INTERVISTA – Nata a Gimma da padre marchigiano e madre etiope, Manoni racconta l’infanzia nell’Africa di Haile Selassie, la rivoluzione del Derg, gli espropri e il ritorno in Italia
di Maria Cristina Pasquali
Adele Manoni, attualmente residente a Senigallia, è nata e cresciuta in Etiopia ed è rientrata in Italia nel 1978 con la sua famiglia a Serra dei Conti.
Adele, ci racconti qualcosa della storia della sua famiglia
«Mio padre proveniva da una grande famiglia di Serra dei Conti in provincia di Ancona. Fece domanda per essere arruolato coi Bersaglieri, corpo speciale di fanteria, celebre per la rapidità di movimento, lo storico passo di corsa e l’inconfondibile cappello ornato da piume. Papà ne era orgoglioso. Dopo la dichiarazione di guerra all’Etiopia, fu mandato in Africa orientale, ma la guerra fu difficile, molto più dura del previsto. I bersaglieri, inquadrati nel III Reggimento, giunsero in Africa Orientale a partire dal 1935. Alcuni tra cui anche mio padre furono pure imprigionati e rimpatriati, ma mio padre ebbe la fortuna di fermarsi ad Asmara dove inizialmente aprì un bar».
Dove si stabilì successivamente?
«Dopo qualche anno decise di trasferirsi in Addis Abeba insieme ed altri italiani, ma poi proseguì per Gimma importante città, più a sud della capitale dove iniziò la sua nuova attività e dove sono nata io nel 1960. Aveva incontrato mia madre, figlia di un greco e di una etiope galla. Erano una famiglia benestante del posto con una grande casa, tante stanze e un giardino pieno di alberi esotici e lussureggianti».
Cosa ricorda di quella casa?
«Ricordo un episodio che mi raccontò la nonna. L’imperatore Haile Selassie era stato a Gimma ospite da loro e, per ringraziarli, aveva voluto regalare ai miei nonni materni uno scellino d’ oro. Purtroppo il Negus aveva dimenticato il suo copricapo, per cui il giorno dopo mandò un suo aiutante a recuperarlo e fu accolto con grande reverenza. Questo episodio è rimasto indelebile nei ricordi di famiglia. Come trascorrevate quel periodo? Viaggiavamo spesso da Gimma ad Addis, un viaggio lunghissimo e molto stancante. Mi ricordo che a metà strada c’era un bar-ristorante che si chiamava Bottego. Noi bimbi non vedevamo l’ora di tornarci. ll bar ristorante aveva una zona all’aperto e serviva una varietà succulenta di buon cibo etiope, bibite e bunna (caffè etiopico). Fuori c’era una quantità di piante e animali, cavalli da montare scorrazzando nei prati antistanti oppure galline da rincorrere che starnazzavano nel cortile. Quel posto di ristoro è rimasto nel mio cuore, indimenticabile, insomma era un paradiso e un gran divertimento per noi bambini. Fare una sosta da Bottego aveva il profumo della libertà e per noi era sempre una gran festa».
Che attività svolgeva suo padre?
«A Gimma mio padre gestiva un hotel insieme al signor Piccirillo, si chiamava Ras Mesfin dove rimase ‘qualche anno Poi torno’ ad Addis e li’ nacque mia sorella nel ’66. Ad Addis mio padre decise di aprire una attività di trasporto in una società che si chiamava Manoni/Grossi, società che forniva alle compagnie edili materiale per costruzioni. Pian piano la sua attività si allargò fino a possedere anche numerosi camion e mezzi di trasporto».
Dove abitavate?
«Abitavamo in zona Bole, la zona degli stranieri, vicino all’areoporto. Contrariamente a quanto si possa pensare gli italiani erano benvoluti nel dopoguerra. Ad Addis abbiamo fatto una vita sociale bellissima perché era un ambiente molto internazionale e stimolante ed eravamo tutti fratelli. C’era abbastanza integrazione anche con gli etiopi. Non erano ghettizzati anzi molti vivevano attorno alle nostre case e venivano utilizzati per i servizi. Dall’Imperatore eravamo trattati benissimo Lui aveva capito che potevano insegnare le professioni e i mestieri e dare lavoro a tanti Etiopici per questo ci voleva bene, anzi fu proprio lui che dopo il suo ritorno al trono aveva capito lo sviluppo che avrebbero potuto portare gli italiani al suo paese e, inaspettatamente, incoraggiò il loro ritorno in Etiopia dopo che erano stati cacciati dagli inglesi. Era un bel periodo».
Cosa ricorda di quegli anni?
«Di quel periodo felice ricordo le feste al Circolo italiano che successivamente cambiò nome e si chiamò Club Juventus per non urtare la sensibilità dei comunisti al potere. Al fine settimana facevamo lunghe gite al grande lago di Langano, a Sodorè, Awasa e Gimma. Langano era il nostro mare etiope. Ogni tanto un italiano vi comprava una seconda casa vacanze. Il 2 giugno in occasione della festa della Repubblica, l’Ambasciata italiana di Addis apriva i cancelli a tutte le nazionalità e offriva a tutti cibo italiano. Si poteva mangiare e bere ogni ben di Dio sotto i bianchi gazebo appositamente istallati nel verde e grande parco adiacente alla abitazione dell’Ambasciatore. Aspettavamo con ansia quella splendida festa tutti gli anni».
Cosa successe negli anni ’70?
«Purtroppo nel ’74 iniziò nel paese la rivoluzione comunista che instaurò un regime di terrore e passò tutti gli oppositori per le armi. Questo regime fu talmente violento che oscurò persino le peggiori rappresaglie del periodo fascista, infatti ora ad Addis è stato inaugurato il Museo degli orrori che si riferisce proprio a quel periodo e conserva numerosi scheletri e reperti delle esecuzioni ed degli orrori perpetrati del regime totalitario di Menghistu Haile Mariam».
Quando tornaste in Italia?
«Tornammo per la prima volta in Italia nel ’70 per le vacanze. In Addis avevo frequentato solo le scuole elementari e la prima media, dopo mi mandarono in collegio ad Asmara insieme ad altre ragazze, mamma disse che ero troppo vivace e preferiva sapermi in collegio. Noi studenti tornavamo da Asmara tre volte l’anno in aereo e una volta abbiamo anche avuto la fortuna di incontrare in aereo la famosa modella Zeudi Araya, Miss Eritrea che ci parve un miraggio tanto era esotica e ineffabile la sua bellezza. Finite le medie mi sono iscritta all’ istituto geometri ma già era cominciata la dittatura comunista al governo del paese».
Cosa vi ricordate del periodo del Derg fino a che lo avete vissuto?
«Durante quel periodo ci trasferimmo dalla zona di Bole al centro, nel palazzo che sta lungo la Churchill road di fronte alla scuola francese Per strada non si poteva camminare in più di tre persone altrimenti si veniva fucilati Se le famiglie volevano recuperare i corpi dovevano versare una quota. Era veramente tutto crudele e incredibile. Era anche una gran pena vedere i nostri compagni di classe etiopici essere ritirati dalla scuola italiana Cominciammo a tornare più spesso in Italia dalla sorella di Papà a Serra dei Conti fino a quando iniziarono a nazionalizzare tutte le imprese. Arrivarono a casa nostra in Addis Abeba gli sbirri del regime insieme a russi e cubani che espropriarono tutti i camion di mio padre il quale poi nel 78/79 si decise a rientrare definitivamente a Serra dei Conti insieme alla mamma. La maggior parte degli italiani che avevano attività fiorenti fu costretta a chiudere e rientrare».
Come vi siete risistemati?
«A Serra dei Conti papà comprò di nuovo un camion per riprendere la sua attività lavorativa, ma poi si ammalò e morì. Mamma ora è novantenne ed ancora vivente. Finalmente nel ’93 ha ottenuto una casa popolare».
Siete più tornati ad Addis Abeba?
«No, non siamo tornati più ad Addis, siamo rimasti traumatizzati dalla situazione dell’epoca e anche qui in Italia abbiamo avuto non poche difficoltà per inserirci e trovare lavoro, non eravamo ben visti».
Perché non eravate ben visti?
«Eravamo considerati fascisti ma noi non abbiamo mai fatto politica ed abbiamo solo amato quel paese. Abbiamo anche sangue misto perché la nonna era indigena Questa situazione ostile ha fatto soffrire molti italiani rientrati. Tutti hanno avuto difficoltà a risistemarsi. Io prima trovai lavoro in fabbrica poi in un supermercato dove ho lavorato come cassiera per tanti anni fino alla pensione. A Senigallia ho incontrato mio marito con cui ho formato una nuova famiglia con due figli uno dei quali ora vive a Madrid».
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