In questi giorni, rispondendo a un’inchiesta de La Stampa, sul fronte politico è emersa la necessità di un aumento della spesa per le Rsa. È l’ennesima prova che non riusciamo a liberarci da una trappola: mentale, istituzionale ed esistenziale. Continuiamo a non voler costruire il sistema di cui i nostri padri e le nostre madri avranno inevitabilmente bisogno, pur sapendo da decenni cosa ci attende.
Il punto decisivo non è tanto quanto vivremo, ma come vivremo gli ultimi anni della vita. Si sono allungati gli anni, ma non in buona salute: la porzione di vita trascorsa in condizioni di malattia, limitazione funzionale e non autosufficienza rimane sostanzialmente quella.
È un’emergenza prevista, prevedibile e mai inattesa. La rassegna degli ultimi dieci anni lo dimostra: il disegno istituzionale della long-term care italiana è rimasto pressoché immutato da circa trent’anni, e persino la finestra aperta da pandemia e Pnrr si è chiusa senza un vero cambio di rotta: insomma non abbiamo imparato la lezione.
Sarebbe bello moltiplicare i posti in Rsa? Sarebbe invece dannoso e insostenibile: raddoppiare la platea residenziale significherebbe una minaccia per i conti pubblici e, insieme, un incubo per gli anziani stessi.
IL CASO
Anziani in coda alle Rsa: “Per coprire le richieste servirebbero 350 milioni”
ELISA FORTE, ALESSANDRO MONDO
Abbiamo ricevuto risorse importanti dal Pnrr per l’Assistenza Domiciliare Integrata (Adi): con la misura “Casa come primo luogo di cura” l’obiettivo era portare l’Adi al 10% degli over 65. E qui sta il paradosso denunciato dalla Corte dei conti nel Quaderno n.4/2025: l’obiettivo di copertura è stato formalmente centrato – con il target di assistiti adeguato – ma la spesa effettiva resta largamente indietro, tanto che ben il 76% del budget dell’intera Missione 6 Salute (circa 12 miliardi) dovrà ancora essere speso negli ultimi due anni del Piano, e a fine 2024 risultava completato solo il 41% degli obiettivi europei. È stata spesa solo una parte dei fondi destinati all’Adi. Il risultato è paradossale: la copertura è aumentata molto, ma le ore garantite a ogni anziano sono diminuite, scendendo sotto le 16 ore all’anno. In pratica si è scelto di assistere più persone, ma dando a ciascuna sempre meno tempo di cura.
Viene allora spontaneo chiedersi come si intendano spendere i circa 12 miliardi ancora da utilizzare, e per giunta in circa un anno. Il tema è tanto più urgente perché, a partire da settembre, verranno meno le risorse del Pnrr dedicate all’Adi: già oggi si pone il problema di trovare i fondi per garantire la continuità del servizio. Il rischio è duplice: da un lato, risorse ingenti da spendere in tempi strettissimi, con il pericolo di una spesa affrettata o inefficace, dall’altro, un modello ancora troppo “prestazionale” e frammentato, che allarga la platea senza offrire un’assistenza davvero adeguata ai non autosufficienti.
Anche l’Ocse ha rilevato che l’Italia garantisce una copertura ampia ma un’intensità delle cure troppo bassa, invocando un modello più integrato tra sanitario e sociale. La trappola istituzionale è questa: fingere una presa in carico domiciliare e lasciare che tutto proceda come prima.
Insomma: abbiamo usato i fondi per rincorrere un numero, spalmando ancora una volta poche ore su tutti. Avremo finalmente il coraggio di cambiare paradigma? Il punto non è il budget, è la logica. Oggi l’Adi è pensata come prestazione: un operatore entra, esegue un atto, esce, e la voce viene conteggiata. Ma un anziano fragile non ha bisogno di prestazioni sparse: ha bisogno di un servizio continuativo, di una vera presa in carico. Di qualcuno che risponda nel tempo, che integri il sanitario con il sociale – la spesa, i pasti, le pulizie, la compagnia – che abbia un referente stabile e un progetto di cura personalizzato. Smettiamola di ragionare per prestazioni e cominciamo a fare dell’assistenza domiciliare un servizio normale, con una normale presa in carico. È qui che i fondi residui possono ancora fare la differenza, ed è qui che si salda la promessa della Legge 33/2023: portare a casa non un atto, ma un sistema di cura.
E arriviamo alla trappola più profonda, quella che tocca il cuore. Chiediamolo con semplicità: dove vorremmo invecchiare? La risposta è quasi sempre la stessa: a casa nostra, tra le nostre cose, i nostri odori, i nostri ricordi. Non è un capriccio, è il desiderio più umano che ci sia. Eppure, diciamo “resta pure a casa” e poi lasciamo l’anziano solo.
La buona notizia è che una strada c’è, e comincia a intravedersi. Non serve moltiplicare i posti letto: serve portare la cura dentro le case. L’idea è incoraggiare le Rsa e le case di riposo a diventare anche presìdi di assistenza domiciliare, aprendosi al territorio invece di limitarsi ad accogliere tra quattro mura. Chi già dispone di personale, competenze e organizzazione può estendere la propria attività fin dentro le abitazioni degli anziani, portando l’assistenza dove le persone desiderano restare.
Un esempio concreto arriva dal Lazio, con la nuova legge sui servizi e le strutture socioassistenziali, approvata all’unanimità a giugno. Il cuore della riforma è proprio l’assistenza domiciliare diretta: le case di riposo potranno assistere gli anziani non solo all’interno delle strutture, ma anche a casa loro, e si introducono cohousing, condomini solidali, alloggi assistiti e la figura della “badante di condominio” . È la direzione giusta: permettere agli anziani di restare nella propria vita e ricevere lì l’assistenza che meritano.
I vantaggi di un simile approccio sarebbero diffusi: a) gli over 65 potrebbero restare nella propria casa, dove desiderano stare, con una presa in carico reale e non simbolica; b) i gestori amplierebbero il proprio bacino di utenza, valorizzando competenze e personale già esistenti; c) le Regioni potrebbero tariffare l’assistenza domiciliare a costi sensibilmente più bassi, non dovendo coprire vitto, alloggio e utenze. Insomma, un po’ più di cuore e anche di pensiero! Ma pensare davvero significa una cosa sola: pensare e ripensare l’assistenza come se riguardasse ognuno di noi, e non qualche astratta “categoria” di anziani lontana dalle nostre vite. Quell’anziano solo, in fondo, siamo noi tra vent’anni; è nostra madre, è nostro padre, oggi. Solo quando lo sentiremo così, sulla nostra pelle, troveremo l’energia per uscire da queste trappole. Sono trappole vecchie, le conosciamo bene da decenni. Proprio per questo possiamo, e dobbiamo, evitarle per tempo.
* Presidente della Fondazione Età Grande Ets e Presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita
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VINCENZO PAGLIA*
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