio 2025 (art. 1, commi 21-29, legge n. 207/2024). La riforma ha eliminato la soglia minima di ricavi domestici— fino al 2024 fissata a 5,5 milioni di euro di ricavi da servizi digitali realizzati in Italia — che escludeva dall’imposta tutti i soggetti con ricavi italiani al di sotto di quella cifra pur in presenza di un fatturato globale superiore a 750 milioni. Dal 2025, tutti i ricavi da servizi digitali realizzati in Italia, senza alcuna soglia territoriale minima, rientrano nella base imponibile, a condizione che il gruppo raggiunga globalmente i 750 milioni. L’aliquota rimane al 3%. Il perimetro si è invece significativamente ampliato: la platea dei soggetti passivi aumenta per effetto dell’abbassamento della soglia di accesso, includendo operatori che fino al 2024 erano esclusi pur avendo una presenza digitale rilevante in Italia. La riforma ha introdotto anche l’obbligo di versare un acconto del 30%dell’imposta dovuta per l’anno precedente entro il 30 novembre, con saldo entro il 16 maggio dell’anno successivo: un meccanismo che anticipa parte del gettito e migliora la prevedibilità del flusso di cassa per l’Erario.
La Global Minimum Tax: il grande progetto OCSE si incaglia all’esordio. L’altra faccia della tassazione digitale internazionale è la Global Minimum Tax, frutto del Pillar 2 del progetto OCSE/G20 sulla fiscalità internazionale, recepito nell’ordinamento italiano con il decreto legislativo 27 dicembre 2023, n. 209 in attuazione della direttiva UE 2022/2523. Obiettivo: garantire che tutti i gruppi multinazionali e i grandi gruppi nazionali con ricavi annui consolidati superiori a 750 milioni di euro siano soggetti a un’aliquota di imposizione effettiva minima del 15% in ogni giurisdizione in cui operano.
Il meccanismo si articola su tre livelli. L’imposta minima integrativa (IIR — Income Inclusion Rule), dovuta dalla controllante capogruppo italiana quando entità del gruppo in altri Paesi pagano meno del 15%. L’imposta minima suppletiva (UTPR — Undertaxed Profit Rule), dovuta dalle imprese italiane di un gruppo multinazionale quando l’IIR non è stata applicata altrove. L’imposta minima nazionale (QDMTT — Qualified Domestic Minimum Top-Up Tax), il “prelievo domestico” che l’Italia applica alle proprie entità a bassa imposizione prima che intervengano le regole estere. Il decreto attuativo degli obblighi dichiarativi e di versamento è stato pubblicato il 7 novembre 2025, a firma del vice-ministro dell’Economia Maurizio Leo. Il primo anno di applicazione — esercizio fiscale 2024, con versamenti nel 2025 — ha però prodotto un risultato clamorosamente inferiore alle aspettative.
Il buco della Global Minimum Tax: 46 milioni su 381 previsti. Le previsioni iniziali per la Global Minimum Tax nel 2025 ammontavano a 381 milioni di euro, confermate anche in sede definitiva. Il consuntivo ha registrato un accertato di 46.318.737 euro e versamenti per 40.775.558 euro, con 5.543.179 euro ancora da versare. Il rendimento effettivo rispetto alle previsioni si è fermato al 12,2%. A differenza della Web tax, che ha mostrato fin qui un andamento decisamente superiore alle previsioni, in fase di avvio della Global Minimum Tax il gettito si è rivelato notevolmente inferiore alle stime, richiedendo di seguirne l’evoluzione con la dovuta attenzione.
Non se ne riescono a spiegare le cause in dettaglio — il primo anno di applicazione di un’imposta complessa su base dichiarativa richiede cautela interpretativa — ma il divario tra 381 e 46 milioni è di tale entità da superare ogni margine di errore previsionale ordinario. Tre ordini di ragioni possono spiegare il risultato. La complessità tecnica del calcolo dell’effective tax rate (ETR) per giurisdizione, che richiede ai gruppi elaborazioni contabili sofisticate, può aver indotto ritardi nell’autoliquidazione o comportamenti cautelativi nel versamento. Le salvaguardie transitorie previste dalla direttiva UE — che escludono temporaneamente dall’applicazione dell’IIR e della UTPR i gruppi in fase di ingresso su nuovi mercati — riducono la base imponibile effettiva nei primi anni. Infine, la distribuzione geografica delle entità a bassa imposizione all’interno dei gruppi rilevanti potrebbe essere diversa da quanto ipotizzato nei modelli del MEF, con una quota inferiore al previsto di profitti sottotassati attribuibili a entità con presenza in Italia.
Il confronto internazionale: l’Italia incassa il 19% della media OCSE. Un elemento di contesto ulteriore emerge dai dati OCSE richiamati dalla Corte dei Conti nell’analisi delle imposte sostitutive. L’incidenza della tassazione dell’economia digitale sul PIL varia significativamente tra Paesi: la media OCSE si colloca intorno allo 0,27% del PIL, mentre il gettito italiano da imposta sui servizi digitali si attesta intorno allo 0,05% del PIL — meno di un quinto della media. Il divario riflette sia la struttura dell’imposta (che in Italia è limitata ai servizi B2B e non include le transazioni consumer), sia la base economica relativa del mercato digitale italiano rispetto alle grandi economie di riferimento. Tuttavia, la web tax italiana è per definizione uno strumento transitorio. Il Pillar One dell’accordo OCSE — che ridisegna i criteri di tassazione delle multinazionali digitali assegnando una quota dei profitti ai Paesi di mercato invece che al Paese di sede legale — prevede la sostituzione delle singole Digital Services Tax nazionali con una soluzione multilaterale. I negoziati sono complessi e ancora in corso. Finché non entrerà in vigore un accordo globale, la web tax italiana continuerà ad applicarsi e — alla luce del trend 2023-2025 — a produrre gettito crescente.
Le cripto-attività: tassazione al 26% nel 2025, poi al 33% dal 2026. La legge di bilancio 2025 ha ridisegnato anche la fiscalità delle cripto-attività. Per il periodo d’imposta 2025 rimane in vigore l’aliquota sostitutiva del 26% sulle plusvalenze e altri proventi derivanti da cessione, rimborso, permuta o detenzione. Dal 1° gennaio 2026 l’aliquota salirà al 33% — la legge di bilancio 2026 ha però differenziato il trattamento, riservando il 26% ai token di moneta elettronica denominati in euro (stablecoin) e confermando il 33% per le restanti cripto-attività. Parallelamente, è stata eliminata la franchigia di non imponibilità di 2.000 euro annui che esisteva fino al 2024: dal 2025 tutte le plusvalenze da cripto-attività, anche di importo modesto, concorrono alla formazione del reddito imponibile, senza soglia minima. È stata contestualmente introdotta la possibilità di rivalutare il valore di acquisto delle posizioni detenute al 1° gennaio 2025 mediante il pagamento di un’imposta sostitutiva del 18%, meccanismo che consente ai possessori di “regolarizzare” i capital gain latenti prima dell’entrata in vigore della tassazione più elevata.
«I dati sulla tassazione del digitale consegnano un quadro a doppia velocità: la web tax italiana va meglio del previsto, ma la Global Minimum Tax — che avrebbe dovuto essere la vera rivoluzione fiscale internazionale — parte con un buco del 88% rispetto alle previsioni. Raccogliere 46 milioni su 381 attesi nel primo anno di applicazione non è un semplice scostamento tecnico: è il segnale che costruire un’imposta globale su profitti multinazionali è enormemente più difficile di quanto i modelli OCSE avessero stimato. Per le imprese italiane che operano sui mercati esteri questa incertezza normativa è un costo reale: chi deve calcolare l’effective tax rate per giurisdizione affronta oneri di compliance rilevanti, senza che il sistema produca il gettito atteso. Servirebbe un percorso di semplificazione degli adempimenti dichiarativi e una maggiore certezza sui tempi di applicazione del Pillar One, che rimane il solo strumento razionale per tassare equamente l’economia digitale globale senza distorcere la concorrenza tra operatori nazionali e internazionali» spiega Spadafora.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
admin
Source link


