In quel grande Luna Park tecnologico e musicale che è il Kappa Futur Festival, sul Nova Stage si sono sfidati i finalisti del Reply AI Music Contest. È stato un altro spazio di sperimentazione, che ha dato visibilità a progetti capaci di connettere creatività umana e intelligenza artificiale in forme espressive inedite. L’edizione di quest’anno, la seconda, ha raccolto oltre 1.400 candidature da 45 Paesi e più di 300 performance presentate, oltre il 55 per cento in più rispetto al 2025. A vincere è stato l’italiano Ciauru, scelto da una giuria di figure di rilievo della scena artistica, musicale e creativa internazionale. Max Cooper, compositore e artista multidisciplinare irlandese che ha costruito la propria ricerca sul dialogo tra scienza, arte e suono; Fleur Shore, DJ e produttrice inglese tra le figure emergenti della nuova scena house; Tini Gessler, DJ e produttrice tedesca attiva nella scena tech-house internazionale; Ali Demirel, visual e digital artist; Albi Scotti, DJ, music consultant e giornalista; Oliver Bohl, partner di Reply AI Studios; e Sarah Grimaldi, Executive Creative Director di Xister Reply ed editor di Clanker Magazine. E Agoria, produttore e DJ francese noto per il suo approccio sperimentale alla musica elettronica, in cartellone al Kappa Futur Festival anche con un suo set. Abbiamo discusso di musica e tecnologia, di intelligenza artificiale, etica e creatività.
Nella musica elettronica la macchina è sempre stata uno strumento creativo. Come si è sviluppato il tuo rapporto con la tecnologia?
«All’inizio la odiavo. Quando ho cominciato a fare il DJ non volevo lavorare con il computer. Mi sembrava noioso stare seduto davanti a uno schermo. Mi ci sono voluti quasi dieci anni per entrare davvero in quella che allora era la tecnologia interessante per me: i sintetizzatori, i vecchi computer, gli Atari. Oggi accendi un tablet ed è tutto pronto. Allora dovevi essere un po’ nerd per far funzionare le cose, avere la scheda audio giusta, la scheda video giusta, tutto doveva essere configurato. E magari aspettavi sei mesi per avere il sintetizzatore che volevi comprare, lo stesso per gli effetti. Era davvero difficile fare musica. Durante l’attesa digerivamo moltissime informazioni. E quando finalmente entravamo in studio, scaricavamo tutto molto velocemente, anche per la frustrazione accumulata. Arrivavano i tuoi giocattoli e boom, funzionava. Col tempo ho capito che la bellezza della tecnologia non è raggiungere qualcosa, ma perdersi dentro. È sperimentare, fallire, cercare per ore, giorni, a volte mesi, qualcosa che non funziona. Quel processo mi piaceva moltissimo. Quando poi riesci, ti senti come Dio: “Ce l’ho fatta”».
E l’intelligenza artificiale?
«Ho iniziato a lavorarci quindici, sedici anni fa. La prima esperienza è stata in Giappone, con Vocaloid, l’algoritmo usato da Hatsune Miku. Lei è un’artista, ma non esiste: è un ologramma. Sono andato a vederla a Tokyo. C’erano quattro o cinquemila giapponesi che ballavano davanti al nulla, con delle specie di laser fluorescenti in mano. E quell’ologramma cantava cose create da Vocaloid, da un algoritmo. Avevo un brano, Heart Beating, e ho deciso di farne una versione con Hatsune Miku: è stato il mio primo brano con l’AI. Poi, essendo molto curioso, ho continuato a incontrare persone, artisti, programmatori. Quando lavoravo con l’artista contemporaneo Philippe Parreno ho conosciuto un programmatore fantastico, Yohan Lescure. Con lui, dieci anni fa, abbiamo mandato la mia musica nello spazio, per vedere se eventuali alieni potessero connettersi con noi e con il nostro linguaggio. Pensavamo che, se volevamo essere compresi, non avremmo dovuto usare il francese o l’inglese, ma il codice. Abbiamo creato 600 mila variazioni usando tutte le mie canzoni, tutte le voci, tutte le collaborazioni. Abbiamo scelto qualcosa che ci sembrava interessante e abbiamo deciso di mandarlo nello spazio. Doveva essere un file molto leggero, perché non puoi mandare un mp3. Era grande come un’email, circa 10 kilobyte. Abbiamo lavorato con il Sonar Festival e l’agenzia spaziale spagnola: lo hanno trasmesso nello spazio attraverso un telescopio. Forse si può ancora vedere attorno a quale stella o pianeta sta viaggiando. Mi piacerebbe ricevere un’eco, sarebbe fantastico, ma finora non abbiamo avuto risposta».
KAPPA FUTURFESTIVAL
Enrico Sangiuliano: “Felici senza pregiudizi, la musica techno è inclusiva per natura”
Ma come si fa a stabilire una connessione emotiva con una macchina?
«Se andiamo in profondità, la macchina resta una creazione umana. Però sento che esistono molti strati di realtà. Noi viviamo nello strato umano, quello in cui vediamo le cose con gli occhi, ma sappiamo dalla scienza che quello che vediamo non è già più ciò che accade davvero intorno a noi: è una trasformazione del reale. Mi interessa l’idea di vivere in una specie di realtà programmata. Naturalmente è una metafora, non sto dicendo che sia davvero un programma informatico. Ma ci sono molti livelli. Quando entri in trance con uno sciamano, o in altri stati di coscienza, puoi accedere a mondi diversi, connessi a questo, che non riesci a vedere nello stato ordinario. La connessione con la macchina può essere reale, ma è solo una parte di qualcosa di molto più ampio. Il codice e la matematica ci aiutano a trovare una strada. La coscienza può accedervi. Chiunque può imparare a entrare in trance da solo e a connettersi con questi diversi livelli: è una questione di esperienza e allenamento, non servono droghe, non serve ayahuasca. È qualcosa che tutti possono fare».
Hai detto che il compito principale dell’AI dovrebbe essere quello di rendere possibile ciò che prima era impossibile. Un esempio?
«L’AI può darti ispirazione. Quando fai molte iterazioni, quando costruisci i tuoi modelli, dopo molti passaggi di fine tuning puoi trovare qualcosa che da solo non sarebbe stato possibile. Ma serve tanto lavoro, non basta un prompt. Molti artisti dicono che l’AI è fantastica, ma dimenticano una cosa: fare musica è un piacere, scrivere prompt non lo è. In studio cerchi, crei musica, provi dei loop, sperimenti melodie, alla fine trovi qualcosa di organico, e questo ti dà piacere. Con il prompting puoi dire “wow, ha funzionato”, ma lo dimentichi alla stessa velocità con cui è arrivato. Quindi a chi fa musica dico: usate l’AI per mettervi alla prova, andate più a fondo, pensate a ciò che per voi è impossibile. Prima del vocoder non potevi creare un suono come quello del vocoder. Prima della TR-909 non potevi fare un kick di quel tipo. Prima della TB-303 non potevi fare acid. Se puoi fare una cosa in studio, perché dovresti farla con Suno? Limitarsi a chiedere un brano con un prompt è business, capitalismo, produzione del maggior numero possibile di canzoni. Vedo etichette che pubblicano quattro brani a settimana e sappiamo come succede. Ma non credo che aiuterà la qualità della musica o gli artisti. È più marketing, comunicazione, roba da influencer. Penso che gli artisti debbano prendere il controllo dell’AI e della tecnologia, per farne qualcosa di incredibile, altrimenti la lasceremo a persone che la useranno per copiare tutto, e non sarà molto interessante».
La techno ha spesso cercato il futuro nelle macchine. Tu hai aperto a sperimentazione a molti mondi diversi…
«Credo che un artista possa essere molte cose diverse. Può essere DJ, produttore, pittore, scrittore, filosofo. Ci sono due scuole. Una è quella della disciplina, in cui lavori su un linguaggio preciso. Penso che Jeff Mills, nel modo in cui produce musica, abbia definito perfettamente il proprio genere, il proprio modo di fare musica. Amo Jeff Mills, è uno dei miei eroi, quindi non è una critica. Ma a me piace toccare molte sfere, molte discipline. Anche nella musica ho fatto di tutto: hip hop, techno, house, pop, dark wave; il mio obiettivo non è avere un’etichetta addosso. Forse avrei potuto avere più successo ripetendomi, ma voglio fare musica e voglio fare arte. Anzi, non è nemmeno che lo voglia: sono interessato a incontrare persone e spesso, da quegli incontri, nascono progetti. Se incontro uno scienziato, può nascere un progetto al Musée d’Orsay. Se incontro un programmatore, può nascere un brano, o qualcosa da mandare nello spazio. Se incontro un filosofo, possiamo parlare fino alle sei del mattino di dove siamo adesso. I manager spesso cercano di far fare agli artisti sempre la stessa cosa, perché è più facile da vendere, da categorizzare, da difendere. Lo capisco: in un mondo in cui la comunicazione produce sempre di più, se sei complesso diventa difficile. Ma io non conosco nessun artista semplice, tutti gli artisti sono complessi. Non dovremmo dimenticare questa complessità, né cercare di cancellarla. Dovremmo fare il contrario: abbracciarla. Il mondo tende a ridurre l’informazione a una sola cosa, e anche l’AI tende a ridurre l’informazione a una risposta unica. Penso che sia anche per questo che oggi abbiamo tanti estremismi, di destra e di sinistra: le persone pensano in una sola direzione. Dovremmo difendere questa complessità, non ridurla a una sola cosa».
In un club il pubblico sente il suono con il corpo. In un museo guarda da una distanza maggiore. Come cambia il tuo modo di pensare un’opera quando passi dalla pista allo spazio espositivo?
«Sono due lavori completamente diversi. Quando sei un DJ, improvvisi, senti le persone e scambi energia con loro in una celebrazione totalmente improvvisata. Se non sei lì in quel momento, non puoi sentirla. Ogni volta è diverso. In una mostra, invece, di solito vedi sempre la stessa cosa. Per ora. Vedi un quadro, una fotografia, una scultura. Però è una domanda interessante, perché sto lavorando proprio su questo: rendere la mostra qualcosa che si muove e che vive. Sto lavorando a un’esposizione come sistema vivente, in cui ogni volta che entri vedi qualcosa di diverso. Stiamo cercando di farlo per Art Basel, non so quando saremo pronti, ma ci stiamo lavorando. È anche il motivo per cui mi interessa molto l’arte digitale. L’arte digitale è complessa, è in movimento. Non sempre, ovviamente, puoi anche fare immagini ferme. Ma la sua bellezza è che l’opera può evolvere da sola. Ho visto delle opere in cui puoi decidere e vedere come saranno tra vent’anni: inserisci una data e vedi come apparirà quel giorno. Questo cambia il rapporto con l’arte. Non sto dicendo che sia meglio, però è un campo interessante di sperimentazione. Perché quando hai davanti un grande quadro o una grande fotografia vuoi fermarti lì e guardarla per ore, non vuoi che si muova».
Nei festival i visual rischiano spesso di diventare pura decorazione: immagini enormi, bellissime, ma intercambiabili. Che cosa devono avere i visual per diventare parte della musica e non solo fuochi d’artificio digitali?
«Penso che debba essere l’artista a decidere. Molto di quello che vediamo nei grandi festival è intrattenimento. E le persone sono lì per l’intrattenimento. Ho provato in alcuni festival a proporre visual artistici e vere esperienze artistiche durante i miei set. Cinque o sei anni fa avevo un progetto, One Life Two Bodies, e forse era troppo presto. Chi va a un festival non vuole necessariamente andare in profondità, ma divertirsi, essere intrattenuto, scaricare lo stress, quindi non sono sicuro che sia sempre il luogo giusto per qualcosa che vada oltre lo spettacolo. Dipende dal livello di ambizione e da ciò che si può davvero ottenere. Forse certe cose funzionano meglio in festival più artistici che in festival puramente clubbing. Con One Life Two Bodies avevamo un’idea: usare gli smartphone per creare qualcosa di rilevante e rendere il pubblico parte dello show. Abbiamo allestito una rete locale attraverso cui potevamo accedere ai telefoni del pubblico. Quando qualcuno filmava qualcosa, io potevo far vedere ciò che stava filmando sullo schermo dietro di me. Se due persone si baciavano, potevo mostrarlo. Se qualcuno andava in un altro palco del festival, si poteva vedere cosa stava succedendo lì. Ovviamente era una rete locale enorme e abbiamo avuto problemi tecnici, ma mi piacerebbe farlo di nuovo, perché ognuno può decidere cosa mostrare: un messaggio, una foto, un video, ma anche un’opera d’arte».
L’AI produce abbondanza, ma l’arte vive anche di scelta, limiti e rinuncia. Come decidi quando fermarti?
«Avevo scritto un brano con Nile Rodgers e Madison McFerrin, Getaway, e mi sono chiesto: quando una canzone è davvero finita? Ho pubblicato la mia versione su Spotify, ma poi ho realizzato un progetto in cui ogni volta che ascolti la canzone in streaming ottieni una versione nuova. Esiste quindi un’infinità di canzoni, un’infinità di possibilità. Alcune versioni non hanno le chitarre di Nile Rodgers, altre hanno un’introduzione di cinque minuti. Il brano viene scritto dal vivo, quindi ogni volta è diverso. C’era anche una versione infinita, acquisita da un collezionista. Potevi ascoltarla per sempre: cambiava continuamente, non aveva mai lo stesso arrangiamento. Tecnicamente, per chi è interessato, usava una catena di Markov che riscriveva dal vivo gli arrangiamenti. Mi sono interrogato molto su questo e non ho una risposta. Oggi vogliamo produrre sempre di più, ma ciò che rende rilevante l’arte è anche il fatto che sia rara. Più qualcosa è raro, più può diventare desiderabile e, a volte, interessante».
C’è il rischio che l’AI spinga tutti verso un’estetica sempre uguale?
«La maggior parte delle volte, quando tutti fanno la stessa cosa, le persone smettono di interessarsene. E a quel punto la cosa si ferma da sola. Nel frattempo, da qualche parte, sta già nascendo un’alternativa. Però sì, naturalmente questa cosa dell’AI è spaventosa, perché tende a produrre una risposta media. E così la diversità viene ridotta. Ma ciò che vogliamo nell’arte, e nella vita in generale, è proprio la diversità».
A sinistra Ciauru, vincitore del Reply AI Music Contest, a destra Agoria
La cultura club è un rito collettivo: molte persone vivono lo stesso suono nello stesso momento. L’AI, invece, spinge verso esperienze sempre più personalizzate. Come possiamo proteggere la dimensione collettiva?
«Non penso che debba essere protetta, perché non credo che smetterà di esistere. È vero che negli ultimi anni, durante gli show, le persone hanno smesso di baciarsi, di abbracciarsi, ma credo che il problema siano semmai i social network, l’ossessione per gli schermi. I festival e la musica elettronica restano uno dei modi più incredibili per connettere le persone. L’elettronica è l’unica musica che è individuale e collettiva allo stesso tempo. Il rock, il tango, la salsa, sono rituali in cui due persone ballano insieme dentro la propria connessione. La techno e la musica elettronica, invece, possono tenere 10, 50, 1.000, 10.000 persone insieme attorno alla stessa canzone. Per questo penso che la club culture sia molto importante per l’umanità. C’è anche un aspetto musicale: a volte, quando ascolti un brano, senti nella tua testa cose che in realtà non esistono, riempi gli spazi vuoti. Succede perché entri in un altro stato di coscienza. La bellezza originaria della musica elettronica è proprio questa. Se ascolti Basic Channel, Mark Ernestus, le prime tracce dub e techno, la ripetizione è voluta per farti perdere nella musica. Penso a brani lunghissimi, a loop che evolvono lentamente, ma anche ai lavori di Steve Reich e Terry Riley. Oggi però è diverso, è tutto centrato sul drop. La gente vuole il drop. E questo dipende molto dai social: gli artisti vogliono mostrare quanto sono grandi, il pubblico vuole vedere persone in estasi. Non voglio sembrare vecchio e non penso che sia tutto negativo, ma il modo di vivere la musica è cambiato».
L’AI Music Contest mette insieme musicisti, visual artist e performer. Il futuro della musica elettronica è nei team ibridi?
«Amo le collaborazioni. Una delle cose più belle dell’arte è collaborare con altri artisti. Diciamo spesso che questo periodo è molto duro e difficile, ma proviamo anche a essere positivi: una delle bellezze di questo tempo è proprio la possibilità di collaborare. Sistemi ibridi, team ibridi. Mi piace la parola “ibrido” in generale, perché quando qualcosa è ibrido è un po’ marginale, un po’ alternativo».
Come giudice del Reply AI Music Contest hai visto centinaia di proposte: ma gli artisti stanno usando l’AI per andare più veloci o per creare qualcosa di inedito?
«Dipende. Ovviamente ci sono artisti che vogliono solo guadagnare, raggiungere un obiettivo, avere successo. Ma credo che l’AI sia semplicemente una rappresentazione dell’umanità. Se ci sono più persone che vogliono fare più soldi, l’AI rifletterà questo. Se ci sono più persone che vogliono fare qualcosa di molto diverso, qualcosa di particolare, allora rifletterà anche questo. L’AI è solo un riflesso, un’eco di ciò che le persone tendono a farne».
Che cosa ti ha insegnato l’AI sulla creatività umana?
«Penso che la complessità dei sistemi viventi sia qualcosa che l’AI non può raggiungere. Non parlo solo dell’umanità. Se guardiamo la natura, vediamo che funziona come un sistema vivente complesso, incredibile. Anche l’AI è un sistema, certo, e vedremo che cosa succederà. Nei prossimi tre o quattro anni abbiamo ancora la possibilità di decidere che cosa vogliamo che l’AI sia per l’umanità; dopo potrebbe diventare molto più difficile, penso soprattutto a Neuralink e tecnologie di questo tipo. Da un lato è qualcosa di straordinario per la scienza e per la medicina, e dobbiamo accoglierlo con favore. Dall’altro, se arriverà un momento in cui molte persone useranno mezzi come questi per essere più potenti, più veloci, più forti, più intelligenti, attraverso collegamenti neurali o altro, una parte della società le abbraccerà. E se qualcuno non vorrà farlo, ci sarà uno scontro enorme. È sempre la stessa questione: puoi rifiutare una tecnologia, ma se tutti la usano, quale sarà il risultato? Questa è la vera domanda, ed è una domanda politica. Tutta l’umanità dovrebbe chiedersi seriamente: vogliamo entrare in questa corsa verso l’uomo-macchina oppure no? Come dobbiamo regolarla per fare in modo che resti ancora una scelta? È qualcosa che dobbiamo affrontare adesso».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Bruno Ruffilli
Source link





