Intervista al guru Daniel Lumera “Per anni ho meditato 6 ore al giorno”


All’età di 19 anni, quando si chiamava ancora Giovanni Andrea Pinna e conduceva una vita normale nella sua Sardegna, l’incontro destinato a cambiargli radicalmente l’esistenza: «Un caro amico mi consigliò di andare ad ascoltare qualcuno che aveva provocato in lui un mutamento choccante, rispetto alla persona molto razionale e scettica che era prima. Era un maestro della tradizione indo vedica di cui prima non sapevo nulla, ma durante quell’incontro ho vissuto un’esperienza di espansione della percezione». È il principio di un cammino iniziatico che nell’arco di trent’anni porterà Daniel Lumera, com’è conosciuto oggi, a essere seguito da migliaia di persone alla ricerca del benessere interiore. Ha scritto molti libri sui suoi metodi, crede profondamente nell’efficacia terapeutica della meditazione e porta avanti progetti sociali nelle scuole, con i malati terminali e con i detenuti, allo scopo di ridurre la conflittualità all’interno del carcere.

Com’è cominciato il suo percorso?
“Fino a 19 anni ho vissuto come in un sogno, con una famiglia che mi lasciava una grandissima libertà, mio padre era giornalista del Corriere della Sera e mia madre lavorava nel Servizio sanitario nazionale. Poi, consigliato da un amico, andai a sentire questo maestro e fu un’esperienza molto forte, dopo la quale mi chiese se volessi essere iniziato alla meditazione. Io avevo ricevuto un’educazione cattolica e seguivo quello che mi diceva mia madre, ma non avevo una vita spirituale autentica. Ne è nata una vocazione molto profonda».

E dopo che cosa è successo?
«Ho cominciato a meditare, sei ore al giorno per i primi cinque anni: i miei erano molto preoccupati perché non avevo più una vita sociale, ho anche dovuto promettere a mia madre che avrei terminato i miei studi universitari in Biologia, così studiavo solo nei venti giorni prima di ogni esame. Facevo una vita monacale e uscivo rarissimamente perché volevo solo entrare in stati di meditazione che mi dessero beatitudine e lucidità».

Un bel problema anche per le amicizie.
«Niente discoteca, niente concerti, mi sono allontanato da tutti gli amici perché loro naturalmente parlavano di donne, birre e calcio e non avevamo più argomenti in comune. Ma non mi pento di nulla: come dicevo, la mia era una vocazione molto profonda».

Perché ha deciso di cambiare nome? E perché proprio Daniel Lumera?
«Perché il nome di una persona dovrebbe rispecchiare la sua vocazione e non venir dato da altri, era mio nonno che si chiamava Giovanni Andrea Pinna. Nel mio caso, nei primi Anni Duemila ho intervistato delle donne anziane nel centro della Sardegna, ero affascinato dalla vita magica e dalle cure officinali: mi dicevano in dialetto “sa lumera” che in sardo significa la lucerna, perché mi si accendeva una luce negli occhi quando le ascoltavo. Daniel invece viene dall’ebraico, significa giudicato solo dalla luce. Ho firmato il mio primo libro pubblicato in Spagna e da allora tutti hanno cominciato a chiamarmi così, solo per mia mamma sono Andrea. Il nome, per tutti, dovrebbe corrispondere alla propria identità, è una follia che la maggior parte delle persone non ne conosca il significato».

Ha anche passato un periodo molto buio.
«Nel 2004, una delle crisi più grandi: era crollata la relazione con la mia fidanzata, avevo dovuto chiudere il mio centro di formazione e gli amici mi hanno abbandonato. Ero molto depresso e più cercavo di uscirne e peggio andava. Allora ho smesso di resistere, mi sono chiuso in camera e ho ringraziato per quello che mi stava succedendo. Ho iniziato a perdonare me stesso e le mie debolezze, e lì è cambiato tutto: ho capito l’aspetto femminile della vita e il suo lato curativo».

Lei guida nella meditazione molte persone, non la preoccupa il rischio di potersi approfittare della fragilità di qualcuno?
«È un tema che mi preoccupa enormemente, ma se c’è una cosa che non voglio è proprio creare dipendenza e manipolazione: tendo costantemente a spingere le persone a essere il più indipendenti possibile. Cerco l’autenticità perché la vita è servizio, ma il rischio di essere idealizzati c’è, così me li porto in carcere o negli ospedali, nell’accompagnamento al fine vita, e gli passa tutto. La spiritualità non dev’essere una via di fuga, per questo motivo mi accompagnano nei luoghi di sofferenza».

Parliamo dei progetti sociali nelle carceri, in che cosa consistono?
«Negli anni ne abbiamo avviati in ventitré istituti italiani. L’ultimo riguarda il carcere di Monza, sette giorni di meditazione con un gruppo di dodici detenuti con uno studio psicometrico per monitorare ansia, stress, conflittualità e violenza, ne ricaveremo anche un documentario. Fra gli obiettivi c’è il miglioramento del rapporto fra carcerati e polizia penitenziaria, abbiamo fatto un corso anche con gli agenti. Al termine, abbiamo verificato che al termine del ritiro ansia e conflittualità erano diminuite. Sia a Monza, nella sezione maschile, che al Pagliarelli di Palermo, sezione femminile, abbiamo inaugurato una meditation room per i detenuti. Un’esperienza sconvolgente avere a che fare con loro».

Cioè?
«Stanno meglio se riescono a rielaborare il passato, così succede che un carcerato ti confidi che ha violentato la figlia di due anni. Ho lavorato con detenuti che hanno ucciso decine di volte, ma tu devi vedere il dolore della persona, non quello che ha fatto, quando invece hai a che fare con un sistema di giustizia punitivo».

Quali sono le persone più importanti della sua vita?
«Assassini, ladri, pedofili, persone morenti, bambini. Loro hanno dato significato ai miei giorni e al mio respiro. Mia moglie, che mi insegna cos’è la normalità, a me che trovo difficile ricordarmi di pagare le bollette. Mio padre e mia madre, che hanno avuto tanta pazienza con me senza farmi mancare il loro sostegno. Il mio maestro di meditazione indiano Anthony Elenjimittan, uno degli ultimi discepoli di Gandhi. E il mio gatto, Bruno».

Il suo gatto..?
«Sì, il mio gatto nero, che è vissuto fino a 18 anni e anche nella morte si è abbandonato con sobrietà e umiltà: mi ha insegnato la contemplazione e educato alla libertà. Non c’era modo di obbligarlo, non si è mai umanizzato, con lui ho appreso il saper stare nell’essere e il distacco: se sai ascoltarlo, un gatto è un maestro di silenzio».


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 Franco Giubilei

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