Il gusto a stelle e strisce: Piemonte in missione negli Usa


Gnocchi di castagne con Robiola di Roccaverano Dop e amaretti di Mombaruzzo accompagnati da Roero Arneis Docg, polenta di castagne con peperonata esaltata dall’Alta Langa Docg, risotto al gorgonzola, Monte Bianco con Brachetto d’Acqui, fino allo zabaglione con krumiri e Moscato d’Asti. È questo il percorso gastronomico con cui il Piemonte si è presentato agli americani durante gli show cooking del Summer Fancy Food di New York, affidati allo chef Luca Ferrero insieme al giovane talento cuneese Andrea Serale, medaglia d’oro al Global Chefs Challenge.

Gli americani amano la cucina piemontese più autentica. Agnolotti del plin, tajarin, carne con cotture lunghe restano i piatti più richiesti, ma accanto ai grandi classici crescono cocktail a bassa gradazione, salse al tartufo e prodotti premium. È la fotografia scattata dal Summer Fancy Food di New York, dove il Piemonte si è presentato con 17 aziende e show cooking che hanno raccontato il territorio attraverso i suoi ingredienti simbolo.

«Al netto dei dazi, gli Stati Uniti restano il mercato di riferimento e quello più attento al Made in Italy», osserva l’assessore regionale all’Agricoltura Paolo Bongioanni. I numeri gli danno ragione. Nel 2025 l’export agroalimentare piemontese verso gli Usa ha raggiunto i 741 milioni di euro, quasi il doppio rispetto ai 390 milioni del 2016 (+90%), mentre l’export del comparto food & beverage regionale vale ormai 9,6 miliardi, terza voce delle esportazioni. Solo nei primi tre mesi del 2026 alimentari e bevande sono cresciuti di un ulteriore 3, 5%.

Il mercato americano, però, sta cambiando. «Il vino da tavola è in calo, mentre crescono brand iconici, Barolo, Barbaresco e Alta Langa in testa. E anche la mixology funziona», spiega Bongioanni, che a New York ha promosso anche l’Asti Vibes, cocktail a base di Asti Dolce, Vermouth di Torino e tonica. Sul fronte dei vini, il Piemonte va in controtendenza: «Siamo l’unica regione italiana che nel primo trimestre di quest’anno è cresciuta nell’export del vino (+0,5%), mentre il dato nazionale segna – 8,5%. Questo perché abbiamo differenziato i mercati». Merito delle aziende che investono in qualità, sostenute dalle istituzioni. «Il Piemonte è protagonista perché siamo una regione che accompagna le sue aziende i propri imprenditori alla conquista dei mercati del mondo – dice il governatore del Piemonte, Alberto Cirio – Questo vuol dire che il popolo americano continua a essere innamorato dell’Italia del Piemonte. E noi continuiamo a investire con forza».

Ci sono però prodotti che hanno ancora grandi margini di crescita. «Possiamo lavorare molto di più sulla Fassona – riflette Bongioanni – che è un’eccellenza, ma non è ancora abbastanza conosciuta. Credo molto anche nella Nocciola Piemonte Igp, che ha una qualità unica: ne coltiviamo 27mila ettari. Vanno invece tutelate le produzioni di nicchia». Lo stesso vale per alcuni vini e per nuovi mercati. «La Polonia oggi cresce molto, domani i nuovi approdi saranno Bulgaria e Romania. E poi c’è l’India, dove l’Italia oggi è il terzo esportatore di vino. Bisogna capire quali vini proporre, a quali prezzi e a quale pubblico: il mercato va studiato e cavalcato».

Sul campo, le aziende confermano che gli Stati Uniti restano il mercato più dinamico. Tartuflanghe, che gestisce da Miami l’import negli Usa, continua a crescere nonostante le spese. «Ai dazi si sommano trasporto e cambio, così i costi arrivano intorno al 50%, ma quest’anno il nostro export è cresciuto del 15%», racconta Paolo Montanaro. I bestseller? «Le tre salse al tartufo, Alfredo, cacio e pepe e carbonara con 20% di tuorlo, più i tajarin al tartufo». Il tartufo fresco, invece, parte in aereo, arriva a Miami in 24 ore e, dopo i controlli sanitari, viene distribuito ai ristoranti nell’arco di uno o due giorni. «Abbiamo 120 prodotti e vogliamo che anche i clienti americani abbiamo ampia possibilità di scelta». Anche MoleCola vede salire gli ordini. «Negli Stati Uniti il nostro marchio viene percepito come un brand premium. La frase che sentiamo ripetere più spesso è: “Mi ricorda la cola di una volta”», racconta il cofondatore Francesco Bianco. L’export verso gli Usa segna un +25% rispetto al 2025 e oggi le esportazioni rappresentano il 65% del fatturato dell’azienda.

Che cosa cercano, allora, gli americani? Per Michelangelo Mammoliti, chef tre stelle Michelin a La Rei ne Il Boscareto Resort a Serralunga d’Alba soprattutto autenticità. «Adorano i plin, i primi in generale e i brasati. Vengono in Italia per mangiare la tradizione». Ma non rinunciano a lasciarsi sorprendere. Nel suo menu convivono un wagyu con salsa al Barolo ispirata al brasato di Fassona e un raviolo che rilegge il vitello tonnato. «Si fanno guidare dallo chef e cercano un viaggio attraverso le emozioni. Quando il turismo americano in Italia ha preso il volo, la cucina che trovavano era soprattutto quella regionale delle famiglie. Oggi gli chef hanno il ruolo strategico di ambasciatori e i piatti italiani si distinguono per intensità di sapore. È il nostro know how: anche una farinata spacca».

«New York resta un mercato fondamentale per l’Italia. Il nostro obiettivo è raccontare la vera italianità – dice Fulvio Marino, amato volto tv, dell’omonimo mulino di famiglia – È un’occasione preziosa per confrontarci con importatori, distributori e clienti finali, ma anche per presentarci più uniti sui mercati esteri».


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 Lara Loreti

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